Nessun capello, e neanche un pelo. Guance smorte, labbra pallide. Incorniciati da una fronte quasi trasparente, due occhi neri in cui si leggono la paura e altri sentimenti misti. Al tempo del coronavirus, São Paulo ha il volto di Bruno Covas, il sindaco che si batte per la sua città e per la propria vita, malato di tumore all’apparato digerente a soli quarant’anni. Anche qui la “guerra” al virus è dichiarata. Il sindaco ha trasformato il municipio in un bunker e ha piazzato il suo letto nell’ufficio al quinto piano dell’imponente Edifício Matarazzo, costruito in stile razionalista nel 1939. Bottiglie d’acqua, gel idroalcolico, faldoni, poltrone in pelle, un attaccapanni. L’accampamento nella grande sala grigia è spoglio e c’è un’atmosfera da fine del mondo.

La salute del sindaco è fragile, va evitato ogni contatto. Molti lo davano per spacciato già qualche mese fa. “All’inizio volevo essere in ufficio ventiquattr’ore su ventiquattro”, ricorda Covas al telefono. È proprio nel suo ufficio che il 7 aprile ha festeggiato quarant’anni. Ed è sempre lì che ha pianto sua nonna Lila, morta il 21 marzo a 87 anni. Il tutto da solo, o quasi. A fargli compagnia qualche oggetto religioso appoggiato su un tavolino. “Sono regali. Vegliano su di me nelle due battaglie che conduco, quella privata e quella pubblica”, confida. Risultato negativo al tampone per il covid-19, Bruno Covas esce dal municipio solo per le conferenze stampa o per veloci visite mirate. Una volta ogni due settimane va in ospedale per una seduta d’immunoterapia contro le metastasi. “L’immunoterapia rafforza le mie difese e non mi sento stanco. Secondo i medici, non faccio parte del gruppo a rischio”, assicura. Il cognome che porta sembra averlo predestinato al dramma. Covas in portoghese significa “sepolture”, o “fosse”. Nei cimiteri di São Paulo, epicentro della pandemia in Brasile, di fosse ne vengono scavate e riempite a decine: ufficialmente il 30 aprile le vittime di covid-19 in città erano 2.247. Numeri decisamente sottovalutati: anche in Brasile infatti le autorità locali sono piene di lavoro e faticano a quantificare i decessi legati al coronavirus. Il picco della pandemia è atteso nei prossimi giorni. Quante vittime ci saranno a São Paulo? Diecimila? Ventimila? Trentamila? Nessuno lo sa.

In questa crisi, la città è vittima della propria identità: la “New York del Brasile”, capitale economica dell’America Latina, ospita il più grande aeroporto internazionale della regione, una massiccia comunità asiatica e la più consistente diaspora italiana urbana del mondo (un abitante di São Paulo su due discenderebbe da migranti italiani). Quindi non c’è da meravigliarsi se il 25 febbraio il primo caso di paziente positivo al covid-19 di tutta l’America Latina è stato trovato qui. Da allora, la morte si aggira come un minotauro silenzioso nel labirinto di cemento della città. Dodici milioni di abitanti (più dell’intero Portogallo), circa 122 miliardi di euro di prodotto interno lordo (come il Marocco), sei milioni di automobili, 120mila dipendenti pubblici, 50mila bar e ristoranti, 33mila taxi, 400 elicotteri, 450 teatri e cinema, 150 musei, undici stadi di calcio. Come isolare un mostro simile?

Il 24 marzo, con un discorso alla Winston Churchill, il sindaco ha implorato i suoi cittadini di “stare a casa”, parlando di “sacrifici inevitabili” . Da allora è stato dichiarato lo stato di emergenza: le scuole, i parchi, i luoghi culturali e i negozi non essenziali sono stati chiusi. Il comune ha annunciato l’acquisto di 3,4 milioni di mascherine e di 1,3 milioni di tamponi, oltre alla creazione di 933 posti letto per la terapia intensiva (da aggiungere ai cinquemila già esistenti) e di due ospedali da campo, di cui uno nel mitico stadio Pacaembu.

Un politico vecchia maniera

Queste iniziative non sono piaciute al presidente Jair Bolsonaro, “coronascettico” convinto, che invoca un ritorno alla normalità e accusa Covas di “sensazionalismo”. Ma il sindaco non si lascia intimorire. Resta fedele al motto della città, Non ducor, duco, non sono guidato, guido. “La posizione del presidente è scandalosa. Il mondo è preoccupato e lui fa propaganda. Nessuno è felice di dover chiudere scuole e negozi”, insiste.

Covas rappresenta tutto quello che Bolsonaro odia: un politico vecchia maniera, un uomo di buona famiglia. Covas è il nipote di Mário Covas, gigante della politica locale, ex deputato, sindaco, senatore e governatore di São Paulo. Iscritto a giurisprudenza, a 18 anni Bruno si è unito al Partito della socialdemocrazia brasiliana (Psdb), fondato dal nonno, e ha fatto tutta la gavetta. “Non è una cicogna che mi ha portato fin qui, ma un tucano”, ha detto in passato riferendosi all’uccello simbolo del partito. Nel 2016 è stato eletto vicesindaco della città in coppia con l’uomo d’affari di destra João Doria, che gli ha ceduto il posto nel 2018, quando è diventato governatore dello stato di São Paulo.

Biografia

1980 Nasce a Santos, in Brasile.

1998 Entra in politica.

2016 È eletto vicesindaco di São Paulo con João Doria. Nel 2018, quando Doria diventa governatore dello stato, assume la carica di primo cittadino.


Una volta sindaco, Covas ha subìto una metamorfosi: obeso e sciatto prima, ha perso venti chili in sei mesi grazie a una dieta a base di tè al limone e noci. Ha archiviato cravatte e completi per fare spazio a una barba lunga e a un look mocassino-jeans-camicia fuori dai pantaloni.

Divorziato e padre di un figlio di 14 anni, fan dei Metallica e degli Ac/Dc, Covas incarna la gioventù paulista liberale, moderata e alla moda, ostile a Bolsonaro. Attento alle minoranze e ai temi dell’ambiente, ha modernizzato la flotta di autobus inquinanti, ha partecipato al gay pride e a gennaio ha organizzato un festival che presentava spettacoli critici nei confronti dell’estrema destra di Bolsonaro. “São Paulo è la città simbolo della lotta per la democrazia”, dichiara. “Covas non è più un ‘figlio di’ o un personaggio di secondo piano, ma uno dei rari politici che ci sono in Brasile. È un ottimo comunicatore, in particolare in tempo di crisi”, dice il politologo Marco Antônio Teixeira. Covas non ha esitato a dichiarare pubblicamente la sua malattia, scoperta a ottobre del 2019. E ha posato di fronte alle telecamere dal letto di ospedale. “In quella fase ha ottenuto un largo consenso”, aggiunge Teixeira.

Nella guerra contro il cancro ha vinto alcune battaglie – i tumori allo stomaco e al fegato sono spariti – ma restano le metastasi ai linfonodi. E le vittorie contro la pandemia? A São Paulo l’isolamento non è obbligatorio e solo un abitante su due si è chiuso in casa. “Abbiamo dichiarato presto lo stato di emergenza. Ma le persone fanno fatica a capire la gravità della crisi”, dice Covas, che vorrebbe chiudere anche strade e piazze, o sollecitare la polizia a fare multe. Ma sulla sua gestione della crisi ci sono già le prime critiche. Mentre la pandemia avanza, molti ospedali pubblici sono saturi. Il comune ha consegnato solo la metà dei letti promessi per la terapia intensiva. In assenza di guanti e mascherine, a volte gli infermieri sono costretti a proteggersi con i sacchetti della spazzatura. Alla crisi sanitaria si aggiunge il dramma finanziario a cui il sindaco fatica a rispondere. Secondo i sindacati del settore, il 10 per cento dei ristoranti e dei bar potrebbe chiudere definitivamente, generando 30mila disoccupati.

La situazione è critica per i due milioni di abitanti di São Paulo che vivono nelle favelas, e ancora di più per i 24mila senza fissa dimora, per i quali non è previsto nessun piano di emergenza. Centinaia di tossicodipendenti sono accampati nella cosiddetta Cracolândia, un mercato di crack all’aperto, in centro. Secondo Maria Angélica Comis, responsabile dell’ong É de Lei, il comune ha consegnato tardi i distributori d’acqua, dimenticando il sapone. “A Covas manca la volontà politica di aiutare i più deboli”, dice. Le sfide sono tante e il tempo stringe.

Quando vuole prendere un po’ d’aria, Bruno Covas sale all’ultimo piano del palazzo del comune, dov’è stato allestito un piccolo giardino. “Ci vado la mattina per rilassarmi o a fine giornata”, racconta. Da questa crisi nascerà una nuova São Paulo? Un nuovo Covas? A ottobre sono previste le elezioni municipali. Se si svolgeranno e se le condizioni fisiche glielo permetteranno, Bruno Covas si ricandiderà. “È difficile, brancoliamo nel buio”, ammette, riferendosi alla sua città e al suo corpo. Come se entrambi, ormai, fossero una cosa sola. ◆ cp

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Questo articolo è uscito sul numero 1357 di Internazionale, a pagina 66. Compra questo numero | Abbonati