C’è voluto Vladimir Solovëv, volto aggressivo della tv russa, zelante interprete della linea del Cremlino, per restituire un’immagine compatta della politica italiana. I suoi insulti a Giorgia Meloni, accusata di aver tradito Trump, hanno offerto a Quirinale e parlamento un provvidenziale calumet della pace. Solovëv ha funzionato come catalizzatore involontario: la sua retorica, i toni estremi, la personalizzazione dello scontro e la selezione mirata degli avversari, hanno reso possibile una linea di difesa comune fondata non su contenuti politici, ma su un principio di legittimità istituzionale. La recente strapazzata di Bruno Vespa a Giuseppe Provenzano ha mostrato, su scala minore, come l’eccesso verbale di un conduttore possa ridefinire temporaneamente il campo, spostando l’attenzione dai contenuti ai limiti del confronto pubblico. In entrambi i casi, il talk non si limita a riflettere la politica, ma interviene nel suo funzionamento. Effetto dovuto anche all’inesistente rapporto tra governanti e stampa, con conseguente gestione del discorso pubblico da parte di anchorman caratteriali. In una fase in cui il sistema politico fatica a trovare momenti di unità su basi programmatiche, sono le intemperanze dei suoi narratori a generare, episodicamente, una forma di coesione. È una dinamica fragile e in larga misura involontaria, dove il rumore, più che il discorso, crea un terreno comune. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1662 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati