Il fenomeno è comune a quasi tutti i paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), e il Portogallo non fa eccezione: il tasso di sindacalizzazione è in calo da anni. Le ragioni stanno sicuramente nei cambiamenti all’interno del mondo del lavoro. I sindacati, tuttavia, assicurano che non spariranno e che resteranno a difendere i lavoratori quando tutto il resto crolla.
I dati più recenti sono stati diffusi a settembre ed evidenziano un dimezzamento delle iscrizioni negli ultimi quarant’anni. La media dell’Ocse è passata dal 30 per cento nel 1985 al 15 per cento del 2024. Tra i pochi paesi in controtendenza ci sono l’Islanda e il Belgio. In Portogallo, che nel 1977 aveva un tasso di sindacalizzazione molto elevato, intorno al 63 per cento, nel 2016 la percentuale era scesa al 15,3 per cento, ormai sotto la media dell’Ocse (16,2 per cento); nel 2023 non si è andati oltre il 7,2 per cento.
Sia la Confederação geral dos trabalhadores portugueses (Cgpt) sia l’União geral de trabalhadores (Ugt), i due maggiori sindacati portoghesi, sostengono che il valore è sottostimato, perché tiene conto solo delle informazioni fornite dalle imprese ed esclude i lavoratori che scelgono di non farsi trattenere la quota del sindacato dal salario ma preferiscono pagarla direttamente. Sérgio Monte, segretario generale aggiunto dell’Ugt, osserva che “molti lavoratori pagano le quote direttamente agli sportelli del sindacato perché non vogliono far sapere all’azienda di essere tesserati, per paura di essere penalizzati nella carriera o nella valutazione del loro operato”.
In ogni caso, anche se il tasso reale dovesse essere superiore a quello ufficiale, il dato resta molto lontano dalle cifre dei decenni passati. Questa realtà non sorprende. Elísio Estanque, ricercatore del Centro di studi sociali dell’università di Coimbra, spiega che nel sindacalismo questa è la regola, non l’eccezione: “È un processo che notiamo da tempo. Dopo la fine della seconda guerra mondiale il sindacalismo ha vissuto trent’anni gloriosi, fino alla metà degli anni settanta. Ma in seguito, a causa di vari problemi e crisi economiche, è stato messo in dubbio il principio di un impiego stabile e un patto sociale rispettato dai diversi settori della società”. Secondo Manuel Loff, storico dell’università di Porto, “l’unico momento della storia in cui possiamo dire che la sindacalizzazione è stata molto diffusa è stato tra la seconda guerra mondiale e gli anni ottanta, quando l’attacco portato ai sindacati da politici neoliberisti, come la premier britannica Margaret Thatcher e il presidente statunitense Ronald Reagan”.
L’avvento della democrazia
In Portogallo la crescita dei sindacati si è verificata solo con l’avvento della democrazia, nel 1974. Di conseguenza, rispetto agli altri paesi, sono stati pochi gli anni in cui il sindacalismo portoghese ha svolto un ruolo di primo piano. I cambiamenti avvenuti a partire dagli anni ottanta hanno provocato un calo progressivo della sindacalizzazione. “Vi ha contribuito l’evoluzione del capitalismo globalizzato negli ultimi trent’anni, basata sull’isolamento e la precarizzazione del rapporto di lavoro. Il concetto secondo cui il lavoro è qualcosa di transitorio, che non garantisce una carriera stabile ed è solo un insieme di servizi più o meno separati che l’individuo presta al datore di lavoro, ha scoraggiato l’iscrizione”, sottolinea Loff, che aggiunge: “Nel mondo del lavoro sta sparendo il principio del collettivo, prevale la regola dell’ognuno per sé e dell’ognuno con il suo contratto, in una prestazione di servizi permanente che ha alimentato, soprattutto tra i più giovani, non solo la paura ma anche forme ‘clandestine’ di rapporto con i sindacati, per esempio pagando in proprio le quote, senza farle trattenere direttamente dal datore di lavoro”.
Estanque sottolinea un’altra dimensione. “Oltre alla tendenza generale, bisogna tenere conto del funzionamento dei diversi sindacati, che sono palesemente in grande difficoltà (per non dire incapacità) nell’affrontare i cambiamenti. Non ci sono stati passi avanti. Il fatto di ripetere all’infinito gli stessi discorsi ha comportato una perdita di credibilità e soprattutto una minore capacità di coinvolgere i più giovani. Anche questo ha contributo alla crisi”.
Il mondo di oggi, con l’invito al consumo e il peso dell’era digitale, continua Estanque, “spinge l’individuo a chiudersi in se stesso o a impegnarsi solo in piccoli gruppi autorefenziali, abbandonando il dibattito delle idee, la lettura, il pensiero critico”. Un altro elemento chiave, in questo contesto, è il fatto che i sindacati portoghesi, a differenza di quanto succede in altri paesi europei, sono semplici consulenti e non influenzano la gestione dei diversi aspetti della vita economica e sociale.
Questo aspetto viene sottolineato anche da Monte, della Ugt: “In Belgio i sindacati gestiscono le indennità di disoccupazione e l’assistenza sociale versate ai lavoratori. Questo crea la necessità di essere tesserati. Cosa abbiamo in Portogallo? La costituzione dice che i sindacati devono partecipare alla gestione della previdenza sociale, ma in concreto si limitano a presenziare ai negoziati. Questa impotenza fa una differenza enorme”.
Affrontare i conflitti
Nessuno dei rappresentanti della Cgtp e dell’Ugt, tuttavia, vuole parlare di morte del sindacalismo. L’Ocse ha registrato una leggera crescita delle iscrizioni durante la pandemia, quando i lavoratori dovevano affrontare più rischi. Filipe Marques, un dirigente della Cgtp, sottolinea che di recente è aumentato il numero delle persone che si sono riavvicinate ai sindacati. “Lo fanno”, spiega, “soprattutto per tre motivi: per affrontare i conflitti sul lavoro, per ricevere aiuto nelle rivendicazioni salariali e per ottenere assistenza legale. Per quanto riguarda i salari, in particolare, molti hanno capito che da soli non è possibile ottenere condizioni migliori”.
Monte non ha dubbi sull’importanza dei sindacati. “Ci sono molte persone che ne profetizzano la fine, ma si sbagliano perché, quando tutto va a rotoli, restano l’unica sponda a cui il lavoratore può aggrapparsi. Può capitare di andare d’accordo con il datore di lavoro e ottenere benefici, ma se qualcosa va storto l’unica soluzione è il sindacato”. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1647 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati