Il 12 febbraio il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e Lee Zeldin, capo della Environmental protection agency (Epa), hanno annunciato la cancellazione di una risoluzione approvata durante il mandato di Barack Obama, che è alla base delle norme federali sul clima e riconosce i gas serra come un pericolo per la salute pubblica. È uno dei tanti attacchi di Trump a tutte le forme di controllo ambientale, ma rischia di essere il più grave. Senza alcuna prova, l’amministrazione sostiene che la modifica permetterà agli statunitensi di risparmiare 1.300 miliardi di dollari. E pazienza se i costi assicurativi e sanitari si impenneranno e se un rapporto recente indica che i guadagni degli americani sarebbero più alti del 12 per cento senza la crisi climatica.

Negli stessi giorni la Cina ha registrato per il ventunesimo mese di fila emissioni stabili o in calo. Mente Washington fa a pezzi le norme per la tutela dell’ambiente, Pechino continua a ampliare gli obblighi di rendicontazione delle emissioni di CO2. La Cina resta il primo paese del mondo per emissioni di gas serra, ma quelle pro capite e le emissioni storiche cumulate sono ancora inferiori ai livelli degli Stati Uniti. Nel 2025 l’energia pulita ha rappresentato più del 90 per cento della crescita degli investimenti cinesi. Ma c’è il timore che la Cina possa cambiare rotta. In questo senso sarà fondamentale il prossimo piano quinquennale, che verrà presentato a marzo.

Per ora alcuni finanziamenti per le rinnovabili sono stati già ritirati, mentre l’installazione di enormi infrastrutture per l’energia da fonti sostenibili è stata accompagnata da un aumento delle centrali elettriche alimentate a carbone, anche se si spera che siano solo una risorsa di emergenza.

Ci sono altri gravi problemi, come il lavoro forzato degli uiguri musulmani nella produzione dei pannelli solari nello Xinjiang. Inoltre il dominio della Cina sui minerali critici impedisce ad altri paesi di sviluppare una propria tecnologia. Quella cinese a buon mercato per l’uso delle fonti rinnovabili ha prodotto l’elettricità più economica della storia, ma ha colpito l’industria manifatturiera in altri paesi.

Nessuno può compensare l’inversione di rotta dell’azione tardiva degli Stati Uniti sulle emissioni. C’è anche un vuoto nella diplomazia climatica che la Cina non vuole colmare. Ma Pechino ha interesse a incoraggiare gli altri a ridurre le emissioni, anche se alcune nazioni vogliono sfidare il suo “mercantilismo verde”. Al contrario, i miliardari statunitensi non vedono l’ora di prosperare a spese dei portafogli e delle vite umane, in tutto il mondo. ◆ as

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1653 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati