Dopo le minacce di Donald Trump di voler annettere la mia patria agli Stati Uniti, è significativo (anche se non altrettanto spaventoso) che i cittadini danesi si siano messi ad attaccare la democrazia groenlandese sui social media. Sotto a un post dal titolo “Trump vuole comprare la Groenlandia” ho letto commenti come: “Ora devono capire cosa vogliono”, “Sì, ora staccatevi e vedete cosa succede, finirete nelle grinfie di un rocker”. E ultimo, ma non meno importante: “Vendete quella merda, tanto si lamentano sempre”. Quindi sono i cittadini groenlandesi – che in realtà sono coloro che in questa situazione hanno qualcosa da perdere – a dover mantenere il sangue freddo. L’altro giorno ho incontrato una donna danese che, prima ancora che potessi dire qualsiasi cosa, mi ha fatto queste domande: “Cosa farai se dovesse annettervi?”, “Questo circo messo in piedi da Trump non ha migliorato i tuoi rapporti con la Danimarca?” e “Non sei davvero groenlandese, giusto?”, visto il colore chiaro della mia pelle. A discolpa della signora, sono abbastanza sicura che avesse perso le buone maniere sulla pista ciclabile di Copenaghen insieme al suo guanto di pelle, prima del nostro casuale incontro nel gelo di gennaio.
A lei e a tutti i curiosi comincio con rispondere all’ultima domanda: sono sia danese sia groenlandese, sia etnicamente sia culturalmente. Ma per favore non chiedetelo ad altri che hanno le mie stesse sembianze: può essere una domanda piuttosto imbarazzante per chi non è stato riconosciuto dal padre biologico danese; o per chi non aveva mai vissuto in Danimarca prima di essersi dovuto trasferire lì per completare la sua formazione scolastica; o per chi ha una storia personale che non dovrebbe riguardare una perfetta sconosciuta. A me sembra che la domanda suggerisca che non sono io a definire la mia identità, ma un estraneo qualunque. Ormai tra i groenlandesi siamo in molti “bianchi” e tanti di noi hanno chiarito che la nostra appartenenza non cambia, anche se un danese ci guarda con scetticismo.
Alle prime due domande (“Cosa farai se dovesse annettervi?” e “Questo circo messo in piedi da Trump non ha migliorato i tuoi rapporti con la Danimarca”) devo rispondere: non lo so. Forse è questo che sto cercando di esprimere a parole. Di questi tempi chiedere a un groenlandese di parlare a nome di un’intera popolazione è quanto di più inopportuno e poco empatico si possa immaginare. In parte perché anch’io vado nel panico al pensiero di una Nato in disgregazione, e in parte perché, onestamente, dove sono finite le buone maniere?
Fare i conti con il passato
La mia analisi è che la domanda rivolta dal danese al groenlandese comune, come se fossimo tutti degli analisti politici esperti, nasce dal fatto che molti danesi hanno difficoltà a conciliare i propri sentimenti con la dolorosa storia coloniale che Trump sta riportando alla ribalta. Vogliono reprimere i propri pensieri e sentimenti spiacevoli. Tuttavia mi chiedo: è questo l’aspetto da approfondire ora, ovvero le mie opinioni su qualcosa che né tu né io né nessun altro – a parte lo psichiatra di Trump – può attualmente prevedere? Non ci si potrebbe interrogare sul mio o sul nostro benessere come se fossimo persone con dei sentimenti che vivono una situazione molto delicata?
Dai commenti emerge chiaramente quanto sembri strano che nell’Inatsisartut (il parlamento groenlandese) ci siano naturalmente posizioni discordanti esattamente come nel Folketing (il parlamento danese). Provate a immaginare che Bruxelles dica alla Danimarca di “darsi una mossa e decida cosa vuole fare”.
La minaccia più grande, interna alla nostra resistenza alla tirannia di Trump, è che i danesi non hanno ancora fatto i conti con il razzismo quotidiano. Il popolo della Groenlandia, il kalaallit, ha dovuto affrontare molte difficoltà nelle ultime generazioni, e questo ha logorato la pazienza del benintenzionato danese medio che ha appena scoperto un interesse altrimenti inesistente per la nostra gente.
Quando vi imbattete in questa impazienza, ricordate una cosa: cercate di sostituire la rabbia nei confronti dei groenlandesi con l’empatia. È l’amore – come quello tra i miei genitori, danesi e groenlandesi – che può fare la differenza nella lotta contro l’imperialismo. E non pensate che non avremo più argomenti di cui parlare tra noi dopo che Trump avrà finito con le sue minacce di dissoluzione dell’ordine mondiale. Non li eviteremo, sia che il nostro paese venga (di nuovo) annesso sia che non succeda.
Il dissenso groenlandese è segno di una democrazia vivace. In questo momento è l’irresponsabilità dei mezzi d’informazione danesi nel gestire le posizioni dei politici groenlandesi e dei cittadini danesi (in particolare quando fomentano le divisioni e rifiutano di moderare i commenti) a dare a Trump esattamente ciò che desidera: una divisione che crea spazio per la conquista del potere. ◆ sm-eup
Le ultime settimane sono state difficili. Il dramma messo in piedi da Donald Trump sulla Groenlandia ha aperto una porta su qualcosa che vorrei poter dire che mi abbia sorpreso. Ma non è così. Ciò che fa male è il modo in cui alcuni danesi parlano apertamente degli inuit: con estremo razzismo, come se fosse del tutto normale. So che il razzismo esiste, lo affronto ogni giorno. Ma rileggerlo più e più volte è stancante.
Tutto comincia in parlamento, dove i politici di destra continuano a ripetere che la Groenlandia non può sopravvivere senza la Danimarca, come se fossimo in qualche modo meno degni o meno competenti in materia. Questa mentalità s’insinua direttamente nei programmi televisivi del mattino, dove i commentatori parlano della ministra degli esteri della Groenlandia come se mancasse di buon senso, e dove si sente dire che è “un bene” che il suo collega danese fosse presente all’incontro a Washington con Marco Rubio e JD Vance, perché ha garantito che ci fosse “una persona ragionevole nella stanza”.
E poi leggi i commenti, e vedi che è così ovunque. Danesi che non hai mai incontrato parlano degli inuit come se fossimo le persone peggiori del mondo e incapaci di stare in piedi da soli. Questa è la storia con cui molti danesi sono cresciuti. È qualcosa di profondo. È la storia coloniale che ha plasmato generazioni e con cui dobbiamo convivere ogni giorno.
Allo stesso tempo ci viene detto che “non dobbiamo creare divisioni” tra Danimarca e Groenlandia. Ci si aspetta che restiamo in silenzio mentre il nostro popolo viene sminuito, deriso e privato della sua dignità. Quanto è “divisivo” parlare apertamente contro il razzismo e la violenza coloniale? E quanto è “unitario” tacere mentre altri ci disumanizzano?
La pressione esterna non rende le cose più facili. Molte persone cercano di stare lontane dalle notizie e dai social perché sono troppo difficili da sopportare. Ma penso che sia una sconfitta della democrazia dover cambiare il nostro comportamento perché gli altri non riescono a comportarsi correttamente. Non dovremmo sopportare il peso del razzismo altrui ritirandoci dal dibattito.
Mi occupo quotidianamente dei diritti dei popoli indigeni. Incontro persone che lottano per la pace, la giustizia, la terra e la dignità. So quanto sia importante restare saldi e raccontare le nostre storie. Ma le ultime settimane mi hanno ricordato quanto siano ancora profondamente offensive le opinioni che circolano nel Regno di Danimarca. Non siamo solo un territorio: siamo un popolo che sogna di diventare una nazione. Siamo un popolo orgoglioso con una cultura meravigliosa. E meritiamo rispetto.
Se non altro, questo momento dimostra perché il dibattito su sovranità e autodeterminazione sia necessario. Non perché vogliamo dividere il paese. Ma perché vogliamo la dignità. E abbiamo il diritto di dirlo ad alta voce senza essere accusati di creare divisioni o ricevere insulti pesanti solo perché diciamo la verità sulle nostre vite e sul nostro futuro. ◆ sm-eup
Siri Paulsen è nata a Nuuk nel 1989 ed è cresciuta in Groenlandia, Norvegia e Danimarca. Lavora come drammaturga e sound designer. È produttrice creativa presso Pan Arctic Vision, una versione artica e politicamente impegnata dell’Eurovision.
Aka Hansen è nata nel 1987 ad Aarhus, in Danimarca, da padre danese e madre groenlandese. Si è poi trasferita in Groenlandia ed è una regista, scrittrice e attivista inuit.
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Questo articolo è uscito sul numero 1649 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati