Di essere entrata in un’altra fase della vita me ne rendo conto da alcune domande inedite: se vedo un documentario sulla seta cinese in cui si compiange la scomparsa del ricamo artigianale, penso al corpo vessato di chi ha prodotto quella bellezza più che alla sopravvivenza del formato. Se vedo il 10 perfetto di Nadia Comaneci alle Olimpiadi, mi fisso sulla fatica degli allenamenti più che sulla perfezione del risultato. Probabilmente il post punk è stato il primo genere ad attirarmi per davvero perché conteneva una critica implicita al costo del bello, spaccava la poesia in ossa, giunture, materiali. Tuttavia ci sono artisti che riescono a fare una sintesi più sinuosa di questi argomenti, presentandoci il costo di una crescita con delicatezza.

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Succede in Anguille dei Comaneci, la band di Ravenna formata da Francesca Amati, Glauco Salvo e Simone Cavina. Come la ginnasta da cui prendono il nome e l’animale a cui hanno intestato il nuovo album, i Comaneci si muovono tra il mistero e la grazia. In pezzi come Little girl, The tongue e la marziale Listen prendono l’inquietudine del corpo e la espongono alla meditazione dell’alt-folk statunitense, trovando una via di mezzo tra Lisa Germano e i Big Thief, passando dalla dolcezza cupa dei dischi folk di Michael Gira per arrivare alla sorpresa di Loss of gravity con Tim Rutili dei Califone. Un disco semplice e ispirato che arriva d’autunno e già si impone tra gli album più belli di questo 2022 per la sua capacità di mettere in pace con una perfezione che non dura, e non vale. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1486 di Internazionale, a pagina 106. Compra questo numero | Abbonati