“Se mi interessano le elezioni?”. L’anziano signore abbronzato lancia una breve occhiata dentro la sua tazzina di caffè, poi si stringe nelle spalle. Siamo al lido Belsito di Ostia, la spiaggia di Roma, all’ombra del tendone del bar, e probabilmente Vincenzo, conducente della metropolitana in pensione, pensava ad altro: è fuggito dal caldo della città e ora vorrebbe godersi la brezza leggera e il mare. “In questo momento farei volentieri a meno della politica”, aggiunge. In agosto, mese di ferie, non sente proprio il bisogno di una campagna elettorale.

E invece gli italiani voteranno il 25 settembre per eleggere un nuovo parlamento, dopo che il 21 luglio il presidente del consiglio Mario Draghi si è dimesso e il presidente della repubblica Sergio Mattarella ha sciolto le camere, regalando all’Italia una novità: elezioni subito dopo la pausa estiva. È da più di un secolo che le elezioni si tengono nella prima metà dell’anno. L’ultima campagna elettorale estiva risale al 1919, in vista di un voto che si tenne a novembre.

E così questo agosto i politici italiani sono in missione speciale: la sera, in tv, si parla di politica. Ma in Italia agosto è sacro. E il giorno più sacro dell’anno, il 15 agosto, chi se lo può permettere festeggia il ferragosto, ovvero l’assunzione di Maria, in spiaggia o in montagna, indisturbato dalle notizie provenienti da Roma, dove non solo gli uffici dei parlamentari, ma anche bar e ristoranti sono chiusi e deserti. “Il problema non è tanto che stavolta ci tocca una campagna elettorale in piena estate”, dice Vincenzo. “Per me il problema principale è che non so più per chi votare”. La moglie annuisce e la loro amica Agnese osserva: “Sinistra, destra, perfino i cinquestelle. Non c’è differenza: in questi anni li abbiamo visti tutti al governo ma niente è migliorato”. E ora si ricomincia: promesse elettorali a non finire, tagli delle tasse, aumenti delle pensioni e dei salari. “Tutti parlano delle tante belle cose che vogliono fare, ma nessuno spiega come tradurre le promesse in realtà”. Per esempio, osservano i tre villeggianti, la destra ha annunciato grandi tagli delle tasse, ma il modo di finanziarli resta avvolto da una fitta nebbia, visto che il debito pubblico è già alle stelle.

Come un sasso nella scarpa

A due tavoli di distanza l’umore non è migliore. Rita insegna matematica in una scuola secondaria, Sergio è dirigente di un’azienda pubblica. Anche loro, come Vincenzo e Agnese, mi chiedono con insistenza di omettere i loro cognomi. Per Rita, queste elezioni anticipate sono “fastidiose come un sasso nella scarpa”. “Con Draghi avevamo un ottimo capo di governo”. Sarebbe dovuto rimanere fino alla fine della legislatura, nella primavera 2023, “ma i partiti non gliel’hanno permesso”. Rita teme che dopo il voto, e la probabile vittoria dell’alleanza dei partiti di destra, le cose non miglioreranno, anzi si faranno più complicate. Secondo lei, l’Italia ha già perso la credibilità agli occhi dell’Europa conquistata grazie a Draghi.

Nel resto del paese lo stato d’animo non è diverso rispetto alla spiaggia di Ostia. Nei sondaggi più del 60 per cento dei cittadini dichiara di avere molta o moltissima fiducia in Mario Draghi. Dopo le sue dimissioni, quasi il 70 per cento degli italiani ha detto di guardare “con grande preoccupazione” alla prospettiva di elezioni anticipate. Nonostante questa preoccupazione, secondo gli stessi sondaggi, dopo il voto del 25 settembre i tre partiti di destra potranno contare su almeno il 45 per cento dei voti e quindi su una netta maggioranza parlamentare. Del resto, il partito di destra dato attualmente in testa, il postfascista Fratelli d’Italia guidato da Giorgia Meloni, è sempre stato all’opposizione del governo Draghi. Gli altri due partiti di destra, Forza Italia di Silvio Berlusconi e la Lega, il partito populista di Matteo Salvini, pur facendo parte della coalizione d’emergenza guidata dall’ex capo della Banca centrale europea, hanno contribuito alla sua brusca fine non partecipando al voto di fiducia. Ma né Salvini né Berlusconi hanno rivendicato una rottura con Draghi. Hanno semplicemente sostenuto che gli altri partiti della coalizione, cioè il Movimento 5 stelle e il Partito democratico (Pd), che rappresenta la sinistra moderata, non erano abbastanza affidabili per proseguire la collaborazione al governo. Insomma, l’immagine di Draghi come uomo di grande competenza, al di sopra delle parti e perciò in grado di gestire la crisi, è rimasta sostanzialmente intatta tra gli elettori di tutti gli schieramenti politici.

Gli indecisi

Un altro dato importante è che attualmente la maggioranza più ampia è formata dagli astensionisti e dagli indecisi: tutti i sondaggi li collocano intorno al 40 per cento. Tra loro ci sono i delusi, gli scettici, quelli che hanno già votato tutti i partiti senza vedere i risultati sperati. Uno stato d’animo che non sorprende, in un paese la cui economia ristagna ormai da trent’anni e che sul piano delle dinamiche salariali è molto lontano dalla media europea. Mentre negli ultimi tre decenni i salari sono aumentati in tutto il continente (in Germania, per esempio, del 37 per cento), in Italia sono addirittura calati del 2 per cento rispetto al 1990.

In passato le elettrici e gli elettori italiani hanno spesso riposto le loro speranze in autoproclamati salvatori del paese: Silvio Berlusconi, che ha ottenuto la sua ultima, netta vittoria elettorale nel 2008 con la promessa di “un nuovo miracolo italiano”; l’ex leader del Pd Matteo Renzi, che ha raggiunto il 40 per cento alle elezioni europee del 2014 con promesse di cambiamento simili; o il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, che diceva agli italiani di fare pulizia nella politica e alle legislative del 2018 ha conquistato il 33 per cento dei voti.

Ebbene, nell’attuale legislatura i cinquestelle hanno fatto parte di tre coalizioni diverse, e in due hanno perfino espresso il presidente del consiglio, Giuseppe Conte. Ma neanche il partito di Grillo si è mostrato all’altezza delle aspettative degli elettori: oggi i sondaggi lo danno al 10 per cento. ◆ ma

Questo articolo è uscito sul numero 1474 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati