In questa famiglia gli uomini si uccidono uno dopo l’altro: con Serpentine Bov Bjerg è riuscito a scrivere un romanzo fulminante e sconvolgente sull’inconsistenza della comunicazione familiare. Padre, nonno e bisnonno si sono tolti la vita ma in casa non se ne parla: il narratore definisce in tedesco quel (non) parlare familiare come un Familienbla, chiacchiere vuote che servono solo a nascondere le verità. Perfino lo strumento del suicidio, che in un caso viene trovato e resta lì nel seminterrato. Già nel suo romanzo di maggior successo, La nostra casa (Keller 2017), Bjerg aveva immaginato personaggi apparentemente vitali impegnati in una lotta disperata contro la morte; e questo tema torna in Serpentine in modo ancora più brutale e profondo. Il protagonista è un uomo ormai adulto, ossessionato dall’idea di finire come il padre. All’inizio la sua angoscia si manifesta come un desiderio quasi razionale di fare tutto “giusto” per sé, per la moglie e per il figlio, ma questo estremo rigore si trasforma ben presto in qualcosa di paralizzante e disastroso. La depressione del protagonista si aggrava fino a fare della sua vita una spirale di errore e autodistruzione. Un viaggio con il figlio, una sorta di ritorno alle origini nei luoghi della sua infanzia, diventa il tentativo disperato di trovare risposte su cosa abbia spinto tante generazioni al suicidio. Le strade serpentine del loro viaggio diventano metafora della mente e del passato: nessuna curva sembra portare a una via d’uscita e Bjerg non offre soluzioni facili. Quella che emerge è una storia di silenzi, incomprensioni e traumi che si propagano al di là delle generazioni. La prosa volutamente scostante, talvolta ironica e tagliente, mostra come la ricerca della verità possa diventare un’ossessione. Serpentine è un romanzo che sfida il lettore, mettendolo di fronte all’idea che non si può cancellare l’eredità di una famiglia, e che la lotta per comprenderla e parlarne è spesso la sola via, dolorosa e incerta, per provare a uscirne. Bov Bjerg mette in scena una genealogia dell’orrore, e la grande arte della sua scrittura volutamente barcollante e spezzata sottolinea il fatto che, per gli abissi psichici dei suoi protagonisti, non si possono offrire spiegazioni univoche. Carsten Otte, Die Zeit
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Questo articolo è uscito sul numero 1647 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati