Bello e inevitabile il titolo del nuovo tomo di Simon Reynolds a ventun anni di distanza dal semi-biblico Postpunk 1978-1984. Si chiama Still in a dream: shoegaze, slackers and the reinvention of rock, 1984-1994 (White Rabbit Books). In un’intervista rilasciata a The Quietus, Reynolds spiega che al di là dell’ossessione per la trama e la distorsione della chitarra, a legare le band raccontate nel libro – dai My Bloody Valentine ai Pavement passando per i Sonic Youth – è la duplice idea del “sognatore e del perdente”. Non erano gruppi di fancazzisti, dato che si sono sbattuti molto per creare dei suoni e un pubblico che potesse riceverli, ma band fatte da gente che non voleva lavorare ed era contenta di organizzare la propria esistenza attorno a un’idea abbastanza monocratica di estetica. Quella generazione, che si è riverberata fino a quella nata proprio tra il 1984 e i primi anni novanta, è stata l’ultima a nutrire una certa ossessione per la fedeltà alla linea, per un rigore formale che andava preservato sia dalla svalutazione culturale sia dal vendersi al miglior offerente. Una tenaglia stretta, che forse proprio oggi che ha perso quella dogmaticità crea degli spazi in cui viversi un’eredità con maggiore gioia. È il caso degli Angel Names, che nel disco omonimo decidono di giocare sull’armonizzazione e la sfida notturna tra le due voci di Chiara Amalia Bernardini e Nicola Mora, alleggerendo il peso che sia i perdenti sia i sognatori si portano sulle spalle. E forse qui la malinconia è proprio quella: la nudità al risveglio, il cosa pensare e decidere a cose ormai perdute. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1669 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati




