Il sogno è un’impresa che lo scrittore messicano Álvaro Enrigue affronta con l’ispirazione di uno sciamano e con il coraggio del creatore ribelle che anziché inchinarsi all’evidenza dei fatti storici decide di reinventarli. Perciò non è uno di quei romanzi storici la cui ossessione per la verità porta solo a una sequela di sbadigli. Passiamo dagli intrighi di palazzo all’incantamento che la vista dei cavalli provocò in Montezuma, dall’arte della politica personificata da Tlilpotoncatzin alla nudità violata della schiava Malinalli, dalla pestilenza portata in Messico dagli europei al fetore degli emissari unti dal dio Huitzilopochtli, da Gesù a Quetzalcóatl. E tutto ci sembra così familiare e allo stesso tempo irreale perché tutto – i sotterranei, le fontane, le camere e le piazze – esiste solo grazie al potere rianimatore della scrittura. Benvenuti nella Tenochtitlán alternativa di Álvaro Enrigue, non quella che ci descrivono le cronache antiche ma quella che è possibile desiderare e immaginare. Non si parla solo di quella metropoli incantata ma naturalmente anche di Montezuma e di Hernán Cortés (e di quella che viene chiamata la Conquista). I due sono ugualmente ambiziosi, sanguinari, tenaci e deboli quando la loro ragione vacilla. Quanta umanità riescono a mostrare ai nostri occhi? E soprattutto non sarebbero così se non fossero stati immaginati e portati al limite delle loro enormi imprese da un grande scrittore.
Roberto Pliego, Milenio

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Questo articolo è uscito sul numero 1545 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati