Fourteen days, romanzo collettivo, o “romanzo a più voci”, curato da Margaret Atwood e Douglas Preston, è ambientato a New York, nel 2020, durante il primo lockdown. Ogni sera, sul tetto di un condominio fatiscente, si riunisce un gruppo di vicini di casa in attesa che finisca la pandemia di covid-19, per raccontarsi storie, un po’ come i personaggi del Decamerone di Giovanni Boccaccio. Gli scrittori che hanno contribuito al romanzo, statunitensi o canadesi, sono trentasei e tra loro ci sono John Grisham, Celeste Ng, Emma Donoghue e Alice Randall. Chi ha scritto cosa si scopre solo alla fine, e si può anche cimentarsi nel tirare a indovinarli. I vari racconti sono collegati dalla narrazione della nuova custode dell’edificio, che vive da sola nel seminterrato e si prende la briga di registrarli e collezionarli. Ovviamente sono molto vari, anche come qualità, e chi cercasse profonde intuizioni sull’umanità qui non le troverà. Ma il libro ci ricorda che le storie possono insegnare, consolare, fornire un luogo sicuro dove il lettore può rifugiarsi.
Financial Times

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Questo articolo è uscito sul numero 1548 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati