Uscendo dalla stazione della metropolitana alla fermata Lucio Sestio, vi trovate in via Tuscolana, una delle principali strade di Roma sud, tra clacson e passanti, venditori ambulanti e negozi di scarpe da ginnastica, bar, pizzerie, sushi e kebab. Sulla via troneggiano le facciate dei palazzoni, con citofoni complicati e sistemi di videosorveglianza. Ma in una traversa a poche centinaia di metri da qui c’è un cancello aperto, contornato di rampicanti. È l’ingresso della casa delle donne Lucha y siesta. Al riparo di un albero, sotto il sole autunnale, tre donne non più giovani sedute intorno a un tavolo discutono di un progetto scolastico. Due di loro insegnano nel quartiere e passano spesso qui. “La nostra porta è sempre aperta“, ci spiega l’attivista Egilda Orrico.

Decisioni messe ai voti

Egilda e altre donne portano delle sedie nel cortile davanti alla palazzina di fine ottocento, che ha i muri di quel rosso caratteristico di Roma. Domani ci sarà un’assemblea plenaria, la prima dall’inizio della pandemia. All’ordine del giorno, il futuro del progetto.

Lucha y siesta è una casa rifugio, ma è anche un laboratorio che oppone l’idea di bene comune alla privatizzazione del patrimonio pubblico

Lucha y siesta è una casa delle donne: accoglie e sostiene chi è esposta alla violenza, fisica e non, o si trova in particolari situazioni di necessità.

Ma Lucha y siesta è anche molto altro: luogo di ritrovo, centro culturale, rete di collettivi femministi autonomi, sartoria, cinema all’aperto. Qui si discute di politica e le decisioni si mettono ai voti. Per molto tempo, inoltre, la palazzina è stata occupata dalle attiviste, quindi è un luogo di lotta, in spagnolo lucha, e di riposo, siesta. Un modello unico, complesso ed evidentemente efficace, che in tredici anni ha sostenuto duemila donne.

Negli ultimi anni, però, il comune di Roma non ha apprezzato molto questa iniziativa. Durante la precedente amministrazione, quando era sindaca Virginia Raggi, Lucha y siesta è stata minacciata di sgombero: lo stabile, pur essendo abbandonato, era di proprietà dell’Atac, l’azienda dei trasporti del comune di Roma, che ne aveva annunciato la vendita. Nel febbraio 2020 le occupanti hanno rischiato di dover lasciare l’edificio, perché sembrava che sarebbe stata tagliata la corrente elettrica. Dopo varie trattative, sono state accolte donne provenienti da altri centri. Ma nel gennaio 2021 la polizia ha fatto irruzione nello stabile per identificare le presenti. “Non c’è stato nessun tentativo di dialogo e non è stata mostrata alcuna sensibilità per la situazione delle donne che erano alloggiate qui”, spiega Egilda. Al loro fianco c’erano le quattordici attiviste del collettivo, che si definisce transfemminista, e poi la giunta della regione Lazio, di centrosinistra, e l’ex presidente della camera dei deputati Laura Boldrini. Hanno fondato un comitato per riuscire a reperire la somma necessaria all’acquisto dello stabile, mobilitando sostenitrici e sostenitori a Roma e in tutta Italia. Diverse artiste hanno messo all’asta quadri, disegni e fumetti; ma tutto questo non sarebbe stato sufficiente se alla fine, a settembre, non fosse intervenuta la regione Lazio, comprando lo stabile all’asta e assegnandolo a Lucha y siesta. “Così si chiude un periodo d’incertezza”, racconta Egilda. Regolarizzata la situazione abitativa, lei e le altre hanno scelto la via dell’istituzionalizzazione, costituendosi in associazione senza scopo di lucro. Per affrontare questo percorso stanno preparando una dichiarazione di autogestione.

Anche a livello comunale il quadro è cambiato: il nuovo sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, del Partito democratico, è stato eletto anche grazie al sostegno di diverse coalizioni di sinistra. Metà della giunta comunale è composta da donne. E tra le consigliere comunali c’è anche un’attivista di Lucha y siesta, Michela Cicculli. Un cambio di rotta, ma i problemi da affrontare sono molti. A Roma le forze dell’ordine da anni segnalano che i femminicidi sono in aumento, come nel resto del paese: con 109 vittime (dati aggiornati al 25 novembre), i femminicidi in Italia sono cresciuti dell’8 per cento rispetto allo stesso periodo del 2020, mentre gli omicidi sono aumentati del 2 per cento. Il 93 per cento dei femminicidi avviene in ambito familiare, nel 63 per cento dei casi per mano del compagno o dell’ex compagno della vittima. Nel 2020, anno del lockdown, le chiamate al numero di assistenza per le donne a rischio di violenza hanno avuto un’impennata dell’80 per cento rispetto all’anno precedente. Nella capitale il maggior rischio di subire violenza domestica si esprime anche nelle cifre relative al mercato del lavoro. L’Istat segnala che nei primi nove mesi del 2020 le donne con un lavoro, che in Italia sono da sempre in numero inferiore rispetto alla media europea, sono state 42mila in meno, mentre il numero di uomini occupati è diminuito solo di 19mila unità. Questa tendenza si riscontra in tutta Italia e anche in Europa e, afferma la sociologa Chiara Saraceno, è un grave passo indietro in termini di carico di lavoro domestico e potenziale di conflitto: “Questa tendenza ci riporta indietro di un secolo”.

Lucha y siesta non accoglie solo vittime di violenza, ma anche donne senza dimora. Come Lucica Irimie, che è stata licenziata di colpo quando lavorava, mal pagata e senza contributi, in una casa privata come infermiera geriatrica. Irimie ora è tornata in Romania. Spesso qui vivono anche donne africane sfuggite alla cosiddetta tratta, il traffico di esseri umani gestito dalla mafia nigeriana. Le attiviste non ci rivelano nulla delle loro attuali ospiti: applicano le stesse regole di altre case rifugio, anche se qui il portone resta aperto e le donne accolte sono libere di entrare e uscire quando vogliono.

A farci da guida nella casa è Cinzia Turanti, che aprendo la porta della coloratissima sala giochi, ci rivela comunque un segreto: “Due mesi fa abbiamo avuto la nostra prima nascita”. La piccola si chiama Noura e ha una sorellina di due anni. Attualmente vivono nella casa sei donne, tre adolescenti e quattro bambini. Prima della pandemia Lucha y siesta poteva ospitare fino a quattordici donne: è la più grande struttura di questo tipo in città. In tutta Roma, infatti, i posti in casa rifugio sono solo 34, anche se, stando a quanto previsto dalla Convenzione di Istanbul sulla lotta alla violenza contro le donne, dovrebbero essercene trecento.

Radicamento nel quartiere

L’ingresso della casa ha le pareti arancioni e un divano verde. Poi ci sono una sala comune con dei tavoli e una stanza vuota dove tenere conferenze, corsi di yoga, prove di teatro e alcuni incontri: una stanza per tutte e tutti. Accanto c’è la sala dei giochi, riservata ai bambini che vivono qui e a quelli che vengono in visita. Cinzia è particolarmente fiera della biblioteca. “Ci regalano libri meravigliosi”, racconta. Sugli scaffali, ben ordinati e muniti di etichetta, ci sono romanzi, raccolte di poesie, libri d’arte e di storia, manuali di lingue e di altre materie. Sul muro è dipinta una frase di Virginia Woolf: “Non c’è cancello, nessuna serratura, nessun bullone che potete regolare sulla libertà della mia mente”.

Ciascuno dei due piani ha una cucina e ogni famiglia o gruppo abitativo dispone di un bagno. “Abbiamo ristrutturato tutto noi”, racconta Cinzia. Le ospiti vivono al primo piano in semiautonomia, ma ricevono tutto il supporto psicologico e legale di cui hanno bisogno. La loro permanenza non è limitata a sei mesi come in altre strutture, spiega Cinzia: “Possono rimanere finché sono pronte ad andarsene”. In certi casi possono volerci anche tre anni.

Anche durante il lockdown e quando Lucha y siesta era a rischio di sgombero, lo sportello è rimasto aperto, almeno per le consulenze telefoniche. A gestirlo ci sono solo donne adeguatamente formate o con anni di esperienza alle spalle. Nella fase più drammatica della pandemia, tante persone nel quartiere hanno avuto semplicemente bisogno di qualcuno con cui parlare. “In quel periodo, per via delle disposizioni contro il covid-19, il portone doveva rimanere chiuso, ma molti venivano lo stesso a suonare”, racconta Cicculli, che fa parte del collettivo.

Secondo lei, radicare la casa delle donne nel quartiere è la protezione più importante per le donne che vivono qui. “Facciamo parte del quartiere e il quartiere fa parte di noi”, osserva raccontandoci della vicina che viene a trovarle quasi tutti i giorni, di un uomo che abita anche lui in via Lucio Sestio e scrive poesie su Lucha y siesta, e di quelli del bar di fronte, che ogni tanto passano con i cornetti.

“Non vogliamo essere una realtà che si isola, vogliamo essere al centro di un processo di democratizzazione”, dichiara Michela. È in questo che il progetto si distingue da una casa rifugio tradizionale, che tutela le sue ospiti tenendo segreto il proprio indirizzo. Lucha y siesta è una casa rifugio, ma è anche un laboratorio che oppone l’idea di bene comune alla privatizzazione del patrimonio pubblico e dove l’autogestione vince sull’assistenzialismo. Proprio per questo l’esperienza di Lucha y siesta non può rimanere confinata a un solo luogo.

Le donne del collettivo sono parte di una rete internazionale e hanno rapporti soprattutto con il movimento spagnolo Marea violeta, protagonista delle mobilitazioni che si erano opposte al progetto di legge contro l’aborto dell’ex governo conservatore di Mariano Rajoy. Lucha y siesta però è anche stata il modello di un progetto in Senegal: la casa delle donne e dei bambini Keur maritou a Pikine, comune alla periferia di Dakar. Ma con la pandemia i contatti diretti si sono fatti più difficili, come per tutti.

A Roma, intanto, le cose si muovono. In un altro quartiere è nata un’altra casa rifugio che fa parte del progetto. Lucha y siesta ha anche aperto un nuovo sportello all’esterno. E Michela Cicculli, la neo consigliera comunale, vuole sfruttare al meglio il suo mandato e nei prossimi mesi ha intenzione di organizzare incontri di donne e collettivi nei diversi quartieri per fare il punto sui problemi esistenti e per raccogliere riflessioni e valutazioni. “Sarebbe un primo passo”, dice, “e magari, dopo tanto tempo le donne torneranno a dialogare con la città”. ◆ sk

Questo articolo è uscito sul numero 1439 di Internazionale, a pagina 39. Compra questo numero | Abbonati