L’esordio di Eleonora Daniel, editor della casa editrice Accento, è strano. Un po’ Cool girl, un po’ Little fires everywhere. Non a caso cito film e serie, perché l’andamento di La polvere che respiri era una casa, almeno nella prima metà, mi ricorda quello di una sceneggiatura. Un ragazzo e una ragazza si frequentano, s’innamorano, comprano insieme un appartamento in costruzione; lo immaginano nei dettagli, lo arredano, ci vivono; frequentano i rispettivi genitori, inaugurano la nuova casa con gli amici, si scoprono a desiderare un figlio, a verbalizzare quel desiderio. La scrittura di Daniel è ossessiva: ingrandisce ogni dettaglio, si sofferma sui movimenti, sui pensieri fugaci e sulle azioni che appaiono insignificanti. Ogni elemento che la videocamera della sua penna mette a fuoco è importante per spiegare l’esito di questa tragedia. I due episodi, fulcro della trama, sono interrotti da due cori che prendono la forma di due fiabe per un bambino mai nato. E forse sono le parti che ho meno apprezzato. Quando la trama riprende, lo fa con un ritmo quasi da thriller, che segue gli indizi oltre l’ambiente claustrofobico della casa (“lo spazio talmente tuo che non ha nemmeno bisogno dell’aggettivo possessivo”). L’esordio di Daniel mi ha entusiasmata per la scrittura, e mi ha tenuta incollata alla pagina, come sanno fare le storie ben raccontate. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1598 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati