◆ Le proteste che hanno scosso l’Iran per due settimane si sono fermate a causa della violenta repressione ordinata dalle autorità, ma la vita nelle città del paese non è tornata alla normalità, scrivono i siti della diaspora, in un momento in cui il paese è ancora parzialmente colpito dal blocco di internet imposto dal governo. Radio Farda, il canale sull’Iran dell’emittente Radio Free Europe/Radio Liberty, riferisce che le forze di sicurezza mantengono una forte presenza nelle strade di tutto il paese, mentre “la tensione resta alta e le informazioni scarseggiano”. IranWire, con sede nel Regno Unito, conferma che i mercati e i negozi sono ancora chiusi e le persone, soprattutto la sera, evitano di circolare per le strade, pattugliate da agenti che fermano e interrogano chiunque incontrano. “Abbiamo ancora nelle narici l’odore del sangue”, ha raccontato al sito un abitante di Mashhad, facendo riferimento alla violenza della repressione. L’ultimo bilancio di Iran human rights, un’ong con sede in Norvegia, è di almeno 3.428 manifestanti uccisi, mentre altre stime arrivano a cinquemila o addirittura a ventimila morti. Secondo altre organizzazioni per la difesa dei diritti umani, fino a ventimila persone sono state arrestate. Il 18 gennaio il portavoce della magistratura iraniana, Asghar Jahangir, ha confermato che saranno organizzati processi rapidi in cui gli imputati potrebbero essere accusati di “guerra contro Dio”, un reato punibile con la pena di morte, contraddicendo il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, secondo il quale il regime avrebbe fermato le esecuzioni. Reagendo a un’altra affermazione di Trump, che ha ribadito la necessità trovare una nuova leadership a Teheran, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha affermato che ogni attacco alla guida suprema Ali Khamenei, al potere dal 1989, sarà considerato una dichiarazione di guerra.
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Questo articolo è uscito sul numero 1649 di Internazionale, a pagina 29. Compra questo numero | Abbonati