Nel 2013 una lettera anonima denuncia un complotto organizzato da alcuni funzionari britannici di origine pachistana. Il piano punterebbe all’introduzione di valori islamici conservatori all’interno dei programmi di alcune scuole pubbliche della città di Birmingham. A capo dell’operazione ci sarebbe Tahir Alam, direttore di una fondazione che ha costruito la sua carriera su progetti innovativi nelle scuole delle periferie britanniche. Le indagini, partite dalla lettera anonima, smontano la tesi del complotto, ma allo stesso tempo portano alla luce alcuni aspetti ambigui della fondazione: dichiarazioni omofobe e intolleranti, ruoli chiave affidati a insegnanti misogini e integralisti, disparità di trattamento tra uomini e donne nell’accesso all’educazione. L’uso compiaciuto dello storytelling e lo sfrenato americo-centrismo di The trojan horse affair finiscono per schiacciare una storia che racconta una frattura non ancora sanata nel Regno Unito postcoloniale. Da un lato c’è la comunità pachistana, penalizzata da un’islamofobia diffusa che raggiunge i vertici del parlamento, ma dall’altro c’è una deriva culturale pericolosa che però il podcast ignora per privilegiare la spettacolarizzazione. Un’attitudine che sempre più spesso sembra guidare la redazione audio del New York Times.

Jonathan Zenti

Questo articolo è uscito sul numero 1449 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati