Sarà assurdo, ma quando il figlio di Panahi ha chiamato per dirmi che casa nostra aveva preso fuoco, non ho battuto ciglio. Quando i brutti pensieri diventano cronici, tutto ti scivola addosso. E in questi due anni a Teheran non c’è stata mattina che io non abbia aperto gli occhi senza che i brutti pensieri mi facessero compagnia. Che io vada a letto tardi o che crolli dal sonno, mi tornano comunque in mente i guai in cui si caccia mio padre ed ecco che mi viene lo sconforto. È peggio di mille sveglie del cellulare di primo mattino. Erano anni che papà si era trasformato in una carcassa imputridita e non mi aspettavo più niente da lui.

Non gli parlavo da tre mesi. Quando ha alzato la cornetta, gli ho detto che stavo venendo a Isfahan e lui: “Ti hanno avvisato troppo presto! Volevo imbiancare casa domani”. Ho tirato un sospiro di sollievo. Non mi ci vedevo a preparargli le medicine e cambiargli le lenzuola. “L’avresti già fatto in questi quindici anni, se ci tenevi tanto”, l’ho rimbrottato. Lui ha risposto: “Va’ a recuperare quel piano cucina di pietra che c’è da tuo zio e portalo qui”, e sbam!, ha buttato giù il telefono. Mi sono detto: “Qualsiasi pasticcio abbia combinato sarà stato in cucina. Si sarà dato all’oppio. Avrà tolto le pinze per il carbone dai fornelli e, completamente fatto, si sarà dimenticato di riappoggiarle sul piano cottura. Poi, mentre si faceva una fumatina, gli sarà caduto per terra un pezzetto di carbone che ha dato fuoco al tavolo e a tutta la casa”. L’idea non mi dispiaceva. Dopotutto, un vecchio oppiomane non avrà chissà quale obiettivo nella vita, ma almeno a fine giornata una piccola speranza quotidiana ce l’ha. La mattina, quando fa il primo tiro, pensa già alla dose del giorno dopo. M’illudevo. Non erano cose da papà. Nel corso degli anni si era sempre tenuto alla larga da qualsiasi tipo di dipendenza.

Quando i brutti pensieri diventano cronici, tutto ti scivola addosso. In questi due anni a Teheran non c’è stata mattina senza che mi facessero compagnia

Tornavo a trovarlo dopo tanto tempo e non avevo voglia di sorbirmi le sue lamentele, se no sarebbe stato senz’altro più semplice comprare una lastra da due metri direttamente a Isfahan. Ho preso un taxi e sono andato fino all’incrocio Sabalan. Papà aveva già avvisato la zia. Loro vivevano ancora a casa del nonno. Sono sceso in cantina e ho portato su la lastra. Avevo dovuto posarla più volte sui gradini e riprendere fiato sul pianerottolo. Era una lastra di granito scuro di un metro per un metro e cinquanta. Sempre a fatica l’ho infilata nel taxi e poi l’ho caricata sull’autobus quando siamo arrivati al terminal, ignorando i brontolii degli autisti.

Sono arrivato al tramonto. Avevo la fronte sudata. L’ingresso del vicolo era pieno di macchine. Avevo trasportato la lastra fino al cancello trascinando un piede dopo l’altro a gambe divaricate e con fare pericolante, come un vecchio con i reumatismi. L’ho appoggiata al muro. Ho tirato fuori la chiave dallo zaino bianco e ho aperto il cancello. La Renault 21 di papà stazionava nel parcheggio impiastrata di fango come al solito. Ho fatto le scale abbracciato alla lastra. Quando ho aperto la porta, nell’aria si sentiva ancora l’odore acre e penetrante del fumo. A sorpresa la cucina era rimasta indenne, invece il resto della casa era coperto da una coltre di fuliggine. I muri e le chincaglierie in disordine sugli scaffali erano anneriti. Si capiva che le fiamme erano state più alte in prossimità della finestra. Una pallida luce filtrava tra le persiane abbassate e creava un’atmosfera soffocante. Ho appoggiato la lastra per terra.

Gli utensili che usavamo da piccoli per fare i suffumigi giacevano in mezzo al salotto. Ho dato un calcio al bollitore carbonizzato e sono andato avanti. La sua resistenza elettrica aveva la forma di due nove allo specchio, la sommità era collegata a un cavo che si attaccava alla presa. Il cavo si era sciolto e dalla presa partiva un alone nero che saliva lungo la parete. La pelliccia di zibellino appesa al muro era bruciacchiata qua e là e da marroncina era diventata nera come la pece. Ho posato lo zaino accanto alla porta e ho chiamato papà. Nessuna risposta. Sono entrato nella stanza. L’ho trovato raggomitolato sul letto, in canottiera. Si era buttato sulla testa i suoi due pesanti cuscini. Le mani e le piante dei piedi erano esangui. Le braccia rinsecchite lasciavano intendere che negli ultimi due anni era molto dimagrito. Sono sceso. Ho misurato il montante rotto della porta e sono andato dal vetraio all’inizio della via. Sono tornato che ormai era buio. Ho acceso la luce dell’ingresso e sono entrato.

Aveva appeso il mio zaino sull’attaccapanni dell’ingresso. Aveva appoggiato la lastra al muro e la stava pulendo con uno straccio e una bacinella d’acqua. Neanche i capelli lunghi e disordinati riuscivano a camuffare la magrezza del suo viso. La pelle sotto il mento gli pendeva come il bargiglio di un gallo e gli si potevano contare le costole sotto la canottiera. Quando mi ha visto ha cercato di abbozzare un timido sorriso, ma con la faccia gonfia che aveva anche quel tentativo era fallito. Ho cominciato a riordinare la casa senza salutarlo. Sentivo che mi fissava, con quei suoi occhi senza ciglia. Gli ho chiesto: “La lastra a che ti serviva? Non ci sono danni in cucina”. Ha bagnato un pezzo di carta vetrata, si è messo a levigare la lastra e ha detto: “Questa ha un bel taglio. Sai quanto costa adesso se ne vuoi comprare una così al cimitero?”. Le sue uscite le conoscevo a memoria, ma questa volta ci ho messo un po’ a capire cosa gli passava per la testa. Mi è salito il sangue al cervello. Non ci potevo credere. Gli ho detto: “Cosa? Mi hai chiesto di trascinare fin qui ’sto catafalco per farci una lapide?!”. Avevo la schiena a pezzi. “Era per farti risparmiare”, ha replicato lui. Non ci vedevo più dalla rabbia. Volevo strapparmi i capelli. Dall’ultima volta che l’avevo visto era regredito. Gli ho detto: “Come larghezza ci entri, ma di lunghezza spunti fuori di venti centimetri”. Ha continuato a guardarmi senza dire niente. Poi si è alzato, ha infilato la mano tra le persiane e ha aperto un po’ la finestra. Stava per dire ancora qualcosa, ma non gli ho più dato retta. Sono andato a prendere la sedia, i resti bruciati del kilim e altre cianfrusaglie annerite e ho buttato fuori tutto. Poi sono passato al bollitore con la resistenza elettrica e ho vendicato la mia infanzia. L’ho preso e l’ho lanciato con rabbia. Era con simili aggeggi che ci faceva fare i suffumigi. Prima era toccato a Hamid, poi ero nato io ed era arrivato anche il mio turno. Come se soffrissimo tutti e due di sinusite. Odiavo i suffumigi. Papà mi obbligava a sedere, riempiva quel vecchio bollitore d’acciaio grande come un pentolone, ci metteva dentro la resistenza elettrica e ci versava qualche goccia di essenza all’eucalipto, menta e camomilla. Poi mi costringeva a rimanere sotto l’asciugamano per due ore, seduto come su un gabinetto alla turca, a respirare quel vapore ustionante. Papà si è alzato ed è andato in camera sua. Mi sa che non ce la faceva a veder buttare via tutta quella roba.

Ho tolto la pelliccia dalla parete e l’ho portata in bagno. Fino a quindici anni fa la mamma, che era ancora con noi, la lavava due volte all’anno. Finivano sempre per litigare. Quello zibellino lo aveva cacciato di frodo lui sui monti della contea di Faridan ed era preoccupato che a furia di lavarlo si rovinasse. Ho steso la pelliccia nella vasca, ci ho passato sopra il doccino e l’ho lavata con lo shampoo, proprio come faceva la mamma. Il tempo non aveva risparmiato nemmeno lo zibellino, che si era tutto spelacchiato. Dopo aver lavato via la cenere e le sporcizie di questi anni, ho dovuto raccogliere un’abbondante manciata di peli che intasavano lo scarico.

Un’ora dopo sono uscito dal bagno e ho steso la pelliccia a testa in giù. Papà si era rimesso a dormire. Era la sua attività principale durante i periodi di depressione. Fuggiva la vita con il sonno. Non ascoltava nessuno. Non prendeva medicine né andava a farsi vedere da uno psicologo, una fattucchiera o un diavolo di qualcuno come gli consigliava la mamma. Aveva continuato a fare di testa sua finché anche mamma Farkhondeh non l’aveva lasciato e se n’era andata.

Papà non aveva sempre sofferto di questi malumori. Ricordo che l’anno della quarta elementare, fino all’inverno, era stato il più bello della mia vita. Papà, dopo aver chiesto a destra e a manca, aveva saputo che la quattordicesima divisione Imam Hossein stava facendo delle ricerche sui campi di battaglia delle operazioni Karbala 4 e Karbala 5. Aveva trovato un commilitone di mio fratello e aveva scoperto che su nessuna delle milleduecento piastrine che avevano ritrovato di recente c’erano incisi il nome e la matricola di Hamid Kakai.

Quando Hamid era scomparso durante l’operazione Karbala 4, avevo quattro anni. Dai miei vaghi ricordi d’infanzia e dai racconti ripetuti negli anni so che non passava giorno senza che papà cercasse qualche indizio su di lui. Il nome di Hamid non è mai stato sulla lista dei prigionieri della Croce rossa, tuttavia sia papà sia i commilitoni di mio fratello erano dell’idea che fosse tra i soldati che l’esercito baathista aveva rapito e imprigionato senza dichiararlo. Hamid non aveva la patente, però mio padre gli aveva insegnato a guidare e quindi, quando a sedici anni aveva raggiunto il fronte, era diventato subito uno degli autisti del comandante Haj Hossein Kharrazi. Quella nuova speranza, che si accumulava a quelle degli anni precedenti, aveva rimescolato i pensieri di papà. Il maestro di quarta elementare era tornato più energico che mai. Anni dopo avevo conosciuto altri ragazzi che avevano avuto il padre come insegnante e si lamentavano di come quella situazione aveva influito sul loro rapporto. Padri che appena arrivati a scuola diventavano un’altra persona, interrogavano il figlio per primo e poi, tornati a casa, gli rinfacciavano la bravura dei compagni. A me, che frequentavo la scuola Nur-e Jahan, non era mai successo niente del genere. Anzi, papà non mi aveva mai interrogato. Addirittura una volta, durante il primo quadrimestre, mi aveva fatto avere le domande della verifica di storia la sera prima. Ma questo totale appoggio da parte sua non era durato più di qualche mese. Poi un martedì, il 25 dicembre 1991, era cominciato il periodo buio della nostra vita.

A lezione, papà si distraeva e proprio per questo era il maestro più amato della scuola. Quando toccava a lui fare il discorso tra le due preghiere di mezzogiorno, il cortile si riempiva di studenti. Secondo lui la vera università era la vita, non studiare o andare a scuola. Anche quel maledetto giorno, all’ora di matematica o non ricordo cosa, papà non aveva ancora cominciato la lezione che già si era messo a imbastire un predicozzo, provocato sicuramente dalla puzza di sudore o dei cappelli sporchi di uno dei ragazzi. Mentre concionava sui benefici dell’igiene personale, hanno bussato alla porta e l’hanno chiamato. Sono passati quindici, venti minuti, poi mezz’ora, ma papà non tornava. Dopo circa tre quarti d’ora il vicedirettore è arrivato a dirci di uscire. Tutta la scuola era nel cortile. Poco dopo, anche i maestri e alcuni militari sono usciti uno a uno con il cappello in mano, il volto chino e lo sguardo cupo e sono andati a disporsi in fila sul terrazzo dell’edificio. Il signor Sedeizadeh, il direttore, si è avvicinato lentamente al microfono, mi ha fatto un cenno e mi ha detto con tono gentile: “Masud caro, sali, mettiti vicino a tuo papà”. Non capivo cosa stesse succedendo. Ho salito le scale, ho alzato la testa e guardato papà. La sua faccia era diventata bianca come il gesso e dura come una pietra. Sedeizadeh si è fatto scuro in volto e ha iniziato a parlare. Ha detto che avevano ricevuto la triste notizia che il corpo del figlio martire del signor Kakai era stato ritrovato a cinque anni dalla scomparsa. Poi mi ha guardato. Io di Hamid avevo un solo ricordo. Era pomeriggio, indossava un maglione blu ed era seduto al volante della Paykan di papà. Piangeva. Solo questo. Ancora adesso però, se ripenso a quella scena, sento lo stesso un brivido che mi attraversa le vene e ogni cellula del corpo. Sentivo un groppo in gola come se dovessi piangere per tutti. Mi sentivo soffocare e non riuscivo a deglutire. Uno dei colonnelli ha battuto i tacchi e ha fatto il saluto militare. Due maestri si sono avvicinati al microfono e hanno fatto le condoglianze a me e a papà. Poi si sono fatti da parte in modo che papà potesse dire qualcosa per sfogarsi. Ma lui aveva lo sguardo perso nel vuoto. Dopo un lungo silenzio, ha infilato la mano in tasca, ha tirato fuori il suo solito pacchetto di Winston rosse e si è acceso una sigaretta. Ha chinato lentamente il capo ed è andato al microfono. Ha aspirato un’intensa boccata e ha alzato l’indice verso gli studenti. Per ogni parola che gli usciva dalla bocca compariva nell’aria un cerchio di fumo. “Stavo dicendo, mettiamo anche che vi piaccia l’odore dei vostri piedi o delle vostre flatulenze, ciò non vuol dire che valga lo stesso per il vostro compagno di banco, è chiaro? Si chiama igiene personale”. Poi ha sceso le scale a due a due, è salito in macchina e se n’è andato lasciandomi lì da solo.

Mancavano pochi giorni ai funerali dei caduti di guerra. Gli zii ci avevano invitati a casa loro per parlare dell’organizzazione della cerimonia, della moschea e tutto il resto. Ma il vero scopo era un altro. Avevano preparato il braciere e altre cose per intrattenere gli ospiti, ma solo ripensandoci anni dopo mi sono reso conto che, in realtà, volevano far sedere il cognato a fumare con loro per poi convincerlo a partecipare al funerale. Da quel martedì alla scuola Nur-e Jahan fino alla settimana dopo, quando è arrivata la salma di mio fratello, papà è rimasto la stessa persona di prima, come se non fosse successo nulla. Andavamo tutti i giorni insieme a lezione e lui chiacchierava e rideva come al solito. E se uno dei maestri gli faceva le condoglianze o accennava all’argomento, subito lui tagliava corto. Per quanto questo suo atteggiamento mi riempisse di speranza, per la mamma era veleno. È stato allora che qualcosa tra loro ha cominciato a rompersi. Papà non voleva credere alla morte del figlio e faceva di tutto per illudere anche me, ma non riusciva a fare lo stesso con una madre afflitta. A volte ancora adesso, per esempio mentre sto facendo una passeggiata, i singhiozzi disperati della mamma, che aveva pianto tutta la notte, mi rimbombano nella testa all’improvviso e sento una fitta di dolore che mi trafigge le spalle. Quanto era sola la mamma. Si sedeva nell’armadio di Hamid e gli occhi le diventavano rossi. Sento ancora l’odore delle scarpe Kickers di Hamid che mi passava dopo averle annusate. Oppure mi ricordo che si stringeva al petto il suo rasoio elettrico e piangeva a dirotto per essersi arrabbiata con lui il giorno in cui l’aveva comprato. Mi chiedo come facesse papà a tenere il cuore sgombro da qualsiasi pensiero e a ignorare tutto durante quelle notti. Chiudeva la porta di camera sua, seppelliva la testa tra due cuscini e probabilmente si addormentava in un secondo.

Le donne erano rimaste fuori dalla stanza. Lo zio maggiore ha sfilato la pipa da sotto il materassino, l’ha tolta dal fodero, l’ha preparata, ci ha attaccato una pallina d’oppio e l’ha offerta a papà tendendo il cannello di legno di quercia verso di lui. Papà non era così volubile da cadere in quella tentazione. Gli ha detto che non fumava. Ha allungato una sigaretta sulle braci, se l’è accesa e ha appoggiato la schiena al muro senza dare nemmeno una boccata di fumo. Lo zio stava bruciacchiando un po’ d’oppio per fare il primo tiro, quando papà, ancora prima che qualcuno avesse l’occasione di aprire bocca, ha sentenziato: “Farkhondeh già lo sa. Non verrò né al cimitero né in moschea e non ho nemmeno soldi da sprecare per queste spese inutili”.

La sua fermezza non ammetteva repliche. Lo zio, amareggiato, ha posato le pinze e la pipa e gli ha risposto: “Però, fratello mio, tu sei un maestro, sei un signore, hai studiato. Ti rendi conto che hanno ritrovato la salma, lo capisci?”. Papà ha preso il pacchetto di sigarette e lo ha appoggiato davanti a lui fissan­dolo negli occhi. “Senti, questo è un pacchetto di Winston, questo ti do e questo rivoglio, punto”. Quindi, senza averla fumata, ha spento la sigaretta nella cenere del braciere e si è alzato. È stata l’ultima sigaretta che papà si è acceso. Da allora non ha più fumato.

La maggior parte dei soldati della quattordicesima divisione Imam Hossein era di Isfahan e le loro salme erano state distribuite tra i cimiteri nei dintorni della città. L’appuntamento era per le undici. Ciò nonostante, io, la mamma, gli zii, i vari parenti e più di altre mille persone eravamo arrivati lì per dare l’addio agli ottanta dispersi già dalle dieci di mattina e aspettavamo dietro al cancello di un capannone all’estremità del cimitero, ai piedi del monte Seyyed Mamad. Soffiava un vento gelido che ci penetrava nelle ossa dopo aver girato intorno all’altura. Ai tempi non si usava caricare le bare dei caduti su dei camion e portarle in processione per le strade della città. Avevano allestito una struttura temporanea all’entrata del cimitero e abbiamo scoperto che i corpi erano lì dentro dalla notte prima. Solo che non aprivano il portone. Tutti hanno aspettato mezz’ora sotto le telecamere, hanno assistito alla parata e ascoltato i discorsi, prima del sindaco e poi di questo e quell’altro, ma poi, quando il gelo si è sommato alla tensione dell’attesa, hanno perso la pazienza. In due o tre si sono precipitati a rompere la serratura del portone di ferro e il resto della folla si è riversato nel salone con l’impeto di un getto d’acqua quando aprono una diga. Il pianto e i gemiti riecheggiavano nel salone. Tutti correvano alla cieca. Calpestavamo terra battuta, ma la ressa aveva alzato un polverone che arrivava fino al tetto. Era il finimondo. Le bare avvolte nelle bandiere erano impilate a gruppi di sei. Tre in basso, due sopra e un’altra in cima. Ma il disastro era appena cominciato. I nomi sulle bare non erano in ordine alfabetico. Le persone erano costrette a fare avanti e indietro in un salone di tremila metri quadrati per trovare la bara dei loro cari. Decidere di non cercare la salma di mio fratello è stata l’unica cosa saggia che ho fatto in quel momento. Prima o poi ogni famiglia avrebbe trovato il proprio caro e piano piano la folla si sarebbe placata. Dovevo badare alla mamma.

La pelliccia di zibellino appesa al muro era bruciacchiata qua e là e da marroncina era diventata nera come la pece. Ho posato lo zaino accanto alla porta e ho chiamato papà. Nessuna risposta

In quel via vai ho visto arrivare mio cugino, ma con quel rumore non riuscivamo a parlarci. Ci ha preso per mano e ci ha portato da Hamid. Gli uomini di famiglia hanno tirato fuori la sua bara dalla seconda fila e l’hanno trasportata fino a un angolo meno affollato del salone recitando benedizioni. Solo in quel momento ho notato quant’era lunga la bara. Era di circa tre metri. La mamma ci si è buttata sopra in lacrime. Dopo un paio di minuti, l’hanno aiutata a staccarsi sollevandola per le braccia. Quindi abbiamo tolto la bandiera e aperto il coperchio. Sono rimasto di stucco. Sembrava uno di quegli scherzi ormai passati di moda per cui ti regalano un pacco enorme con dentro giusto un paio di calze o un accendino. La bara di tre metri conteneva solo un sudario bianco delle dimensioni di un neonato. Non arrivava neanche a mezzo metro. Gli zii hanno sciolto il nodo. C’erano un teschio, un perone, una tibia, due clavicole di cui una sana e una rotta, due avambracci di cui uno incrinato, una manciata di costole e vertebre, una falange, la catena con la piastrina di Hamid, un paio di mutande arancioni e basta. Il tutto non doveva pesare nemmeno un chilo. La mamma si è seduta dentro la bara. Ormai le sue lacrime erano un filo unico. Si è sdraiata sulle ossa impolverate, le ha sollevate e le ha riempite di baci una a una. Hanno lasciato che si sfogasse. Eravamo rimasti in piedi accanto a lei. Al suo pianto si univa il nostro e quello dell’intero salone. Dopo un quarto d’ora l’abbiamo fatta sedere in un angolo. Ognuno ha preso un osso, ci ha posato sopra il dito e ha recitato la prima sura del Corano. Dei resti di mio fratello, a me era rimasta la clavicola rotta. Mentre recitavo la sura ho strofinato il dito sui suoi bordi anneriti. Quando sono andati ad alzare la mamma, lei ha preso la piastrina di Hamid. Lo zio ha richiuso il sudario come un fagotto e ha ricoperto la bara con il coperchio. Siamo partiti per il cimitero ripetendo benedizioni per il Profeta e la sua famiglia. Non appena rialzata, la mamma si era appesa la piastrina al collo sopra il chador.

Siamo arrivati a casa nel pomeriggio. Papà non c’era. Non è rientrato neanche la sera. Non si è presentato neppure due giorni dopo per la cerimonia in moschea. Si è rifatto vivo solo dopo la cerimonia del settimo giorno. Eravamo appena tornati a casa dal cimitero. Non era da solo, aveva con sé un cucciolo di sciacallo in una gabbia e teneva un berretto appeso alla spalla. Se n’è andato sul terrazzo senza chiederci com’erano andate le cose. Come se fosse tutto normale. Mi ha fatto paura. Mi sono affacciato alla finestra. Si era portato la scatola delle medicine. Ha preso una fiala di penicillina, ci ha versato un po’ d’acqua distillata e l’ha agitata vigorosamente. Ha fatto uscire il cucciolo di sciacallo, gli ha sollevato la zampa fasciata, ha aperto le bende, ha imbevuto del cotone con la soluzione, ha tamponato la ferita, l’ha richiusa e ha rimesso il cucciolo nella gabbia. Ogni giorno gli dava un pezzo di carne cruda e lo medicava. Dieci giorni dopo, quando l’animale è guarito, l’ha portato via. Più avanti, quando ha cominciato ad assentarsi ogni mese, abbiamo scoperto che era diventato un cacciatore. Addirittura, una volta è uscito di casa tre giorni prima della festa del Nowruz ed è tornato più di due settimane dopo, quando ormai le festività erano finite. Qualche mese dopo mi ha portato con sé e da quel giorno ho cominciato a odiare la caccia. Pensavo spesso a papà. A come quell’uomo, di giorno in giorno, si stesse trasformando in un essere brutale. Stava diventando così anche con la mamma. Al contrario di lui, che non aveva mai chiesto del funerale a nessuno tra parenti e vicini, si era completamente arresa alla realtà dei fatti. Aveva preso le foto del figlio che erano sulla tessera della piscina e della biblioteca e una dove suonava il tombak in campagna nel tredicesimo giorno di capodanno, le aveva fatte ingrandire e le aveva appese in tutta la casa. E dopo cinque anni recitava ancora l’Aprente per la beatitudine della sua anima quando entrava in una stanza. Era ovvio che prima o poi quel lupo avrebbe cominciato a odiare la sua femmina.

La polvere dei miei due anni di assenza si era annidata tra le lenzuola del mio letto. Non appena ho aperto gli occhi, ho sentito di essermi raffreddato. Però non era stato il bruciore alla gola a svegliarmi, ma il baccano che stava facendo papà in cucina.

Ho detto: “Vestiti che andiamo dal dottore”.

A volte ancora adesso, per esempio mentre sto facendo una passeggiata, i singhiozzi disperati della mamma, che aveva pianto tutta la notte, mi rimbombano nella testa all’improvviso e sento una fitta di dolore che mi trafigge le spalle

“Perché?”.

“Fai i suffumigi perché stai male? Hai qualche problema ai polmoni? Non riesci a respirare? O cosa?”.

Ha appoggiato il bollitore capovolto sullo scolapiatti e ha chiuso l’acqua. Ha risposto: “Vestiti tu, che abbiamo cose più importanti da fare”.

Gli ho chiesto: “Non è che hai ripreso a fumare?”.

Siamo saliti in macchina. Al semaforo di via Tayeb, ho scorso un guizzo di anzianità nei suoi occhi. Un vecchio che aveva concluso un lavoro dopo tanto tempo. Mentre ero intento a decifrare quel suo atteggiamento, siamo arrivati in fondo a via Masjed Seyyed, ma invece di svoltare in via Panj-e Ramezan è entrato direttamente in autostrada. Gli ho detto: “Perché vai di qui?”.

“Dobbiamo arrivare su prima che faccia buio”.

“Cosa? Su dove?”.

Da come gesticolava e alzava le sopracciglia, avevo capito. Ho protestato: “Fammi scendere. Non mi va di accompagnarti in queste tue stronzate!”. Lui ha allungato la mano sotto il sedile, ha tirato fuori il suo fucile avvolto in mille stracci e ha detto: “Ho appena rinnovato il permesso”. “Al massimo questo fucile lo posso prendere in eredità”, gli ho fatto. Ha inserito la marcia e ha pigiato l’acceleratore. “Ho tutto nel bagagliaio”. Ho replicato: “Fammi scendere. Lo sai che va sempre meglio quando non ti do retta”. Era inutile. Chi poteva conoscere i suoi modi testardi meglio di me? Alla fine faceva quello che voleva. Non ho più detto niente. Cosa potevo dire a un padre che rimette per la prima volta il naso fuori di casa dopo mesi?

Non mi capacitavo che papà, dopo tutti quegli anni passati quasi senza uscire, fosse in grado di portarmi in montagna durante quel tramonto. Anche se c’era ancora il sole nel cielo, la luna era già sorta. Abbiamo percorso tutta la strada in macchina fino al pendio. Era una strada sterrata. Quando siamo arrivati, delle grandi nuvole color perla gravitavano sopra la campagna. Mentre scaricavamo l’attrezzatura ho guardato la montagna. L’aria pulita era sempre rigenerante. Il vento s’infilava tra l’umidità delle nuvole e ci avvolgeva danzandoci tra le gambe.

“Non potevamo partire di mattina presto?”.

“Le prede escono prima del sorgere del sole, non avremmo potuto fare questa strada al buio”. Ha appoggiato per terra il fornelletto da campeggio e indicando una casetta di legno in mezzo alla campagna, ha detto: “Dobbiamo andare lì”. Poi mi ha passato una stuoia e il sacco a pelo. Gli ho chiesto: “Tu come fai a venire?”.

“Perché? Che problema avrei?”.

“Riesci? Non ti manca il fiato?”.

Ha fatto uscire il cucciolo di sciacallo, gli ha sollevato la zampa fasciata, ha aperto le bende, ha imbevuto del cotone con la soluzione, ha tamponato la ferita, l’ha richiusa e ha rimesso il cucciolo nella gabbia. Ogni giorno gli dava un pezzo di carne cruda e lo medicava. Dieci giorni dopo, quando l’animale è guarito, l’ha portato via

Ha annuito, si è caricato in spalla il fucile e si è incamminato con il fornelletto in una mano e il cesto nell’altra. Mi sono messo lo zaino in spalla anch’io, ho imbracciato il fagotto e gli sono andato dietro. Ci abbiamo messo dieci minuti per arrivare. Avevano già mietuto i campi, ma qua e là si vedevano ancora delle spighe di grano che non erano state raccolte. Io avevo il fiatone, papà invece non aveva fatto nemmeno un sospiro.

La casetta di cui parlava era un fienile. Sul tetto c’era uno spaventapasseri e dentro c’erano montagne di grano macinato grossolanamente e balle di fieno pronte per il trasporto. Quando papà si è messo a bollire una scatoletta di tonno in un pentolino con poca acqua, ormai era notte. Abbiamo usato le coperte come cuscini, mentre per coprirci è bastata la paglia. Eravamo comodi come bambini in fasce. Una brezza leggera aveva spazzato via le nuvole e dalla finestra si potevano ammirare le stelle, che erano vicinissime. Ho detto: “Ora che i tuoi amici non ti accompagnano più, perché non ci vieni da solo?”.

“Ho continuato a venirci per un anno, poi ho smesso, cioè, ho avuto paura, mi sono spaventato”.

Ho liberato la mano da sotto la coperta e mi sono girato nella paglia verso di lui. Gli ho detto: “Hai avuto paura di questo posto?”.

“No, ho avuto paura di me stesso. Una volta, mentre stavo dando la caccia a una preda, un uccello grande quanto un grifone ha preso a inseguirmi. Aveva l’ala che era grande quanto questa capanna. Ho provato a sparargli, ma non riuscivo a prenderlo. Mi scapicollavo giù dalla montagna e lui m’inseguiva. Sono entrato nella capanna e me lo sono ritrovato che mi volava sopra la testa”.

Quando papà si è messo a bollire una scatoletta di tonno in un pentolino con poca acqua, ormai era notte. Abbiamo usato le coperte come cuscini, mentre per coprirci è bastata la paglia. Eravamo comodi come bambini in fasce

Adesso aveva gli occhi spalancati che brillavano per l’emozione. Mi veniva da fare lo stupido. Sono scoppiato a ridere: “Ma che cavolo dici? Il grifone non esiste, è una leggenda”.

“Guarda che non mento, sono tornato la settimana dopo e la mattina presto è ricomparso. Teneva un osso nel becco e mi volteggiava proprio sopra la testa. Il battito delle sue ali era così forte che mi ha sbattuto a terra. Ho fatto passare due mesi prima di tornarci un’altra volta, e si è ripetuta ancora la stessa scena. Sono tornato a casa e mi sono addormentato, ma mi ha inseguito anche nel sonno. Non sono più venuto a caccia fino a oggi, è una settimana che lo sogno tutte le notti”.

Avevo ancora una mezza risata sulle labbra. “Hai pensato che se mi portavi con te l’avresti preso?”.

È uscito arrancando da sotto la paglia. Ha recuperato lo zaino e ha tirato fuori la borraccia. Si è affacciato alla finestra e l’ha bevuta tutto d’un fiato. Alla luce della luna, il pomo d’Adamo gli s’illuminava a intermittenza a ogni sorso. Ha detto: “Nel sogno non importa dove sono, lui viene sempre a volteggiarmi sopra la testa. Prima sale, vola altissimo in cielo e poi scende e si siede a cinque metri da me. Poi fa cadere dal becco un osso rotto e annerito, grande quanto la larghezza delle tue spalle, e di nuovo vola via. Appena provo a prendere l’osso sento che mi manca il fiato e non riesco più a respirare”. Di colpo, a quelle parole ho sudato freddo. C’era un dettaglio nel suo racconto che non potevo ignorare. Cosa significava quell’osso rotto e annerito? Cosa dovevo dirgli? Era un segno per me? Avrei dovuto svelargli quel mistero che aveva tenuto nascosto a se stesso per anni? Avrei dovuto dire qualcosa tipo: “Non avere paura, forse non è l’osso di uno sconosciuto”? No, non ce la facevo, non avevo la forza di dirglielo. E allora ho detto: “Non hanno funzionato neanche i suffumigi?”.

Lui si è ricoricato nel fieno senza guardarmi, come se fosse posseduto. Non ha detto niente. Se la paglia non si muoveva, avrei detto che era stata la mano di uno spirito a uscire dalla coperta per coprirgli il collo e la testa. Non era la stessa persona di prima. Mi dava le spalle e non saprei dire se abbia chiuso occhio fino al mattino.

Mi ha svegliato alle cinque. Aveva già riempito il thermos di acqua calda. Siamo usciti con il cannocchiale, il fucile e le altre attrezzature. Il biancore della tarda notte non era ancora sfumato nel rossore dell’alba. Ha acceso la torcia. Siamo saliti fino a un orrido in mezzo alla montagna, un sasso dopo l’altro, e lì ci siamo acquattati. Sorgendo, il sole ha inondato la campagna e una piccola nuvola all’orizzonte. Per le prime due ore, papà non ha lasciato il cannocchiale un secondo e ha tenuto d’occhio le colline e gli alberi dal pendio alla cima senza un attimo di pausa. Poi, quando si è stancato, me l’ha passato. Ci ho giocato per una mezz’oretta anch’io, poi sono tornato a dormire nel fienile.

Quando mi sono svegliato in mezzo alla paglia erano le quattro del pomeriggio. Non mi ero accorto di quanto avessi dormito. Papà non era ancora tornato. Mi sono preoccupato. Mi sono alzato e sono uscito. Ho guardato tra le montagne. Non si vedeva niente, allora mi sono incamminato. Ho girato intorno a una collina e sono arrivato all’orrido. Non c’erano tracce né di papà né delle attrezzature. Ho cercato nei dintorni, ma non ho trovato niente. Mi sono seduto su una roccia rivolto alla campagna. Le foglie degli alberi sotto la luce obliqua del tardo pomeriggio erano cariche di colori. “È sempre papà”, mi sono detto, “ovunque sia, prima o poi ritorna”. Dietro una grande nuvola in cielo volava uno stormo di uccelli migratori.

Arash Sadeghbeigi
è nato a Isfahan nel 1982 e vive a Teheran. Giornalista e scrittore, ha pubblicato libri per ragazzi e due raccolte di racconti. Questo racconto è uscito sulla rivista Dastan, con il titolo Dovidan dar khab . La traduzione è di Harir Sherkat e Giacomo Longhi.

Questo articolo è uscito sul numero 1441 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati