Nel 2019 l’affascinante e coraggiosa E. Jean Carroll dichiarò di essere stata violentata da Trump in un camerino del centro commerciale Bergdorf Goodman, a metà degli anni novanta. Trump respinse immediatamente le accuse, per poi denigrare ripetutamente Carroll durante i suoi eventi elettorali e le interviste televisive, con frasi come “non è il mio tipo”. Il recente documentario Ask E. Jean racconta la sua decisione di fare causa al presidente in un tribunale civile per diffamazione e violenza sessuale. Seguiamo Carroll dalla vigilia del processo fino alla vittoria della causa nel 2023. La giuria ha stabilito che Trump era colpevole di abuso sessuale e diffamazione, ordinandogli di versare 5 milioni a Carroll. Attualmente l’appello presentato dai legali di Trump è in esame alla corte suprema.

Sono in pochi ad aver visto o anche soltanto ad aver sentito parlare di Ask E. Jean. Le piattaforme di streaming, infatti, si tengono scrupolosamente alla larga da un documentario che espone le malefatte dell’attuale presidente.

Diffusione aggressiva

Oltre ai problemi giudiziari, la mancanza di autocontrollo e l’aggressività di Trump hanno generato un impatto profondo sull’industria dell’intrattenimento. Per esempio le reti televisive Abc e Cbs hanno deciso di affrontare le denunce di Trump patteggiando. Il presentatore Stephen Colbert ha definito i 16 milioni di dollari versati dalla Cbs a Trump “una gigantesca tangente”. Poco dopo il suo programma è stato cancellato.

Insomma sarà difficile vedere Ask E. Jean. In compenso non mancano le opportunità per il documentario sull’attuale first lady, Melania, la cui diffusione aggressiva in oltre 3.300 sale e la genesi insolita (40 milioni sborsati da Amazon, di cui a quanto pare 28 milioni di cachet per Melania Trump, più altri 35 milioni per la promozione) la dicono lunga su quale sia lo stato della nostra infrastruttura dell’intrattenimento.

A essere onesti, la maggior parte delle persone coinvolte nella realizzazione di Melania sembra provare abbastanza vergogna. Rolling Stone ha rivelato che due terzi delle persone coinvolte nella produzione hanno chiesto di non essere accreditate. Il film è stato diretto da Brett Ratner conosciuto per la serie di film _Rush hour _e per diverse accuse di molestie sessuali che lo hanno colpito nel 2017 e che lui ha contestato. _Melania _segna il suo ritorno alla vita pubblica dopo un’assenza di nove anni.

Davos, 21 gennaio 2026 (Theresa Münch, dpa/Ap/Lapresse)

In quasi due ore il film non racconta sostanzialmente nulla. Per gran parte del tempo vediamo la protagonista che cammina da un luogo all’altro con la telecamera al seguito come fosse un cagnolino. Fin da subito si percepisce che a Melania non piace essere ripresa, una sensazione che non svanisce fino alla fine. La sua voce narrante esprime in modo vago il desiderio che il film riesca a cogliere le motivazioni che ha come first lady. “Ogni giorno vivo con determinazione e devozione”, spiega. La osserviamo mentre i sarti le prendono le misure in vista della cerimonia inaugurale, mentre concorda con gli stilisti l’estetica dei balli presidenziali e mentre parla con diverse donne (tutte bianche) che aspirano a fare parte del suo staff. Melania racconta con orgoglio che durante il primo mandato di Trump si è occupata del ripristino del Rose garden della Casa Bianca. Peccato che suo marito l’abbia poi trasformato in un patio lastricato. Ratner sembra alla ricerca di un’azione che non arriva mai.

Dopo il giuramento di Trump – le riprese includono impietosamente il volto di Kamala Harris, infuriata, dietro le quinte – seguiamo la coppia presidenziale nel corso di tre balli. Melania sfoggia il suo abito inaugurale su misura, bianco con nastri neri. Un vestito che oggi fa pensare alle pagine censurate degli Epstein files.

Quello che il film contiene – molte inquadrature dei padroni della tecnologia che rendono omaggio a Trump, Ratner che cerca di convincere la first lady a cantare Billie Jean, l’insistenza di Melania sui sacri valori della costituzione e sulla difesa dei diritti individuali – è quasi meno importante di quello che manca.

Proiezione di Melania a Lubiana (Darko Bandic, Ap/Lapresse)

Una vera diva

A spingere il pubblico ad andare a vedere Melania, nonostante la genesi discutibile e la tempistica orribile dell’uscita – la prima alla Casa Bianca ha coinciso con la rabbia per l’omicidio di Alex Pretti da parte degli agenti federali – potrebbe essere il fatto che Melania Trump è la first lady meno accessibile della storia.

Da vera diva, evita di mostrarsi in pubblico a meno che non si tratti di un evento formale o della vendita di qualcosa. Quasi tutti i suoi post recenti su Instagram promuovono il suo film, la sua collezione di gioielli, il suo memecoin o il suo audiolibro Melania, realizzato con l’intelligenza artificiale. È tanto schiva quanto impermeabile agli scandali. “Per lei”, ha scritto Stephanie Winston Wolkoff nel libro del 2020, Melania and me, “il disonore pubblico era problematico quanto un po’ di sabbia sui piedi dopo una passeggiata in spiaggia”.

Questo atteggiamento rivela una certa abilità. Vale la pena di sottolineare che le precedenti first lady solitamente evitavano (per un generico senso del decoro più che per specifici limiti etici) di guadagnare dal loro ruolo durante il mandato del consorte. Ma in questo senso il mondo di Trump è molto diverso da quello del passato. A quanto pare l’idea di un documentario è nata dal successo dell’autobiografia pubblicata da Melania nel 2024, in cui sono ignorate le decine di donne che avevano accusato il marito di molestie sessuali (tra cui Carroll) ma si dedicano quattro pagine intere all’analisi del fallimento di una linea di prodotti per la pelle a base di caviale.

Il libro Melania, più che a un’autobiografia, somiglia a una costosa brochure. Il film Melania, invece, sembra il pagamento di un pizzo. È irritante pensare che Jeff Bezos abbia deciso d’investire così tanto denaro solo per ingraziarsi il presidente, preparandosi nel frattempo a licenziare centinaia di dipendenti del Washington Post. Ed è altrettanto fastidioso che l’amministratore delegato della Apple, Tim Cook, abbia partecipato alla prima di Melania mentre le forze dell’ordine al comando dell’amministrazione uccidono cittadini e arrestano bambini.

Melania davvero non sembra minimamente interessata a come la gente possa giudicare il lancio di uno spot pubblicitario da 75 milioni di dollari in un momento in cui il paese vive una crisi profonda. Ma molti americani la pensano diversamente. Le manifestazioni di Minneapolis resteranno nella memoria nazionale, mentre il film sarà presto dimenticato. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1651 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati