Più passa il tempo, più la smorfia di Magua diventa potente. Chi è Magua? All’origine è il cattivo di L’ultimo dei Mohicani (1826), romanzo di James Fenimore Cooper. Poi dal libro salta al cinema e di film in film attraversa tutto il novecento fino a dare il meglio di sé in L’ultimo dei Mohicani (1992) di Michael Mann. Mann in linea di massima si lascia il libro alle spalle e va per i fatti suoi. Mostra che inglesi e francesi si fanno la guerra nel modo più disonesto, che gli assedi si risolvono a cannonate, che i corridoi umanitari sono inaffidabili, che coloni e nativi sono solo pedine nel gioco di guerra tra Inghilterra e Francia. Ma il film non va ricordato per questo. Memorabile è piuttosto come i corpi, all’inseguimento e inseguiti, attraversano lo schermo con una straordinaria energia vitale, tanto che lo spettatore, a osservarne la scia per boschi, sentieri, corsi d’acqua, sente da subito quale sperpero sarebbe se quella energia fosse cancellata bruscamente, ottusamente, dando la morte. E qui arriviamo al punto. Il sentimento di disgustoso sciupio non è affidato ai buoni, ma al cattivo, a Magua, l’urone guastato dalle sue stesse comprensibili ragioni, che, interpretato dal grande Wes Studi, nel finale, mentre affonda il coltello sotto i nostri occhi, avrà una smorfia sorprendente di ribrezzo. Sono pochi secondi da vedere o rivedere. Uccidere fa schifo.

Questo articolo è uscito sul numero 1462 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati