Pochi giorni dopo aver lanciato la prima strategia nazionale per i diritti umani, durante un’intervista trasmessa in tv il 15 settembre,il presidente Abdel Fattah al Sisi ha annunciato l’inaugurazione del più vasto complesso carcerario d’Egitto.

È assodato che più grande è la menzogna, più persone ci crederanno. La cerimonia per la presentazione del piano sui diritti umani è cominciata con un “documentario”: una narrazione dalla sceneggiatura ineccepibile, con tanto di riprese fatte con i droni, inquadrature mozzafiato e persone felici e sorridenti che chiedono uguaglianza nei diritti di cittadinanza e la fine delle discriminazioni. Sono otto minuti che tengono dentro tutto. Una donna cristiana chiede di praticare liberamente la sua fede; una ragazza chiede istruzione; un bambino chiede protezione da ogni tipo di violenza. Compare perfino un detenuto che invoca la riabilitazione mentre svolge diligentemente le sue faccende quotidiane in un impeccabile istituto carcerario. Il narratore elenca successi senza precedenti soffermandosi sugli sforzi dell’esercito per tenere a bada i terroristi cattivi: programmi di religione aggiornati, più donne in politica e nella magistratura, leggi a tutela dei minori, armonia interconfessionale e alloggi a basso costo per coppie giovani e felici. La ciliegina sulla torta è una sequenza che descrive come la costituzione garantisca la libertà di espressione online, sulla stampa e in radio e in tv.

Nota a margine: in Egitto più di 630 siti internet sono bloccati. Tra questi ci sono 118 testate giornalistiche e 16 siti che si occupano di diritti umani.

Intanto, in un universo parallelo, le terribili condizioni delle carceri egiziane sono ben documentate: torture sistematiche rese possibili da detenzioni arbitrarie di massa, senza un processo regolare; condizioni inumane e crudeli, che vanno dalla mancata distribuzione dei pasti all’isolamento prolungato, fino alle cure e ai farmaci negati.

Secondo un rapporto del 2020 di Ifex, una rete internazionale di ong che si occupano di diritti umani, 917 detenuti sono morti in Egitto tra il giugno del 2013 e il novembre del 2019, con un drastico aumento nel 2019. Il rapporto spiega che 677 decessi sono stati causati da negligenza medica e 136 da torture. Il drammatico collasso dell’unico presidente democraticamente eletto del paese, Mohamed Morsi, avvenuto in un’aula di tribunale nel 2019 dopo settimane in isolamento, e la successiva morte sono stati definiti da un gruppo indipendente di esperti dell’Onu una potenziale forma di “uccisione arbitraria di stato”. Quella morte in pubblico è stata un sintomo della negligenza deliberata che subiscono i circa 60mila prigionieri politici in Egitto. Secondo un rapporto dell’aprile 2021 dell’Arabic network for human rights information, dalla rivoluzione del 2011 il numero di carceri nel paese è passato da 43 a 78. Ma l’aumento della capienza non ha migliorato le condizioni di vita dei detenuti né le strutture.

Da sapere
Ancora un rinvio per Zaki

◆ Il processo contro Patrick Zaki, l’attivista egiziano e studente dell’università di Bologna arrestato al Cairo nel febbraio del 2020, è stato aggiornato al 7 dicembre 2021. L’udienza del 28 settembre al tribunale di Mansura, la città di origine di Zaki, è durata due minuti (un’altra udienza si era svolta il 14 settembre). Il rinvio è stato chiesto dalla legale di Zaki, Hoda Nasrallah, per poter studiare gli atti. Nasrallah ha chiesto al giudice una copia del fascicolo. In questo processo, Zaki è accusato di aver diffuso “false informazioni”, in un articolo sulla condizione dei cristiani copti, minoranza a cui lui stesso appartiene, che aveva scritto nel 2019. La pena prevista è fino a cinque anni di carcere. Le altre accuse che gli sono state rivolte, più gravi, sono di propaganda sovversiva e terroristica. Per queste rischia fino a venticinque anni di carcere, e non sono state ancora archiviate. Amnesty international


Spina nel fianco

Nel tentativo di placare le preoccupazioni internazionali per la vergognosa situazione dei diritti umani in Egitto, Al Sisi cerca di togliersi la spina nel fianco che ogni anno gli costa l’imbarazzo della sospensione degli aiuti militari statunitensi. Ma invece di riformare un sistema giudiziario guasto che ha chiuso in carcere migliaia di persone presumibilmente innocenti, colpevoli solo di essersi opposte al regime, ha fatto la cosa che gli riesce meglio: un’operazione di facciata. Costruirà strutture all’avanguardia in cui i detenuti potranno correre e giocare, e continuerà a ignorare l’abuso di fondo: queste persone non dovrebbero essere in carcere.

Al Sisi ha fatto sapere che le nuove carceri saranno “in stile statunitense”. Con questo immagina un modello che prevede i lavori forzati, anche se accompagnati da pasti buoni e molto sole. Magari il presidente ci aggiungerà pure dei campi da basket. Qualcuno dovrebbe raccontargli i documentari che denunciano gli orrori dell’industria delle prigioni negli Stati Uniti, dove è detenuto il 25 per cento della popolazione carceraria del mondo. È ironico che Al Sisi voglia plasmare le strutture egiziane sul modello di un sistema pieno di abusi, di moderne forme di schiavitù e di detenzione di massa ingiustificata, invece di favorire un sistema di giustizia penale che metta i diritti umani davanti al profitto.

E cosa dire delle migliaia di detenuti che aspettano dietro le sbarre? Dove si collocano nell’utopistica visione di Al Sisi? Quando vedranno un’aula di tribunale e saranno rappresentati equamente? Quale risarcimento avranno per le loro vite distrutte inutilmente, trascorse lontano dai figli e dalle famiglie? Questa brillante iniziativa include anche un paragrafo sulla riconciliazione e i risarcimenti alle famiglie dei detenuti morti in prigione? Al Sisi ricorda i loro nomi?

Il danno è fatto. A meno che il regime non decida di guardarsi allo specchio ed espiare i peccati di cui continua a macchiarsi, nessuna operazione di facciata cambierà la realtà. Risolvere la questione dei prigionieri politici in Egitto è fondamentale per qualsiasi prospettiva a lungo termine in un paese democratico governato dallo stato di diritto e dal rispetto dei diritti umani e civili. Si dice che l’ignoranza svanisce con il tempo, ma ci vuole un grande sforzo per restare stupidi. Nel palazzo presidenziale egiziano stanno facendo sforzi enormi. ◆ fdl

Questo articolo è uscito sul numero 1429 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati