Il politologo Robert Kaplan una volta disse che “la comprensione degli avvenimenti mondiali comincia dalle mappe e finisce con Shakespeare”. Oggi la situazione globale è meno esaltante: comincia dai post del presidente statunitense Donald Trump sui social media e finisce con gli interessi economici dei suoi amici e parenti.
Una recente pubblicazione del centro studi European council on foreign relations arriva alla conclusione che il ricorso quasi esclusivo ad amici e familiari come negoziatori per risolvere problemi di politica estera pone dei rischi sistemici per l’Europa. L’uso d’inviati speciali da parte di Trump “segue uno schema riconoscibile come il ritmo caratteristico di un operatore del codice Morse”, dicono gli autori. “Prima incalzare la parte debole. Poi rinviare le questioni più difficili e realizzare accordi attraverso reti personali”.
Il ricorso quasi esclusivo del presidente statunitense ad amici e familiari come negoziatori per risolvere problemi di politica estera mette a rischio l’Europa
Se da una parte l’Europa dovrebbe temere questa nuova “diplomazia senza diplomatici”, dall’altra dovrebbe anche cercare di capirla. In un mondo senza princìpi condivisi e istituzioni che funzionano, gli inviati speciali sono una necessità. Oggi l’unica cosa che tiene insieme il mondo è che le persone che stanno negoziando per mettere fine alla guerra in Ucraina sono le stesse che stanno trattando per un accordo su Gaza e l’Iran. Si tratta di individui che possono chiamare il presidente in qualsiasi momento. Il consiglio di pace non può sostituire l’Onu, ma il campo da golf può funzionare tanto quanto il tavolo dei negoziati.
La diplomazia sta cambiando perché la natura del potere statunitense sta cambiando. Dopo la seconda guerra mondiale l’egemonia di Washington ha garantito alcuni beni pubblici: rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile e sicurezza collettiva. Oggi gli Stati Uniti non hanno la volontà o la capacità di assicurare ancora questi beni. Preferiscono comportarsi da “sabotatore supremo” globale.
Il resto del mondo dovrebbe agire di conseguenza, consapevole che l’obiettivo della politica estera di Trump è ricordargli quanto sia potente il suo paese. Gli Stati Uniti stanno praticando una forma di egemonia scenografica in cui le guerre sono semplicemente “operazioni speciali” e tutte le operazioni speciali fallite (come quella in Iran) sono problemi globali che spetta ad altri risolvere.
Nella politica estera di Trump la velocità è più importante della direzione. L’imprevedibilità rende tutti instabili. Gli alleati non possono pianificare, gli avversari non possono rispondere e le istituzioni non possono adattarsi. Appena il mondo ha assorbito uno shock, ecco che ne arriva un altro.
Questo approccio scomposto è quello che il teorico politico statunitense Stephen Holmes chiama “gerarchia senza ordine”. Potremmo ribattezzarla “dottrina Agamennone”, un’idea in cui la punizione (per i nemici quanto per gli alleati infedeli) è inevitabile.
In questa visione del mondo il presupposto è che gli stati non sono uguali, che anche le grandi potenze non sono grandi allo stesso modo e possono tenere per sé il bottino ma a condizione di riconoscere la supremazia di Washington. Non è una versione aggiornata al ventunesimo secolo della politica delle sfere d’influenza, perché in questa concezione l’egemone non agisce sulla base degli interessi ma è guidato dall’orgoglio.
Essere un diplomatico di professione nell’era di Trump è come essere un cocchiere nell’epoca dell’auto. In parole semplici, non servi più a niente. Gli inviati speciali sono i nuovi costruttori di pace perché non sono gravati dal fardello della professionalità e non sono vincolati dai processi burocratici. E il fatto che gli intermediari di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, siano impantanati in conflitti d’interesse economici è un vantaggio: senza questi conflitti d’interesse non ci sarebbero incentivi a risolvere quelli militari. Il fatto che parlino continuamente di affari dovrebbe farci pensare che in realtà quando dicono affari intendono pace.
Vivere nel mondo di Trump è come fare un giro sulla ruota panoramica del Prater, lo storico parco divertimenti di Vienna, dove le vertigini si trasformano in profitti. È un mondo plasmato dagli intermediari più che dalle medie potenze, che sognano (pensate alla Turchia, agli stati del golfo Persico o al Pakistan) di diventare intermediari.
Gli Stati Uniti vanno di fretta, quindi non c’è tempo di girare dei film, solo trailer. Alcuni trailer sono abbastanza forti, come nel caso del Venezuela; altri sono controproducenti, com’è successo con l’Iran. La cosa importante è il tempo. I conflitti devono essere brevi e se gli Stati Uniti non saranno in grado di portarli a termine lasceranno ad altri il compito di farlo. Questo è il vero significato del potere per Trump: non è la capacità d’imporre la propria volontà sugli altri, ma l’abilità di costringerli a risolvere i tuoi problemi. Il ruolo degli inviati speciali è farlo capire a tutti. ◆ fdl
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Questo articolo è uscito sul numero 1665 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati





