Le banche e gli investitori di Wall street hanno puntato sull’alluminio nella speranza di realizzare profitti, visto che in questo momento i titoli sui mercati finanziari non garantiscono rendite molto alte. Insieme agli operatori specializzati in materie prime, stanno accumulando riserve di questo metallo, il cui mercato è stato colpito duramente dalla crisi legata alla pandemia di covid-19. Lo prova il crollo dei settori automobilistico e aerospaziale, i maggiori utilizzatori di alluminio. Il prezzo del metallo è sceso del 12 per cento, arrivando a 1.589 dollari alla tonnellata sul London metal exchange (Lme), il principale mercato mondiale dei metalli non ferrosi.

Chi accumula riserve cercherà di venderle quando i prezzi saranno più alti, un sistema che provocò molte polemiche dopo la crisi del 2008. Anche allora Wall
street speculò sull’alluminio, ma i produttori di birra e bevande gassate protestarono sostenendo che così si gonfiavano i prezzi del metallo e dei prodotti alimentari, spesso conservati in confezioni di alluminio. “È un segnale significativo del fatto che sul mercato ci sono enormi eccedenze”, spiega Oliver Nugent, esperto di materie prime della banca Citigroup, che insieme alla JPMorgan Chase è tra le più attive nell’affare. Nugent stima che con le scorte di alluminio gli operatori possono realizzare un guadagno annuale del 2 per cento. Ma le banche accumulano alluminio anche per non perdere la loro posizione di forza nelle attività di vendita del metallo a grandi clienti come i costruttori di auto. Operazioni di questo tipo sono particolarmente diffuse in Europa e in Asia, meno negli Stati Uniti, a causa dei dazi sulle importazioni di alluminio. Vista la grande disponibilità del metallo, il prezzo è sceso al di sotto del costo che un operatore sostiene per pagare il materiale oggi e riceverlo in futuro, con i cosiddetti contratti future. Il 12 giugno sull’Lme l’alluminio in pronta consegna costava 7 dollari alla tonnellata in meno rispetto a quello con consegna differita di tre mesi. Se il prezzo pagato supera gli oneri finanziari e le spese sostenute per immagazzinare il metallo, è possibile realizzare un profitto.

Komárom, Ungheria (Akos Stiller, Bloomberg/Getty)

Un metallo non infiammabile

Gli esperti fanno dei paralleli con il crollo dei mercati energetici, causato dal calo della domanda. Aziende che commerciano in materie prime, come la svizzera Glencore, immagazzinano il greggio e aspettano di venderlo a un prezzo più alto. Per molte banche e investitori il mercato dell’alluminio è più accessibile di quello del petrolio, perché il metallo non è infiammabile ed è più facile da immagazzinare, visto che può essere tenuto all’aperto. È stato anche eliminato il pericolo della ruggine dopo che i raccordi in ferro sulle cinghie usate per mantenere fermi i lingotti, che si corrodevano all’esterno, sono stati in gran parte sostituiti da raccordi di plastica.

Oggi, comunque, ammassare scorte di alluminio non è redditizio come nel 2008, quando il divario tra i prezzi correnti e i contratti future era molto più ampio. Secondo gli operatori, un’azienda con bassi costi di finanziamento potrebbe realizzare circa 30 dollari all’anno per ogni tonnellata di alluminio. Per rendere l’investimento conveniente, servono grandi quantità di metallo quindi molti soldi: oltre al prezzo stabilito sull’Lme, gli operatori pagano un extra che varia in base alla qualità del materiale e alla località in cui lo comprano. Inoltre rivendere il materiale può essere rischioso, e chi non conosce bene il mercato rischia di essere truffato durante lo stoccaggio. ◆ gim

Da sapere
Leggera ripresa
Prezzo dell’alluminio al London metal exchange, dollari per tonnellata (fonte: The Wall Street Journal)

L’opinione
Speculazione e colli di bottiglia

Nell’ultimo mese i prezzi di molte materie prime industriali sono aumentati bruscamente. Quello del ferro, per esempio, è cresciuto da 80 a più di cento dollari alla tonnellata, mentre il prezzo del rame è aumentato del 25 per cento. “È un dato eccezionale, visto che l’economia mondiale solo ora sta per essere riaperta. Questo
boom delle materie prime sembra un po’ precoce”, scrive l’Econo­mist. “Forse quello che succede nel mercato dei metalli è un’anticipazione dell’economia post-virus, in cui dei colli di bottiglia nella produzione spingono in alto i prezzi in attesa che l’attività riprenda a pieno ritmo. Forse dimostra quanto sia impiegata male tutta la liquidità riversata dalle grandi banche centrali come la Federal reserve statunitense e la Banca centrale europea sui mercati finanziari. Per alcuni è anche il segno che l’ottimismo sta anticipando la realtà”. C’è di sicuro lo zampino della speculazione, osserva il settimanale, ma non è l’unico fattore. “Basta considerare la Cina. Si dice che l’economia del paese asiatico sia diventata più dipendente dai consumi e si basi meno sulle grandi opere infrastrutturali finanziate con enormi debiti. Questo è l’obiettivo del governo di Pechino, ma la Cina resta la più grande compratrice globale di materie prime industriali. È la destinazione di quasi tutti i minerali di ferro commercianti via mare. Quindi se i prezzi dei metalli aumentano, si può scommettere che in Cina sta succedendo qualcosa. In effetti nella prima settimana di giugno le acciaierie del paese hanno lavorato al 92 per cento della loro capacità, producendo materiali per la realizzazione di edifici e infrastrutture, come i ponti”. L’Australia, il principale produttore di ferro, ha tenuto aperte le miniere durante la pandemia e ha aumentato le sue esportazioni. Invece un altro grande produttore, il Brasile, di fatto si è bloccato. “Un esempio del collo di bottiglia che potrebbe spiegare perché i prezzi sono più alti”. ◆


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Questo articolo è uscito sul numero 1363 di Internazionale, a pagina 100. Compra questo numero | Abbonati