Negli Stati Uniti la tradizione vuole che il nuovo presidente usi il discorso inaugurale per mettere da parte le divisioni della campagna elettorale e fare appello all’unità nazionale. Donald Trump, che il 20 gennaio si è insediato alla Casa Bianca prendendo il posto di Joe Biden, ha fatto una scelta diversa. Va detto però che in qualche modo ha seguito la tradizione, anche se di un’epoca lontana.
Oltre a Biden, Trump ha parlato solo di un altro suo predecessore: William McKinley, al potere tra il 1897 e il 1901. Pochi statunitensi metterebbero McKinley nella lista dei presidenti preferiti, ma Trump l’ha definito “grande”. L’ha citato quando ha promesso di reintitolargli la più alta montagna del paese, che si trova in Alaska. Nel 2015 Barack Obama decise di chiamarla Denali, una parola della lingua koyukon, parlata dalla popolazione indigena dell’Alaska. Per Trump fu una riscrittura della storia al servizio delle sensibilità progressiste e della cosiddetta ideologia woke. Ma l’omaggio di Trump a McKinley, anche lui repubblicano, ha un significato che va oltre il desiderio di ripicca nei confronti di Obama. McKinley gestì il negoziato che portò alla costruzione del canale di Panamá, amava i dazi doganali e durante la sua amministrazione corteggiò – con ottimi risultati – i grandi industriali e i banchieri senza scrupoli che dominavano quel periodo passato alla storia come gilded age, età dorata.
Regalo degli dèi
Trump ha un’ossessione per il canale di Panamá. È convinto che il paese centroamericano abbia violato l’accordo con cui gli Stati Uniti gli cedettero il controllo dell’infrastruttura e accusa la Cina di controllarla (non è vero, anche se in effetti il governo cinese ha acquisito una certa influenza su Panamá). Il passaggio più inquietante del discorso è arrivato proprio quando ha parlato del canale: “Ce lo riprenderemo”, ha detto Trump.
Le trattative per la cessione del canale di Panamá furono portate avanti dall’amministrazione democratica di Jimmy Carter nella seconda metà degli anni settanta. Anche all’epoca i conservatori si opposero e attaccarono i progressisti come fa oggi Trump, accusandoli di essere ingenui e traditori della patria. Per gli abitanti di Panamá – molti dei quali ricordano l’invasione lanciata da Washington nel 1989 per deporre Manuel Noriega – la frase suona più minacciosa di quanto possano pensare molti statunitensi.
Lo stesso vale per le altre frasi di Trump sull’espansione territoriale, un argomento che nessun presidente aveva mai affrontato seriamente nell’ultimo secolo. Gli Stati Uniti hanno allargato per l’ultima volta la loro superficie – acquisendo Cuba, Hawaii e Filippine dopo la guerra ispano-americana – quando il presidente era proprio McKinley. “La verità è che non volevo le Filippine”, dichiarò McKinley. “Sono state un regalo degli dèi, ma non so cosa farmene”. Gli statunitensi in effetti dovettero fronteggiare una ribellione e restarono presto impantanati nell’arcipelago. Il pensiero di Trump sull’espansione territoriale è chiaro (e immaginiamo che valga anche per l’espansione extraterrestre, dato che ha detto di voler piantare la bandiera statunitense su Marte): gli Stati Uniti devono tornare a essere una “nazione che si ingrandisce”.

Posti d’onore
Oggi le sfide più difficili per Washington sul piano della politica internazionale sono la competizione con la Cina, i conflitti e l’instabilità in Medio Oriente e l’occupazione russa dell’Ucraina, non certo il pedaggio pagato dalle navi da guerra statunitensi per attraversare il canale di Panamá. Ma non si direbbe, ascoltando il discorso inaugurale di Trump, che ha citato il Medio Oriente solo una volta, quando si è attribuito il merito della liberazione degli ostaggi israeliani. Non ha parlato dell’Ucraina, se non per criticare l’amministrazione Biden di aver stanziato “fondi illimitati” per proteggere altri paesi invece di difendere i confini degli Stati Uniti. Tra l’altro non è chiaro cosa intenda esattamente con “riprendersi” il canale. Si accontenterebbe di una riduzione del pedaggio? Trump è già stato presidente per quattro anni, ha fatto campagna elettorale per altri quattro e ha la reputazione di un uomo che dice le cose come stanno. Eppure, sui temi più importanti resta vago.
Subito dopo essersi insediato alla presidenza Donald Trump ha firmato una serie di ordini esecutivi, decreti presidenziali con effetto immediato. “Molti riguardano l’immigrazione”, scrive Npr. “Trump ha dichiarato lo stato d’emergenza al confine con il Messico, e questo gli permetterà di sbloccare fondi federali per estendere il muro alla frontiera e mettere in atto politiche di respingimento più dure. Ha anche reintrodotto l’obbligo per i richiedenti asilo di aspettare in Messico che la domanda sia esaminata”. Un altro ordine esecutivo intende mettere fine alla politica che concede la cittadinanza statunitense a tutti bambini nati negli Stati Uniti da genitori migranti. Il provvedimento sembra in contrasto con lo ius soli previsto dalla costituzione. Ventidue stati governati dai democratici hanno fatto causa all’amministrazione Trump contro il decreto ed è probabile che la questione finisca alla corte suprema.
Trump ha graziato più di 1.500 persone arrestate per l’assalto al congresso del 6 gennaio del 2021, quando migliaia di suoi sostenitori cercarono di impedire ai parlamentari di ratificare la vittoria di Joe Biden alle elezioni del 2020. E ha ordinato la riduzione della pena per quattordici membri degli Oath keepers e dei Proud boys, due organizzazioni di estrema destra coinvolte nell’assalto.
Sul fronte climatico, Trump ha ritirato di nuovo gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi del 2015 e ha firmato un decreto di “stato di emergenza energetica”, per incentivare la produzione di petrolio e gas negli Stati Uniti.
Infine ha ordinato di rinviare l’attuazione del “TikTok ban”, una legge che obbligava l’azienda cinese ByteDance a vendere il social network a un acquirente non legato al governo cinese entro il 19 gennaio. Per qualche ora prima della scadenza l’app è stata irraggiungibile negli Stati Uniti, ma è tornata online dopo che Trump ha promesso all’azienda un decreto per sospendere il blocco della piattaforma.
Lo stesso discorso vale per i dazi, un tema su cui la visione del mondo di Trump si sovrappone a quella di McKinley, che nel 1897 firmò il Dingley act introducendo tariffe superiori al 50 per cento. Nel suo discorso inaugurale, McKinley dichiarò che quella misura serviva a proteggere la produzione nazionale e in seguito la presentò come un modo per fare cassa senza alzare le imposte. Trump la vede nello stesso modo. “Tasseremo e imporremo dazi ai paesi stranieri per arricchire gli statunitensi”, ha promesso. “Dall’estero arriverà una quantità enorme di soldi”. Anche in questo caso non è chiaro cosa intenda esattamente. Il 21 gennaio Trump ha dichiarato di voler imporre nuovi dazi su Cina, Messico e Canada a partire dal 1 febbraio.
McKinley combinava una politica oggi associata alla sinistra (la protezione dei lavoratori dell’industria nazionale) con la vicinanza ai grandi patrimoni, una caratteristica della destra. Trump propone qualcosa di simile. Nel 1896 la banca J.P. Morgan e l’azienda petrolifera Standard Oil donarono al comitato elettorale di McKinley 250mila dollari (dieci milioni di dollari di oggi). Alla cerimonia d’insediamento sono stati riservati posti d’onore a Jeff Bezos, Elon Musk e Mark Zuckerberg, che hanno finanziato generosamente la commissione che la organizza.
Il 20 gennaio il presidente ha annunciato una nuova “età dell’oro”, ma sui dazi, sull’espansione territoriale e sull’ossessione per Panamá sembra desiderare il ritorno alla fine dell’ottocento, un’epoca dominata dai rapporti di forza. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1598 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati