Una mano di donna con la manicure. Un uomo disteso vicino alla sua bicicletta. Una testa di donna vicino ad altri resti nella fossa comune dove hanno cercato di dare fuoco ai cadaveri. Un nastro trasparente o una fascia con cui sono legate le mani di una persona distesa a cui hanno sparato al cranio. Un metro più in là c’è un altro cadavere, e poi un altro, e altri ancora. I soldati camminavano per strada e sparavano? Sparavano a tutti gli ucraini che gli passavano davanti o che cercavano di scappare? E allora chi è stato a legare le mani delle vittime dietro alla schiena? I russi stavano spingendo una fila di prigionieri, ma nelle foto gli ucraini sono tutti in abiti civili. Li stavano portando in un posto dove li avrebbero giustiziati o in un lager per detenuti speciali e poi è arrivato l’ordine di lasciar perdere tutto e di ritirarsi? Oppure è stato semplicemente il gesto di combattenti ubriachi contro i cosiddetti “nazisti”, che nel lasciare la zona di Kiev hanno inscenato un baccanale di sangue in ricordo del “popolo fratello”? Ma perché a Irpin hanno sotterrato le persone e a Buča le hanno abbandonate sui marciapiedi? Avevano fretta di tornare a casa per la domenica del perdono?

Sicuramente gli inquirenti ucraini e internazionali faranno il possibile per capire quali divisioni dell’esercito russo erano dispiegate nella zona e per risalire ai nomi e ai cognomi di chi ha commesso questi crimini. Ma anche la Russia dovrà essere interessata a dare un nome a ciascun colpevole, perché questa è una sentenza. Una sentenza che riguarda tutti i russi.

La nazione che si vantava di aver liberato l’Europa dal nazismo sta conducendo una guerra rapace contro un paese fratello

Non saremo dimenticati

Si pensava che dopo l’invasione del 24 febbraio non si potesse cadere più in basso: la nazione che si vantava di aver liberato l’Europa dal nazismo, che aveva immolato sull’altare della vittoria contro il male assoluto 27 milioni di persone, all’improvviso è diventata l’aggressore, una nazione che sta conducendo una guerra rapace contro un paese fratello. La catastrofe è già avvenuta, il baratro si è spalancato, noi continuiamo a caderci dentro, ma non importa quanto in basso cadremo. Perché la colpa ricadrà sui nostri figli e sui nostri nipoti. E il mito della liberazione che era la base della nostra identità nazionale – indipendentemente dalle idee politiche di ognuno – sarà definitivamente distrutto. Non dimenticheremo le fotografie dei cittadini ucraini uccisi con un colpo d’arma da fuoco alla nuca dopo essere stati legati, e poi abbandonati, come bestie, per strada. E nemmeno gli ucraini ci dimenticheranno.

Indagare con trasparenza e rigore, rendere pubbliche le informazioni e fare penitenza: questo non ci salverà dalla vergogna. Ma almeno i nostri figli potranno dire: i nostri genitori hanno fatto cose orribili, ma noi abbiamo fatto luce, abbiamo riconosciuto le nostre colpe e chiediamo perdono. Buča, Irpin, Motyžin: adesso dobbiamo conviverci. ◆ ab

Evgenija Albats dirige dal 2013 il sito d’informazione indipendente russo The New Times. Fondato nel 1943 come Novoe Vremja, fino al 2017 The New Times è uscito in edicola come settimanale.

Questo articolo è uscito sul numero 1455 di Internazionale, a pagina 25. Compra questo numero | Abbonati