Di mafia si parla meno rispetto a qualche anno fa. Quando accade lo si fa generalmente da una prospettiva “legalitaria” (secondo cui la mafia è esclusivamente un’organizzazione criminale che va combattuta con la sola repressione poliziesca) o da una “complottista” (secondo cui la mafia è un’organizzazione che gode di accordi occulti attraverso trattative con lo stato). Si tratta di visioni in parte derivate dalla lunga stagione segnata dalla violenta presenza dei corleonesi e dalla nascita della direzione antimafia, che tuttavia rischiano di escludere aspetti importanti del fenomeno. In questo libro l’antropologo Antonio Vesco propone di adottare una prospettiva differente considerando la mafia, sulla scorta di Antonio Santino, “prodotto e riproduttore di un ecosistema sociale, ovvero sistema di violenza e illegalità finalizzato all’accumulazione del capitale e all’acquisizione e gestione di posizioni di potere, che si avvale di un codice culturale e gode di un certo consenso sociale come uno degli attori presenti sul territorio”. Per comprenderla si sofferma prima, in due capitoli più teorici, sulla sua specificità di soggetto politico e sulla pratica del clientelismo, poi, in due capitoli etnografici, sul suo concreto operare, finendo per proporre un nuovo modo di pensare e immaginare la mafia, più utile di quello esistente, volendo combatterla in nome della giustizia sociale. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1653 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati