Ogni anno trecento diplomati escono dalle quattro accademie di belle arti della Bosnia Erzegovina: Banja Luka, Sarajevo, Široki Brijeg e Trebinje. Tuttavia, come mette in evidenza Adna Muslija, la fondatrice della galleria itinerante Manifesto, gli artisti realmente attivi nel paese si possono contare sulle dita di una mano.

“Queste scuole producono dei tecnici, non degli artisti. Si fa grande attenzione alla perfezione del tratto, ma per tutto il resto non ci danno alcuna risorsa. Non viene trasmesso nulla”, dice Denis Haračić, pittore e incisore già conosciuto nel mondo dell’arte bosniaco e noto per la complessità tecnica e artistica del suo lavoro: “Ho trent’anni e un master all’Accademia di belle arti di Sarajevo”, aggiunge, “ma quello che ho imparato dalle precedenti generazioni di artisti bosniaci, l’ho imparato negli incontri davanti a un caffè. Quasi tutti gli artisti emersi nel dopoguerra hanno lasciato il paese, chi è rimasto insegna, ma fa poco o nulla, oppure cerca di andare via”.

Denis Haračić [3]

Incredibile vitalità

Di fatto dalla fine della guerra nel 1995 la scena artistica bosniaca dimostra, con alti e bassi, un’incredibile vitalità. Sostenuta da strutture come il Sarajevo center for contemporary art (Scca) della grande storica dell’arte Dunja Blažević, il Duplex di Pierre Courtin o la (moribonda) galleria Charlama di Jusuf Hadžifejzović, la generazione di artisti dell’immediato dopoguerra, nonostante il trauma della violenza e la distruzione del paese, ha potuto approfittare di un’energia rigeneratrice, di uno slancio creativo, di finanziamenti stranieri concessi a opere che affrontavano questioni legate alla guerra e alla riconciliazione. La nuova generazione che si sta affermando oggi ha pochi ricordi della guerra o è nata dopo i combattimenti. Il conflitto non ha molto spazio nei lavori di questi giovani artisti, che hanno difficoltà a ottenere finanziamenti dalle ambasciate e dalle fondazioni, ossessionate da temi ormai superati.

Denis Haračić [3]

Haračić spiega: “Avevo sei anni quando sono tornato in Bosnia Erzegovina. Ricordo solo le rovine. In compenso credo che tutti quegli artisti che sono andati all’estero affrontano o hanno affrontato questioni legate all’identità. Quando sono tornato ero un piccolo tedesco e 24 anni dopo ci sono ancora cose che mi fanno male. Il mio modo di confrontarmi con questo paese è complicato. Solo quando ho avuto 15-16 anni ho capito all’improvviso dove vivevo, quello che era successo e quanto era stato atroce. Ti guardi intorno e ti chiedi: ‘Ehi, ma cos’è successo qui? Chi è morto? Chi ha fatto cosa?’. Così la guerra finisce per riprenderti. Ma non ne posso più del tema ‘divisioni, tensioni, riconciliazione’ che ci viene imposto continuamente”.

Adna Muslija continua: “I temi legati all’identità dominano i lavori di questa nuova generazione. Lo si vede nell’esposizione di Denis Haračić intitolata Reject, e che rivela artisti e autori relegati ai margini estremi della società bosniaca. Sono loro che danno vita all’unica vera alternativa creativa del paese. Sono loro a costituire oggi un ecosistema artistico importante ma fragile”.

Denis Haračić [3]

Insieme alla mancanza di finanziamenti locali, la carenza di luoghi adatti a ospitare mostre è un grave ostacolo per lo sviluppo e la presentazione dei lavori di questa generazione. Ci sono dei posti a Sarajevo, a Banja Luka e a Bihać (come il nuovo centro d’arte Krak), ma per il resto si tratta di case della cultura ereditate dal socialismo, obsolete e inadeguate per ospitare esposizioni d’arte.

“Puoi fare trenta mostre all’anno nei corridoi o negli ingressi di tutte le case della cultura del paese. Puoi avere cento esposizioni sul tuo curriculum, ma non avrai fatto vedere niente a nessuno e non avrai imparato nulla”, sostiene Haračić, molto amareggiato per le condizioni generali del sistema bosniaco.

Andare avanti

Di fronte alla miseria di questo sistema, Adna Muslija si rivela invece molto più combattiva: “Si possono fare molte critiche e la situazione è quella che è, ma non dobbiamo rimanere con le mani in mano. Non partiamo da zero, nel paese c’è una lunga e ricca storia artistica, qui sono state fatte cose fantastiche. Bisogna andare avanti e aprire nuovi spazi per l’arte, per la critica, per accompagnare i giovani artisti e per dare la possibilità alle persone di conoscerli e formarsi un gusto”. Ed è quello che Adna ha fatto con la galleria Manifesto, che ha avviato con tre colleghi di Sarajevo.

Chi si sta affermando oggi ha pochi ricordi della guerra oppure è nato dopo il conflitto, che non ha molto spazio nei lavori più recenti

La Manifesto è una galleria itinerante e ricorda i primi passi del gruppo artistico Zvono, a Sarajevo. Creato agli inizi degli anni ottanta, il gruppo esponeva le opere sulle rive della Miljacka, negli stadi di calcio, nei mercati. All’epoca l’obiettivo era occupare lo spazio pubblico. Oggi si tratta di aprire nuovi spazi e farli diventare centri di riflessione.

Ed è quello che la Manifesto ha proposto con la mostra Ne sporazum (Non d’accordo) al museo storico della Bosnia Erzegovina a Sarajevo. Attraverso il lavoro di otto giovani artisti della regione, la mostra ha proposto di riflettere sul ruolo degli accordi di pace, dei negoziati diplomatici, sugli scambi tra i poteri internazionali, i poteri locali e la popolazione bosniaca traumatizzata, per arrivare a una riflessione sul concetto di “disaccordo”. Una mostra che ha ottenuto un bel successo di pubblico. Un lavoro che si è basato più sulla motivazione e sulla volontà degli organizzatori che su mezzi del tutto assenti. ◆ adr

Questo articolo è uscito sul numero 1446 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati