Gli esseri umani sono gli unici primati ad avere il mento, e da tempo i biologi si chiedono come mai abbiamo sviluppato questo tratto caratteristico. Secondo un nuovo studio sull’anatomia della testa degli umani e delle scimmie antropomorfe, è probabile che il mento non sia comparso per un motivo preciso, ma come effetto collaterale di altri cambiamenti dovuti alla selezione naturale.
“L’idea dell’evoluzione ‘intenzionale’, in base a cui ogni tratto che distingue in modo significativo le specie è stato determinato dalla selezione naturale per uno scopo preciso, è inesatta”, dice Noreen von Cramon-Taubadel dell’università di Buffalo, negli Stati Uniti. “Spesso l’evoluzione è più caotica di quanto si pensi”.
Il mento è una proiezione ossea della mandibola che si estende oltre i denti inferiori. Perfino tra i nostri parenti più stretti nessun’altra specie ce l’ha, quindi è stato usato come tratto distintivo per identificare l’Homo sapiens, ma il motivo per cui si è evoluto resta un mistero.
Alcuni ipotizzano che forse riduce la sollecitazione della mandibola durante la masticazione o contribuisce alla capacità di formare le parole. Altri sono convinti che rientri nell’ambito della selezione sessuale e che gli individui preferissero accoppiarsi con chi aveva questo tratto particolare. Altri ancora dubitano che il mento abbia uno scopo e sospettano che la protrusione ossea si sia evoluta in maniera casuale durante la trasformazione del cranio e della mandibola.
Von Cramon-Taubadel e i suoi colleghi invece hanno immaginato che la sua comparsa fosse il risultato di una deriva genetica, in sostanza una semplice casualità evolutiva. Per verificarlo hanno esaminato 532 crani di umani e di altre 14 specie e sottospecie di scimmie antropomorfe – tra cui scimpanzé, bonobo, gorilla, oranghi e gibboni – conservati nei musei, misurando 46 distanze tra elementi anatomici della testa e della mandibola, e hanno inquadrato i risultati in un albero filogenetico. Dopo aver calcolato la probabile forma di testa e mandibola dell’ultimo antenato comune agli esseri umani e alle scimmie antropomorfe, hanno usato un modello genetico quantitativo standard per testare se i cambiamenti di ogni ramo fossero maggiori o minori del previsto in un contesto di modifiche casuali.
Così hanno scoperto che tre tratti umani collegati al mento potrebbero essere stati selezionati direttamente (vale a dire che avevano un effetto abbastanza favorevole da incidere sull’evoluzione) mentre gli altri sei sembravano elementi non influenzati dalla selezione o semplici sottoprodotti dell’evoluzione di altri tratti.
Archi e pennacchi
Via via che i nostri antenati hanno assunto una posizione più eretta, la base del cranio ha subìto una flessione e la faccia si è allineata alla scatola cranica invece di sporgere in avanti, spiega von Cramon-Taubadel. Nel frattempo la crescita del cervello e i cambiamenti nell’alimentazione hanno ridotto la necessità di avere incisivi grandi e muscoli della masticazione potenti, rimpicciolendo la mandibola.
Con il tempo le ossa della mascella superiore sono arretrate lasciando sporgere quella inferiore oltre i denti. Il mento, quindi, sembra la conseguenza dell’evoluzione della postura eretta, di una testa più grande e di denti più piccoli, segno di come la selezione di una parte del corpo possa avere effetti a catena su altre, aggiunge von Cramon-Taubadel.
A volte simili effetti collaterali dell’evoluzione sono chiamati pennacchi (spandrel), un termine preso dall’architettura che indica gli spazi creati come conseguenza di altri elementi, per esempio gli archi. È stato ipotizzato che appartengano a questa categoria anche l’ombelico umano e i minuscoli arti superiori del Tyrannosaurus rex.
Lo studio evidenzia la forte integrazione di cranio e mandibola in un unico apparato, per cui quando la selezione naturale ne altera una parte possono cambiarne altre, dice James DiFrisco del Francis Crick institute di Londra. “Anche se una cosa visibile come il mento sembra un tratto distinto, non significa che si sia evoluto in maniera autonoma”, spiega. ◆ sdf
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Questo articolo è uscito sul numero 1654 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati