L’umano ha un antenato in comune con la scimmia. Così, in uno slogan, è ancora raccontata la teoria più rivoluzionaria della biologia: l’evoluzionismo di Charles Darwin. Ma la domanda che dovremmo farci più spesso, quella che per esempio ha guidato uno dei più influenti eredi contemporanei di Darwin, l’etologo e primatologo olandese Frans de Waal, è: “Quale scimmia?”. I candidati più vicini all’Homo sapiens, per genetica e comportamento, sono gli scimpanzé e i bonobo, ma un elemento decisivo del carattere di queste due specie le differenzia. Gli scimpanzé risolvono i conflitti tra i gruppi – le loro “proto-società” – con delle guerre: combattono, si scannano, si uccidono finché un gruppo non vince sull’altro. Niente di nuovo per noi. Sono i bonobo a stupirci, dopo anni che osserviamo le loro usanze: se c’è un conflitto tra gruppi o tra individui, fanno l’amore o addirittura organizzano delle orge. Quando sono esausti, e dunque hanno eliminato il motore del conflitto, tornano ognuno a occuparsi dei propri affari. Non è chiaro se l’Homo sapiens sia più scimpanzé o bonobo, ma è evidente che il più delle volte all’amore preferisce la guerra. Immaginiamo di scegliercelo, il nostro antenato. Pensate a cosa succederebbe ai confini tra la Russia e l’Ucraina oggi, o nella Striscia di Gaza, se preferissimo i bonobo: vedremmo schierati eserciti in amore invece di combattenti con pretese intellettuali decisi a massacrarsi per un lembo di terra dai confini immaginari. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1488 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati