Si sa che a qualsiasi professionista che abbia acquistato un pubblico con lo spettacolo o la politica o i giornali, l’editoria non esita a proporre una sortita in campo letterario. Così persone che hanno già buona fama nei settori più disparati, provano a guadagnarsi la gloria anche in prosa e in versi. Il congegno è facile: il pubblico già c’è, conquistato per altri meriti, e l’editore prova a spostarlo sul libro. Ma come la mettiamo con i molti altri che vogliono eternarsi con la scrittura? Chi può si fa seppellire nelle piramidi e chi non può sotto la sabbia del deserto? Perché i politici, i giornalisti, i conduttori televisivi, le star possono fare letteratura nel generale consenso, o comunque senza troppo dissenso, e ogni altra categoria lavorativa, e anche i disoccupati, no? Scriviamo dunque tutti, se ne abbiamo voglia, è bello scrivere. Ma pubblicare? Anche, perché no. Le tecniche odierne permettono di farlo a bassissimo costo, e niente carta, ci sono i supporti elettronici. L’unico problema sono i lettori. La scrittura è di massa, la lettura è sempre più per pochi, quasi un segno di distinzione. Sicché, in caso di insuccesso, attenzione a non passare dalla parte delle persone fini che, da quando è stata inventata la scrittura, dicono: scrive troppa gente senza un briciolo di talento. Impariamo ad accontentarci del consenso in famiglia e tra gli amici.

Questo articolo è uscito sul numero 1470 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati