Insomma, per noi innamorati dei film in versione originale, Netflix, più di altre piattaforme, è Babele con i sottotitoli. Ogni sera, quando saltabecchiamo da un film all’altro in cerca di quello buono, voci di norvegesi cacciano via voci di finlandesi, il coreano urta contro l’ebraico, il lettone si accavalla allo swahili, eccetera. I linguaggi di mondi socioeconomici distanti, e tuttavia simili nello sfarzo e nelle miserie, si affollano nel nostro padiglione auricolare mentre l’occhio corre alla scritta in italiano a piè di immagine. Nel cervello lettura e suoni – che so – di voci giapponesi o polacche si fondono. L’occhio vede i sottotitoli, le voci straniere diventano comprensibili. Presto pare non di leggere ma – miracolo – di parlare e capire tutte le lingue come gli apostoli visitati dallo spirito santo. Naturalmente è un’illusione, una grande illusione. Che in quanto tale svanisce presto e arrivano i dubbi. Non è che i film, ormai, più che vederli li occhieggiamo e perciò, appena visti, li dimentichiamo? Non è che, a forza di leggere credendo di ascoltare, l’orecchio si debilita e presto, se uno ci parla, capiremo ciò che ci dice solo se ce lo scrive su un foglio? Sarà per questo che, quando vediamo-ascoltiamo film italiani, non capiamo e pensiamo: sarà colpa del dialetto, sarà colpa della presa diretta, meglio i film di Clint, ora mi aiuto con i sottotitoli?

Questo articolo è uscito sul numero 1440 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati