Oggi il titolo di scrittore è molto ambito. La parola è ormai una meta per chiunque metta in volume una qualche sua esperienza, possibilmente con andamento narrativo. Si può scrivere da anni sui giornali, si possono produrre saggi di ottima qualità scientifica, ma ci vuole quel tipo di libro per guadagnarsi la didascalia televisiva: “giornalista e scrittore”, “neuroscienziato e scrittore”, “giurista e scrittore” eccetera. Una volta non era così. Se uno era matematico era matematico, e se per hobby scriveva fantascienza un po’ si vergognava. Quanto ai rari scrittori di fama, si tenevano stretto il loro titolo. Puntavano, certo, allo statuto di giornalisti ben remunerati, ma si definivano scrittori e basta. Il mondo nuovo ha cambiato le carte in tavola. La scrittura con ambizioni letterarie è oggi la ciliegina sulla torta di prestigiose carriere nei più svariati settori. E anche solo laurearsi narratore, pensionarsi per scrivere, trovare un momento nella folla delle fatiche quotidiane per buttar giù qualche rigo, è idealmente di maggior soddisfazione che la laurea in medicina, una bella liquidazione, una passeggiata. Com’è successo? Cercare ragioni è lungo e complicato. Diciamo solo che si tratta di una buona cosa: significa che, contro tutte le previsioni catastrofiche, l’aura della scrittura ha resistito e far letteratura è diventata un’aspirazione di massa.

Questo articolo è uscito sul numero 1467 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati