Poco tempo fa ho visto un bambino lamentarsi perché non gli piaceva il succo di frutta. La madre per farglielo bere gli ha “alterato i sapori”: gli ha fatto mangiare qualcosa di diverso, così il gusto del succo sarebbe stato più buono.

Non ho mai pensato al modo in cui ascoltare un disco possa alterare l’esperienza di quello successivo. All’artista in questione la cosa farà orrore, ma prima di mettere Rimorso di Mai Mai Mai ho messo su Disintegration dei Cure (per via di un sondaggio su Twitter: “Qual è il disco degli anni ottanta che avete ascoltato di più?”, o forse per l’inconscia cupezza assolutoria di tutti e due i titoli). Non so dire che effetto abbia avuto, se non il sollievo di sentire quanto è articolata la mia grammatica del buio oggi rispetto all’adolescenza.

Per visualizzare questo contenuto, accetta i cookie di tipo marketing.

Rimorso è un disco infinito, ogni brano ha la struttura di una stanza degli specchi dentro un labirinto, capace di produrre una follia generativa e sensuale – per nulla androgina e secca come da gotico inglese, trattandosi di gotico meridionale/mediterraneo – che non soccombe alla retorica dei ragni schiacciati: ormai di quei ragni non restano neanche gli umori spappolati sul pavimento, sono stati “lavati” via dai bordoni rumorosi come calabroni nel Secondo coro delle lavandaie (con Maria Violenza) e Sind (con Farualla & Ars Ludi), dove il dialetto diventa una lingua posseduta e plastica senza pretese di fedeltà alla linea: come molti teorici acuti, Mai Mai Mai ci ricorda che la purezza negli ambiti subalterni è stata spesso una fantasia dell’ordine dominante, e che la prima vita può essere quella artificiale. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1459 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati