Corsica, estate 2023. I muri sono ancora pieni di scritte indipendentiste, antifrancesi, per lo più nei dialetti locali. Ci sono campeggi dedicati a Che Guevara, la gente del posto si rifiuta di comunicare in inglese, talvolta anche in francese. La Corsica è il contrario della volontà nazionalistica, ci mostra un autonomismo interessante: parliamo spesso del colonialismo europeo in altri continenti, ma che ne è di quello interno? In Italia è successo con il sud: noi diciamo che c’è stata un’annessione e la nascita di uno stato. In realtà c’è stato un popolo (quello del mezzogiorno) che ha subìto un’invasione da parte di un’altra cultura. Si è perso così quel “pensiero meridiano” di cui parlava il sociologo Franco Cassano, e oggi passiamo più tempo a discutere di problemi morali del colonialismo lontano che a ragionare su ciò che ci ha riguardato da vicino. Mentre fotografo, scrivo, osservo le ferite della Corsica, m’imbatto in un picchio muratore corso, l’unico uccello endemico della Francia, che mi osserva da un grande pino nero. L’indipendenza è una strana faccenda, perché è qualcosa di più complesso della libertà, è la necessità dell’essere “liberi da”. Il picchio muratore ha conosciuto una Corsica italiana-genovese, una indipendente, poi una francese. Picchietta una pigna e racconta la sua storia di unicità: deve pensare che se l’umanità avesse cercato la felicità la metà del tempo che ha impiegato a colonizzare, avrebbe scoperto facilmente che la vita è già troppo piena di disuguaglianze per complicarla ancora. Ci sono pigne per tutti, ma non tutte le pigne sono uguali tra loro. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1529 di Internazionale, a pagina 102. Compra questo numero | Abbonati