Negli anni novanta, tra bombe e minacce allo stato, la criminalità organizzata è riuscita a rendere fratelli due paesi molto diversi: la Colombia e l’Italia. Nel primo a ordinare di far scoppiare degli esplosivi era Pablo Escobar Gaviria, nell’altro era Matteo Messina Denaro.

Le tracce di Messina Denaro sono riaffiorate il 16 gennaio, quando è stato vinto dalla tenacia dei carabinieri che hanno seguito la pista di una malattia. La caccia all’uomo è durata trent’anni, un arco di tempo in cui Messina Denaro ha avuto la protezione di funzionari corrotti e si è potuto muovere nell’ombra per gestire i tentacoli di cosa nostra, la centenaria rete di clan mafiosi siciliani che agiscono anche in Europa, America e Africa.

Il suo arresto è talmente importante che la presidente del consiglio italiana Giorgia Meloni ha rivisto i suoi programmi per andare in Sicilia a celebrare questa vittoria della giustizia, proponendo che il 16 gennaio diventi d’ora in poi un giorno in cui ricordare le persone che hanno perso la vita combattendo contro la mafia.

Messina Denaro è nato sessant’anni fa a Castelvetrano, un paese nella provincia di Trapani. Suo padre, Francesco Messina Denaro, detto don Ciccio, era un capo mafia e fu lui a introdurlo nel mondo della criminalità organizzata: narcotraffico, contrabbando, riciclaggio, tratta di persone, terrorismo e omicidi su commis­sione.

Grazie ai legami con cosa nostra, Messina Denaro ottenne la fiducia dei vertici dell’organizzazione, Totò Riina e Bernardo Provenzano, e cominciò a scalare la gerarchia mafiosa. Il suo primo soprannome fu U Siccu, il secco, per via della sua magrezza.

Negli anni ottanta il gruppo strinse contatti con il cartello di Medellín di Pablo Escobar per rifornire di cocaina i mercati negli Stati Uniti e in Italia. Nel decennio successivo la lotta dello stato italiano contro entrambe le organizzazioni fu instancabile e accanita. E le ritorsioni tragiche e crudeli: gli attentati colpirono magistrati, agenti di polizia, politici e chiunque osasse contrastare il potere criminale.

L’ascesa al vertice e la cattura

Il coinvolgimento di Messina Denaro in questi delitti lo fece entrare nella lista dei più pericolosi fuorilegge italiani. Due casi in particolare segnarono la sua carriera mafiosa.

Il primo, il 23 maggio 1992, quando in autostrada, all’altezza di Capaci, una potentissima carica di esplosivo scoppiò al passaggio di alcune auto: persero la vita il giudice antimafia Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta.

Fonte: Bbc

Il 19 luglio dello stesso anno, a Palermo, un’autobomba uccise il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti. Falcone e Borsellino avevano lavorato a indagini che portarono a importanti processi contro cosa nostra.

Dopo questi attentati le forze dell’ordine intensificarono gli sforzi per catturare i responsabili, e Messina Denaro sparì.

Dalla latitanza inviò alla fidanzata una lettera, poi sequestrata dalla polizia, in cui le annunciava: “Sentirai parlare di me, mi dipingeranno come un diavolo, ma sono tutte falsità”.

La parola diavolo non basta a descrivere la persona che poi avrebbe compiuto altri crimini terribili, tra cui l’omicidio nel 1996 di Giuseppe Di Matteo, un bambino di dodici anni.

La vicenda, che all’epoca sconvolse la società italiana, era cominciata con l’arresto del padre di Giuseppe, Santino Di Matteo, affiliato a cosa nostra. Durante il processo l’uomo aveva deciso di collaborare con la giustizia, dichiarando che avrebbe testimoniato contro gli assassini dei giudici Falcone e Borsellino. Per vendicarsi, i sicari di Messina Denaro rapirono il bambino, torturandolo per due anni. Infine lo strangolarono e sciolsero il suo corpo nell’acido.

All’inizio degli anni duemila Messina Denaro arrivò al comando di cosa nostra. Affidò i suoi affari in Colombia a Tommaso Iacomino, che si stabilì a Bogotá per coordinare il trasporto dei carichi di cocaina. Il boss intanto si nascondeva in case di campagna e non usava telefoni. Per trasmettere i suoi ordini si serviva di foglietti scritti a mano e consegnati da messaggeri, i pizzini. Questa cautela, unita alla protezione di funzionari corrotti, gli ha permesso di eludere le autorità per trent’anni.

Di lui i carabinieri avevano solo una foto scattata nel 1993 e, per realizzare l’identikit con il suo aspetto attuale, hanno usato un software che simula il passare degli anni.

Parabola discendente

La fase discendente nella parabola di Messina Denaro è cominciata nel 2022, quando a Trapani sono state arrestate 35 persone appartenenti alla sua cerchia più ristretta. Alcune di loro hanno dato delle informazioni utili alle indagini e si è scoperto che al latitante era stato diagnosticato un cancro.

Usava un’identità falsa, Andrea Bonafede, e con questo nome si presentava alle visite mediche in una clinica privata, La Maddalena, a Palermo.

La mattina del 16 gennaio aveva appuntamento con i medici, ma poco dopo essere arrivato è stato circondato dagli agenti. “Sono io”, ha ammesso senza opporre resistenza.

A differenza di Escobar, Messina Denaro non è morto in una sparatoria sui tetti, e ora dovrà scontare l’ergastolo. Passerà le sue notti in cella, fino a quando il cancro o la vecchiaia non gli chiederanno il conto. ◆ sc

Questo articolo è uscito sul numero 1495 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati