Signy-l’Abbaye è un piccolo comune nelle Ardenne, nel nord­est della Francia, in cui vivono 1.300 persone. C’è un asilo, una scuola elementare, un piccolo supermercato, due bar. Al centro un campanile neogotico svetta in un grigio cielo invernale. Molte vetrine sono chiuse, alcune case disabitate, un veterinario aprirà un nuovo ambulatorio. Ce ne sono tanti di posti come questo, in Francia. Il fascino è poco, Parigi è lontana. È un giorno freddo di febbraio. Valérie Pécresse scende dall’auto con un parka color kaki sopra un tailleur blu scuro. La questione dell’abbigliamento giusto l’ha risolta da tempo: “In campagna elettorale indosso sempre completi con giacca e pantaloni. Una politica non può permettersi i collant, non sarà presa sul serio se quando sale sul palco stanno tutti a guardarle le gambe”.

Pécresse, 54 anni, ha sentito tanti dire che è incompetente, cattiva, isterica. Che è una “ragazza”. Che non ha “autorevolezza” e per questo si mostra così autoritaria. In uno dei primi appuntamenti elettorali i suoi avversari l’hanno liquidata come “la bionda”; un politico socialista ha detto che rappresenta “una Francia con il cerchietto e la gonna a pieghe”.

Vincent Capman, Paris Match/Getty Images

Durante una trasmissione un famoso conduttore televisivo le ha chiesto con chi era andata a letto per fare tanta strada. All’epoca Pécresse aveva 35 anni ed era deputata dell’assemblea nazionale francese. Ha chiesto al presentatore se avrebbe fatto la stessa domanda agli uomini del suo partito, ma il suo intervento è stato tagliato. “I pregiudizi maschilisti e sessisti sono radicati in profondità”, ha commentato in seguito, “e quanto più una donna si avvicina al potere, tanto più affiorano in superficie”.

Pécresse è stata prima deputata e poi ministra. Dal 2015 è governatrice della regione Île-de-France, che comprende l’area metropolitana di Parigi e ha più di dodici milioni di abitanti. Quando è entrata in carica, Pécresse ha spostato la sede del governo regionale dal cuore della capitale alla periferia. Pécresse punta di nuovo al centro, candidandosi alle elezioni presidenziali di aprile.

È l’unica avversaria che il presidente in carica Emmanuel Macron teme davvero. E forse anche la sola che potrebbe davvero batterlo. Se vincesse, sarebbe la prima donna a guidare la Francia. Per il partito, Les Républicains (Lr), la candidatura di Pécresse è una specie di ultima chiamata. In Francia il presidente si sceglie con il doppio turno elettorale e cinque anni fa il candidato del centrodestra è stato eliminato al primo. I conservatori in realtà non si sono ancora ripresi da quel trauma. Se Pécresse non dovesse arrivare nemmeno al ballottaggio, il suo partito crollerebbe definitivamente. Di fronte a sé ha due alternative: potrebbe essere la prima donna a diventare presidente della Francia o l’ultima candidata dei repubblicani.

Mucche e baguette

Gli appuntamenti della campagna elettorale come quello di Signy-l’Abbaye hanno sempre qualcosa di vagamente grottesco: i candidati parlano con persone a cui di solito non si avvicinerebbero neanche, mentre sono circondati da gruppetti di giornalisti. Ma se vuoi diventare presidente della Francia devi attraversare il paese, accarezzare mucche, mangiare formaggio e comprare baguette. Sono incontri particolarmente importanti per Pécresse. Cresciuta in un ricco sobborgo di Parigi, vive a Versailles e ha studiato all’École nationale d’administration (Ena), considerata da molti il vivaio dell’élite francese. Di Pécresse si scrive spesso che è borghese e inavvicinabile.

Quando il governo approvò i matrimoni omosessuali nel 2013 lei protestò

La candidata entra in un panificio, chiede al fornaio quanti dipendenti ha, poi dice: “Amo il pane e mi chiedo sempre qual è il suo segreto”. “Dipende dalla lavorazione”, risponde il fornaio, “e da quanto tempo si lascia riposare l’impasto”. Che conseguenze ha sul suo lavoro il fatto che al supermercato una baguette costi solo 29 centesimi? Il fornaio fa un gesto di stizza: “Io sono un artigiano”. Da lui la baguette costa un euro. Pécresse si fruga nelle tasche, poi chiede a una deputata del suo partito che l’accompagna di prestarle una moneta.

In Francia i repubblicani sono sempre stati il partito degli artigiani, dei piccoli imprenditori, dei lavoratori autonomi e di chi fa affari. L’ elettorato è stato tradizionalmente cattolico borghese e composto da molte donne. Una base ampia che ha assicurato il potere al centrodestra per decenni. Ultimamente, però, il partito ha la maggioranza solo tra i pensionati. Nel dipartimento delle Ardenne, di cui Signy-l’Abbaye fa parte, cinque anni fa al secondo turno delle presidenziali il 49,3 per cento degli elettori ha votato per la candidata dell’estrema destra Marine Le Pen. Quasi un terzo degli aventi diritto al voto si è astenuto o ha votato scheda bianca. Se Pécresse vuole diventare presidente, deve riconquistare i professionisti e le donne.

La donna del fare

Da Signy-l’Abbaye ci spostiamo nella vicina Warcq, dove c’è una grande azienda edile. Per due ore Pécresse parla con i dipendenti. La disoccupazione è alta, i prezzi del carburante stanno salendo alle stelle e qui quasi tutti vanno al lavoro in auto. Qualche anno fa Macron è stato nelle Ardenne, racconta un lavoratore. Ha parlato di reindustrializzazione e ha promesso mille nuovi posti di lavoro. Li stanno ancora aspettando. Pécresse prende appunti. Vuole aumentare gli stipendi e ridurre la burocrazia. Ma non vuole fare false promesse e le piacerebbe distinguersi da un presidente che in economia ha idee simili alle sue. Questo le rende difficile trovare una propria identità. Accusa Macron di aver parlato tanto ma di aver concluso poco. Si è definita come la dame de faire, la donna del fare, un gioco di parole con la dame de fer, la lady di ferro, Margaret Thatcher. A Warcq un sindacalista le dice di essere sorpreso: dal vivo è molto più simpatica che in tv.

La campagna elettorale di Valérie Pécresse è difficile. Deve prendere le distanze da Macron e difendersi dalla concorrenza dell’estrema destra. Oltre a Marine Le Pen, in corsa per la presidenza c’è anche Éric Zemmour, un ex giornalista con posizioni ancora più radicali di Le Pen su migranti e musulmani. Fortunatamente per Pécresse, i due si stanno ostacolando a vicenda. Nei sondaggi lei, Le Pen e Zemmour erano più o meno pari, anche se dati più recenti la danno un po’ in svantaggio. Ma probabilmente solo uno di loro andrà al ballottaggio. Macron è in testa; sarebbe una sorpresa se non arrivasse al secondo turno.

Pécresse ha descritto già qualche anno fa il compito che ora si trova ad affrontare. In un libro-intervista con la giornalista Marion Van Renterghem, pubblicato nel 2019, parlava della fragile condizione del centrodestra francese. In nessun caso, secondo Pécresse, dovrebbe lasciarsi spingere fuori dal centro e inseguire le posizioni più estreme. Bisogna “ridefinire uno spazio politico chiaro tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen”, ha detto.

Biografia

1967 Nasce a Neuilly-sur-Seine, in Francia.

1988 Si laurea all’École nationale d’administration (Ena) di Strasburgo.

1994 Sposa l’imprenditore Jérôme Pécresse, con il quale ha tre figli.

2002 È eletta deputata con l’Union pour un mouvement populaire, in seguito chiamato Les Républicains (Lr).

2007 Diventa ministra dell’istruzione superiore, della ricerca e dell’innovazione del governo Sarkozy.

2015 È la prima donna a essere eletta governatrice della regione Île-de-France.◆ luglio 2021 Annuncia la sua candidatura alle presidenziali francesi dell’aprile 2022.


Pécresse ha cominciato la sua carriera politica con Jacques Chirac. Alla fine degli anni novanta l’allora presidente nominò la giovane laureata dell’Ena sua consigliera per le nuove tecnologie. I due condividevano una passione: Pécresse aveva imparato il russo a scuola, molto prima della fine dell’Unione Sovietica, durante un campo estivo dei giovani comunisti a Yalta, in Crimea. Da giovane Chirac aveva tradotto Puškin. Ancora oggi Pécresse cita Chirac quando parla di una destra aperta, larga e sensibile ai temi sociali. Ma i repubblicani francesi sono divisi. Una parte del partito è più vicina alle idee radicali di Le Pen o Zemmour che all’eredità di Chirac. Nel 2019, quando secondo Pécresse la dirigenza si era spostata troppo a destra e corteggiava gli scettici sul cambiamento climatico, Pécressse ha lasciato temporaneamente il partito. È stata una “liberazione”, ha detto: “Volevo un’altra destra, più moderna”. Nel frattempo è rientrata, ma le forze che spingono il partito verso posizioni estreme sono ancora lì.

A Warcq Pécresse si concede una breve chiacchierata con i giornalisti. Una volta ha detto di essere “due terzi Merkel e un terzo Thatcher”. Cosa intendeva? Pécresse chiede che le sue parole non siano citate alla lettera e dice di non identificarsi con le posizioni di queste due leader. Soprattutto prende le distanze dalle politiche di Merkel sui migranti. Thatcher e la cancelliera tedesca sono un modello che le serve per chiarire ai francesi che in politica ci sono anche donne forti. Perché la Francia è un paese paradossale: nonostante l’emancipazione femminile nel mondo del lavoro, in politica ci sono poche donne in posizioni di rilievo. Il potere è ancora nelle mani degli uomini. Anche Macron si è circondato solo di maschi.

Quando era ministra del governo Sarkozy, Pécresse ha promosso una grande riforma universitaria, uno dei pochi grandi cambiamenti introdotti da quell’esecutivo. “Quando penso a Valérie”, ha detto Sarkozy in una recente intervista, “penso a una persona seria che fa il suo lavoro”. A volte le manca “un po’ di fantasia”, ma è “solida”, ha aggiunto. Sembrava che le stesse dando i voti.

Di recente è stata invitata a un programma tv. Il presentatore, un pluripremiato giornalista di 72 anni, era appena stato accusato di molestie sessuali. Pécresse doveva decidere: andare o no? Si è presentata in tv e ha cominciato il suo intervento con un chiarimento: si era chiesta se aveva fatto bene a partecipare, ma per “monsieur Bourdin”, il presentatore, valeva la presunzione d’innocenza. Poi ha continuato: se le accuse si riveleranno vere, dovrà essere condannato. “Per troppo tempo la società ha guardato dall’altra parte. Come presidente di tutti i francesi non permetterò che una donna abbia paura di sporgere denuncia. La legge del silenzio è finita”, ha aggiunto.

Più la campagna elettorale va avanti, più Pécresse e la sua squadra sottolineano che in caso di vittoria sarebbe la prima donna presidente della Francia. Una donna capace di offrire un modello classico e allo stesso tempo progressista. Ha tre figli adulti, in passato faceva boxe. Suo marito Jérôme, responsabile della divisione per le energie rinnovabili della filiale francese della General electric, dice di essere lui a riordinare la cucina e a sollevare la moglie dal “fardello psicologico della casa”.

Linea dura

Per Pécresse i diritti delle donne e l’uguaglianza sono un modo per dimostrare la sua modernità, senza sembrare morbida su altri fronti. Perché sulle questioni sociali e politiche è più ambigua. Quando nel 2013 il governo approvò i matrimoni tra omosessuali, lei protestò al fianco dei fondamentalisti cattolici. Poi ha corretto il tiro. Sulle politiche migratorie e la lotta alla criminalità, che in Francia dominano ogni dibattito, porta avanti la linea dura. Vorrebbe introdurre le quote per l’ingresso dei migranti, porre delle condizioni al ricongiungimento familiare. Di recente ha detto che bisogna “ tirare fuori l’aspirapolvere dalla cantina” per “ripulire” i quartieri problematici.

Finora lo spazio politico tra Macron e l’estrema destra è stato stretto. Le Pen e Zemmour la attaccano, definendola un “clone di Macron”. I liberali e la sinistra l’accusano di essere ostaggio dell’estrema destra. Secondo lei le critiche da entrambe le parti sono la conferma del fatto che ha trovato un equilibrio. Per dimostrarlo ha ancora poche settimane. ◆ nv

Questo articolo è uscito sul numero 1449 di Internazionale, a pagina 74. Compra questo numero | Abbonati