A maggio Diana Parini, 44 anni, laureata in lingue moderne, ha lasciato il posto di parrucchiera in un resort sulle Alpi perché era stanca di lavorare per otto euro l’ora, di cui sei pagate in contanti e senza contributi. In Italia, dove buona parte del lavoro è pagato in nero, milioni di persone hanno una storia simile alla sua. Inoltre i salari sono rimasti bloccati per trent’anni. In un momento in cui i prezzi al consumo aumentano in tutta l’eurozona, c’è anche un incremento degli stipendi. Ma non in Italia. Nel primo trimestre del 2022 le retribuzioni all’interno dell’eurozona sono cresciute del 2,8 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, spinte da un incremento del 4 per cento in Germania. In Italia sono salite appena dello 0,6 per cento.

I dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) sui salari adeguati all’inflazione in 22 paesi europei indicano che tra il 1990 e il 2020 la retribuzione è aumentata del 6 per cento in Spagna e del 200 per cento negli stati baltici. In Italia sono diminuiti del 2,9 per cento. Il paese non genera posti di lavoro stabili e ben pagati. Secondo alcuni economisti, è colpa degli scarsi investimenti (soprattutto nell’istruzione e nella tecnologia), della poca produttività e della debole espansione economica. “Negli anni ottanta abbiamo avuto un modello di crescita sbagliato. Si è cercato di competere con i mercati emergenti riducendo i costi, invece d’investire nella produzione di alta qualità. Un meccanismo che ha tenuto bassi gli stipendi”, spiega Francesco Saraceno, professore di economia all’università Luiss di Roma e a Science Po a Parigi . Da quando nel 1999 c’è l’euro l’economia italiana è la più lenta dell’eurozona. Secondo la Banca d’Italia la produttività della manodopera, misurata in produzione per ore di lavoro, è aumentata appena del 13 per cento dal 1995, contro il 44 per cento in Germania. Alcuni italiani uniscono lavori regolari con impieghi occasionali fuori dalle statistiche ufficiali e spesso poco retribuiti.

La direttiva europea

Le riforme del mercato del lavoro fatte in Italia dagli anni novanta hanno favorito il ricorso a impieghi temporanei poco retribuiti, che oggi rappresentano la metà dei nuovi contratti. Ad aprile del 2022 i lavoratori a tempo determinato erano più di 3,15 milioni, la cifra più alta dal 1977. L’Italia è uno dei sei paesi dell’Unione europea che non prevedono il salario minimo e ha una delle più alte percentuali di “lavoratori poveri”, con redditi da lavoro che non arrivano al 60 per cento della media nazionale.

Eppure quando a giugno di quest’anno l’Unione europea ha approvato una direttiva che prevede regole comuni sul salario minimo e sul contrasto agli abusi sui lavoratori, in Italia è stata accolta freddamente. Molte aziende, sostenute dalla destra, temono un aumento dei costi. I sindacati, invece, non vogliono interferenze nel processo di contrattazione e sostengono che un salario minimo potrebbe portare a una riduzione dei salari. L’economista Tito Boeri ha criticato la posizione dei sindacati definendola una “questione di potere”. In Italia milioni di persone sono escluse dalla contrattazione collettiva, sottolinea Boeri, “quindi il sistema non funziona”.

Saraceno sostiene che l’Italia dovrebbe spostare la pressione fiscale dai salari ai patrimoni, lanciando un programma a lungo termine d’investimenti pubblici. Secondo Boeri la priorità dovrebbe essere fare delle riforme per aumentare la competitività del settore dei servizi, migliorare il sistema della giustizia civile e snellire la burocrazia, ma al momento vede scarsi progressi. ◆ as

Questo articolo è uscito sul numero 1469 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati