I libri italiani letti da un corrispondente straniero. Questa settimana la freelance norvegese Eva-Kristin Urestad Pedersen.

A un certo punto, leggendo Quchi. Quello che ho ingoiato, ho quasi perso il filo. Non è colpa mia. Il filo gira e gira, si avvolge come un pitone intorno a quello che succede nella vita di Carla, la protagonista, e la vita di Carla, a sua volta, non segue una linea dritta. Non è una storia con un inizio e una fine e una serie di eventi che si mettono in ordine tra quei due punti di riferimento. Anzi, è composta di eventi e circostanze che non hanno sempre un senso. Ecco perché perdere il filo è abbastanza facile. Forse anche Carla l’ha perso. La capisco bene, sento di avere tante cose in comune con lei. Abita all’estero, vive dalla sua scrittura e ha un rapporto complicato con il suo paese d’origine. Ma Carla a un certo punto non ce la fa più a cercare di adattarsi. Arriva perfino a non riuscire a parlare altre lingue che non siano la sua, l’italiano. Carla non ce la fa a sforzarsi di appartenere alla California. Non ci prova più, ma non sa perché. Del resto, capire le motivazioni delle nostre scelte e individuare il vero perché di tutti i nostri piccoli traumi – cioè di tutto quello che abbiamo dovuto mandare giù nella vita – non è facile, anzi. E quindi nella vita, come nel romanzo che la rispecchia, è piuttosto facile perdere il filo ogni tanto. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1478 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati