L’Italia ha accolto con gioia la liberazione di due connazionali detenuti senza alcuna accusa formale e praticamente scomparsi nelle prigioni venezuelane da più di un anno. Uno è Alberto Trentini, 46 anni, un cooperante veneto che è stato tenuto in carcere per 423 giorni, durante i quali i suoi familiari si sono mobilitati per chiederne la liberazione. Il secondo caso, invece, ha ricevuto meno attenzione pubblica a causa di alcune circostanze particolari. Mario Burlò, 52 anni, è un imprenditore immobiliare di Torino che aveva lasciato l’Italia facendo perdere le sue tracce. È stato recentemente assolto dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, ma è ancora sotto processo a Torino per presunte irregolarità fiscali nella gestione della squadra di basket torinese Auxilium.
I due italiani erano rinchiusi nel carcere di El Rodeo I, a Caracas, destinato ai prigionieri politici, senza mai essere portati davanti a un giudice e senza che per mesi le rispettive famiglie abbiano avuto notizie su di loro.
Trentini era stato arrestato a un posto di blocco il 15 novembre 2024, mentre trasportava aiuti umanitari per conto della ong Humanity & inclusion. La prima visita consolare per lui è stata autorizzata solo sei mesi dopo, ed è trascorso altrettanto tempo prima che potesse fare la prima telefonata a casa. In questi mesi la famiglia Trentini si è mobilitata per fare pressione sul governo italiano, a cui non ha risparmiato critiche perché, a suo giudizio, non stava facendo abbastanza per ottenerne la liberazione.
Burlò, invece, era stato arrestato appena entrato in Venezuela via terra dalla Colombia pochi giorni prima di Trentini, il 10 novembre 2024, ma i suoi avvocati non erano nemmeno sicuri che fosse detenuto in Venezuela. La scorsa estate anche il tribunale di Torino ha avuto difficoltà a capire dove fosse Burlò, perché mancavano informazioni affidabili, e di recente i suoi avvocati avevano criticato il governo italiano perché nelle dichiarazioni pubbliche parlava solo di Trentini. Poi, però, c’è stato un lieto fine per entrambi i detenuti, che sono arrivati in Italia il 13 gennaio con un volo di stato partito da Caracas. Ci hanno trattato bene, non ci hanno torturato, hanno dichiarato subito dopo il rilascio arrivati all’ambasciata italiana a Caracas. Lì hanno saputo della cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro.
Gesto di distensione
In un primo momento la presidente del consiglio Giorgia Meloni si era affrettata a definire “legittimo” il sequestro di Maduro compiuto dagli Stati Uniti che, a suo dire, avevano risposto a un “attacco ibrido” del Venezuela. Aveva anche telefonato all’attivista e premio Nobel María Corina Machado per parlare di una possibile transizione democratica. Questo ha probabilmente influito sul fatto che le prime liberazioni di detenuti politici non includessero i due italiani. In seguito, però, si è attivata la diplomazia e la stessa Meloni ha chiesto pubblicamente la liberazione di Trentini alla nuova presidente venezuelana, Delcy Rodríguez, come gesto di distensione che implicitamente comportava il riconoscimento della legittimità del nuovo governo di Caracas.
È stata Meloni a rendere pubblica, alle 6.40 del 12 gennaio, attraverso i suoi social, la notizia della liberazione dei due italiani, con parole che riflettono il cambiamento di tono nei rapporti con il regime venezuelano: “Desidero esprimere, a nome del governo italiano, un sentito ringraziamento alle autorità di Caracas, a partire dal presidente Rodríguez, per la costruttiva collaborazione dimostrata in questi ultimi giorni”.
La prima cosa che Trentini ha chiesto arrivato in ambasciata è stata una sigaretta e, nonostante nell’edificio sia vietato fumare, l’ambasciatore Giovanni De Vito ha fatto un’eccezione e ha offerto a entrambi delle sigarette. Poi hanno telefonato alle loro famiglie per dire che stavano bene e che presto sarebbero tornati a casa. ◆ sc
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Questo articolo è uscito sul numero 1648 di Internazionale, a pagina 37. Compra questo numero | Abbonati