Anche i primi viaggiatori dell’epoca moderna erano a loro modo sensibili all’ambiente, ma per ragioni diverse da quelle di oggi.

La parola “turismo” nasce con il Grand tour, un lungo viaggio nell’Europa continentale intrapreso dai ricchi dell’aristocrazia europea che alla fine del seicento si spostavano per contemplare le opere d’arte (soprattutto italiane) più che per approfittare della natura.

È nel settecento, racconta lo storico francese Sylvain Venayre su Le Monde, che chi si mette in viaggio per l’Italia decide di fare una tappa in Svizzera per fermarsi nelle Alpi. Arrivano così i primi alpinisti.

All’epoca l’inquinamento considerato fastidioso era quello visivo. Con la nascita dell’industria del turismo (espressione che appare per la prima volta intorno al 1860) e l’inizio della democratizzazione dei viaggi, le élite europee sono infastidite dalla presenza della folla.

Stéphen Liégeard, un signore che nel 1887 conierà il termine “Costa azzurra”, è preoccupato che la poesia della natura possa “sparire rapidamente coperta dalle vettovaglie dei picnic delle banlieues”. Negli Stati Uniti la zona di Yosemite diventa una riserva nel 1864 e nel 1872 Yellowstone è il primo parco nazionale al mondo.

Nel 1901 viene fondato a Londra un Camping club. L’obiettivo dei campeggiatori non è risparmiare, ma soddisfare il desiderio di dormire in paesaggi naturali protetti e non ancora toccati dal turismo. Campeggiare è un segno di distinzione sociale.

Oggi ritroviamo quell’idea di viaggio – andare a piedi, lentamente e in pochi – ma per motivi molto diversi, scrive Venayre. Chi sceglie di viaggiare così non lo fa per classismo e, anche se recupera consuetudini più antiche di quanto pensi, lo fa soprattutto per rispetto di un pianeta condizionato dall’emergenza climatica.

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Questo articolo è uscito sul numero 1471 di Internazionale, a pagina 9. Compra questo numero | Abbonati