M ettere fine alle guerre è più complicato che cominciarle. Soprattutto nel caso delle guerre difensive, difficili da vincere e ancor più difficili da condurre. Difendersi da un attacco, soprattutto nelle fasi iniziali del conflitto, è un’azione moralmente limpida, capace di suscitare emozioni positive e senso di coesione. Un paese aggredito ha il diritto di difendersi e la volontà di combattere, anche se i suoi mezzi sono limitati o inefficaci. L’obiettivo è chiaro: cacciare l’aggressore e, se possibile, punirlo sul piano economico e del diritto internazionale.
Chi ricorda le condizioni del cessate il fuoco formulate da Kiev quando, nell’estate del 2022, il paese aggredito sembrava poter avere la meglio sulle forze d’invasione russe, sa che è proprio così che l’Ucraina immaginava la fine della guerra. La peremoga – vittoria in ucraino – era tra gli obiettivi sostenuti in modo incondizionato dai paesi occidentali, che promettevano di sostenere Kiev “per tutto il tempo necessario”. A poche settimane dall’inizio del quinto anno di guerra, la situazione è diversa. La Russia non è stata cacciata dal territorio ucraino e le successive versioni dei piani di pace escludono a priori la possibilità che il presidente russo Vladimir Putin sia chiamato a rispondere delle sue azioni. Il sostegno del mondo occidentale è limitato all’Europa e dipende più dagli equilibri politici nei singoli paesi che dall’unità della Nato o dell’Unione europea. Oggi non sappiamo se e a quali condizioni sarà siglato un armistizio, ma sicuramente sarà l’Ucraina a dover scendere a ulteriori compromessi e a sostenere costi più elevati rispetto all’aggressore.
Il primo obiettivo
Fare concessioni per ottenere la pace è una scelta molto dolorosa per uno stato. Ma ogni paese dovrebbe avere, magari nei suoi documenti più segreti, una sorta di “piano di emergenza” per poter uscire da situazioni del genere, conservando la propria sovranità e un’idea di futuro. Fortunatamente l’Ucraina non è sull’orlo della distruzione. Tuttavia, prima o poi i suoi leader si troveranno a dover scegliere tra continuare una guerra devastante oppure sopravvivere e pensare alla ricostruzione per poi, in caso, tornare a combattere.
Ma cosa dovrebbe contenere questo “kit di sopravvivenza”? Si è parlato molto del piano di pace proposto da Washington e poi rinegoziato e modificato dal presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj durante la sua ultima visita negli Stati Uniti, a fine dicembre. Il piano, che inizialmente prevedeva 28 punti elaborati in colloqui riservati tra Stati Uniti e Russia, è stato ridimensionato a seguito dell’intervento dei leader europei, che hanno eliminato gli elementi più favorevoli a Mosca. Tuttavia è ancora ben lontano dal soddisfare gli obiettivi che Kiev aveva tre anni fa. Si limita infatti a proteggere gli interessi fondamentali del paese per il prossimo futuro, con l’obiettivo non di cacciare i russi, ma di preservare l’essenza della sovranità, dell’identità e della cultura ucraine.
Il punto cruciale è proteggere la zona nevralgica del paese, con la sua capitale Kiev, anche se ciò comportasse la perdita delle zone periferiche. Il cuore storico dello stato ucraino batte sul fiume Dnipro, un confine che la Russia non dev’essere autorizzata a superare. È pure impensabile che Kiev ceda Charkiv, la seconda metropoli ucraina. Anche se in teoria Charkiv è alla portata degli attacchi russi, Mosca non ha mai lanciato un attacco davvero pesante contro la città, limitandosi a un’incursione delle forze speciali nella prima fase dell’invasione. Fin dall’inizio le mire di Mosca si sono concentrate sul Donbass, la regione industrializzata a est del Dnipro. La richiesta di cederla alla Russia sembra non negoziabile nella fase attuale del processo di pace. La questione della Crimea è ancora più complicata dal fatto che nel 1954 l’allora leader sovietico Nikita Chruščëv (legato all’apparato ucraino del Partito comunista sovietico) decise di annettere la penisola alla Repubblica socialista sovietica ucraina. Per sessant’anni la Crimea è stata parte dell’Ucraina, fino all’annessione illegale alla Russia nel 2014, avvenuta senza la minima reazione dell’esercito di Kiev, demoralizzato e indebolito dalla corruzione e dalle infiltrazioni russe.
L’Ucraina oggi sa che una situazione simile non può ripetersi. Il paese può anche subire un ridimensionamento territoriale, ma deve essere in grado di difendersi. Da qui nasce la richiesta di avere un esercito di 800mila effettivi. Mantenere un simile apparato difensivo avrebbe costi elevati, che potrebbero però diminuire leggermente con il cessate il fuoco. Tuttavia, per l’esercito di Kiev un’eventuale tregua non costituirà un periodo di vacanza, ma di addestramento, riarmo e sviluppo di nuove capacità. Mosca, infatti, non mollerà la presa. Sfrutterà la fase successiva alla fine delle ostilità per ricostruire forze e scorte militari, raccogliere risorse e – forse la cosa più pericolosa – trarre lezioni dal conflitto appena concluso per l’addestramento e la pianificazione.
Anche se il ministro della difesa russo afferma che la spesa militare diminuirà, questo non implica un ridimensionamento della capacità bellica di Mosca. Al contrario. La Russia ha imparato sul campo di battaglia quale sia il reale costo di sistemi di combattimento pesanti e onerosi da mantenere; per questo sta sviluppando armamenti alternativi – forse ancora rudimentali – più economici ma comunque efficaci, soprattutto se prodotti e usati su vasta scala. La tenuta della forza russa è assicurata dall’economia di guerra di Putin e da un esercito che non si cura delle perdite umane.
Da parte sua l’Ucraina ha deciso di affidarsi il più possibile a risorse provenienti dalla propria economia. Il sostegno finanziario dell’occidente – specialmente con Trump alla Casa Bianca – è infatti incerto, anche a medio o lungo termine.
Per il paese è fondamentale l’accesso alle rotte commerciali marittime che consentono l’esportazione di materie prime e merci. Circondata per tre quarti dalla Russia e dal suo alleato bielorusso, l’Ucraina ha bisogno di vie di comunicazioni verso il mondo, come fiumi navigabili, canali e porti. Le esportazioni possono viaggiare anche su rotaia, ma su scala minore e sempre con la necessità della collaborazione di infrastrutture e mercati stranieri. In seguito all’occupazione russa del mare di Azov, l’unico vero sbocco sul mondo per Kiev resta il mar Nero. La costa del mare di Azov, preziosa dal punto di vista industriale, non è recuperabile nel breve e medio periodo ed è chiusa dal collo di bottiglia dello stretto di Kerč, controllato da Mosca. A offrire maggiori prospettive, grazie alla collaborazione con la Romania, sono invece i canali navigabili nell’area adiacente al delta del Danubio.
La zona grigia
Il piano proposto da Zelenskyj dovrà ricevere garanzie a livello internazionale. Se la difesa del territorio resterà affidata all’esercito ucraino, le tutele in caso di nuova aggressione dovranno essere sancite da accordi multilaterali e bilaterali, compresi quelli sulla presenza in territorio ucraino di contingenti dei paesi europei della Nato, supportati dalle forze statunitensi. Nel “kit di sopravvivenza” di Kiev questo è forse il punto più importante.
◆ Il 6 gennaio 2026 i paesi europei della cosiddetta coalizione dei volenterosi hanno raggiunto a Parigi, insieme a Stati Uniti e Ucraina, un accordo per sostenere Kiev nel suo percorso verso la pace. Tra le altre cose, l’intesa prevede “garanzie politicamente e giuridicamente vincolanti che saranno attivate una volta entrato in vigore il cessate il fuoco”, un sistema di monitoraggio del cessate il fuoco affidato agli Stati Uniti e la nascita di una forza multinazionale che avrà il compito di “sostenere la ricostruzione delle forze armate ucraine e la deterrenza”.
◆Il 2 gennaio 2026 il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj ha nominato nuovo capo di gabinetto Kyrylo Budanov, finora alla guida dell’intelligence militare (Gur). La nomina fa parte di un più vasto rimpasto di governo seguito alla destituzione, a novembre, del capo dell’amministrazione presidenziale Andrij Jermak, uomo di fiducia di Zelenskyj. Le sue dimissioni erano arrivate nel mezzo di un grande scandalo di corruzione legato all’azienda energetica di stato Energoatom. Il tenente generale Budanov, 39 anni, dal 2020 guida il Gur, considerato tra le istituzioni più efficienti del paese. Negli ultimi mesi è stato anche presente ai colloqui con le delegazioni statunitensi e russe ad Abu Dhabi. Anche se non ha mai annunciato l’intenzione di entrare in politica, Budanov compare spesso nei sondaggi sulle figure pubbliche più popolari, ed è considerato tra i potenziali contendenti alla presidenza della repubblica, dietro solo a Zelenskyj e a Valerij Zalužnyj, ex comandante in capo delle forze armate ucraine e oggi ambasciatore di Kiev nel Regno Unito.The Kyiv Independent
Se gli eserciti occidentali invieranno soldati in Ucraina – sulla linea del fronte e non nelle retrovie – si esporranno a un confronto diretto con la Russia. Si tratta di un modello che ripropone la strategia delle cosiddette tripwire forces, cioè le piccole unità di combattimento dispiegate dalla Nato come forze di deterrenza ai suoi confini orientali in seguito alla prima aggressione all’Ucraina, nel 2014. Da allora l’Alleanza atlantica ha però cambiato approccio e si è attrezzata per difendere in modo più deciso le proprie frontiere orientali.
Intanto, finché gli Stati Uniti (e altri paesi europei) bloccheranno l’ingresso di Kiev nella Nato, l’ipotesi di affidare la difesa dell’Ucraina all’Alleanza è irrealistica. L’ancora di salvezza per gli ucraini dovrebbe essere la presenza sul suo territorio delle forze di una coalizione internazionale di paesi occidentali.
Tutti, Mosca compresa, sono consapevoli che gli Stati Uniti e la Nato non vogliono una guerra con la Russia. Qualsiasi accordo militare servirebbe esclusivamente a mantenere una tregua o la pace, ma non prevederebbe una risposta militare a un’altra aggressione russa. Questa incertezza sulle garanzie di sicurezza fa parte del pacchetto di concessioni che oggi Kiev deve accettare per arrivare a un accordo.
Dei sogni occidentali degli ucraini rimarrà il percorso di adesione all’Unione europea, ufficialmente deciso, ma difficile da attuare. Oltre alla resistenza di alcuni paesi membri, c’è anche il crescente astio del Cremlino nei confronti dell’Unione a causa delle sue rinnovate ambizioni difensive. Mosca sa che il disimpegno di Washington sta spostando il fulcro della sicurezza europea a Bruxelles, che dispone di un bilancio molto più alto di quello russo. Per questo motivo cercherà in ogni modo di far saltare l’accordo europeo sugli armamenti e la difesa comune, con l’obiettivo di allargare la zona grigia d’insicurezza oltre i confini ucraini. Questo punto, però, non dovrebbe essere incluso nel pacchetto di concessioni ucraine. L’alternativa sarebbe un dramma per tutti: il proseguimento della guerra. ◆ sb
Marek Świerczyński è un giornalista e analista politico polacco. Dal 2015 dirige il settore sicurezza e difesa del centro studi di Varsavia Polityka Insight.
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Questo articolo è uscito sul numero 1647 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati