Tre carabinieri in divisa mimetica risalgono il letto di un torrente in secca tenendo l’indice sul grilletto. Da più di un’ora hanno lasciato la strada asfaltata per arrampicarsi sui contrafforti dell’Aspromonte, in Calabria. Parlano a voce bassa, scrutano le valli immerse nella nebbia e nel silenzio. Seguendo un percorso che solo loro conoscono, salgono lungo una collina piena di cespugli e rovi. Improvvisamente uno di loro si ferma. Con il mitra indica un piccolo rilievo immerso tra le felci: “È qui”.

Bisogna avvicinarsi un po’ e piegarsi tra gli arbusti per vedere qualcosa. Un paio di calzini appesi a una corda. Uno specchio attaccato a una tavola di legno verde. Una bacinella, una pentola, una confezione di bagnoschiuma e un recipiente di acqua piovana. “Ma chi vorrebbe vivere qui? Neanche i lupi vengono in un posto così sperduto”, borbotta il carabiniere.

Eppure qualcuno ha fatto di questo rifugio la sua fortezza. Girolamo Facchineri, 55 anni, ha vissuto in questo nascondiglio, isolato dal mondo, per un anno e mezzo: dall’autunno 2016 al marzo 2018. Uno strano eremita, milionario e ricercato dalla giustizia per associazione mafiosa. Aveva installato dei pannelli solari e un sistema artigianale di allarme: dei fili elettrici collegati a un clacson. Teneva sempre a portata di mano un binocolo a infrarossi per vedere di notte e una scacciacani per allontanare gli animali selvatici.

Quasi quattro anni dopo averlo individuato, l’unità dei carabinieri Falco 11 continua a pattugliare questa zona con grande attenzione. Il paese più vicino, Cittanova, è ancora un feudo dei Facchineri, uno dei venti clan criminali della provincia di Vibo Valentia. Queste terre nel cuore della Calabria, piene di colline dalla bellezza austera, sono una delle culle della ’ndrangheta.

Tra la vegetazione si vede qualche sacchetto di plastica. Sono le tracce dei pasti portati dai complici. È stato proprio osservando i loro viaggi che l’unità Falco 11 è riuscita a localizzare Facchineri. All’arrivo dei carabinieri il latitante non ha opposto resistenza. Su un piccolo schermo stava guardando il telegiornale dell’ora di pranzo.

Facchineri non è un’eccezione. Scomparire così, nascondendosi in una capanna in montagna o in un bunker, è la strategia principale dei capi della zona. Negli ultimi trent’anni più di trecento latitanti sono stati catturati in questo modo, da un’unità unica nel suo genere: lo squadrone carabinieri eliportato cacciatori di Calabria. Chi ne fa parte è riconoscibile dal berretto rosso. In totale sono un centinaio, solo uomini. Il quartier generale è una caserma dell’aeroporto militare di Vibo Valentia.

Nei corridoi sono appese immagini sacre e allegorie di falchi, l’altro nome dell’unità. Al primo piano, su una parete del centro operativo, c’è un pannello gigante con le 305 persone catturate dal gruppo. Una storia della ’ndrangheta riassunta nelle foto del casellario giudiziario.

Molti degli uomini che compongono la squadra, tutti scalatori esperti, sono originari dell’Italia del sud, e in particolare della Calabria, dove la loro conoscenza delle usanze locali e dei luoghi rappresenta un vantaggio. Gli elicotteri della base permettono di raggiungere in meno di trenta minuti i luoghi simbolo della regione: la Pietra Cappa, il maestoso picco che domina l’Aspromonte; il porto di Gioia Tauro; i paesi di San Luca, Platì e Africo, feudi dei clan (le ’ndrine) che hanno ramificazioni internazionali.

“La squadra fu creata nel 1991 per trovare le persone sequestrate e nascoste nelle montagne”, racconta Ivan D’Errico, il comandante, l’unico autorizzato a parlare a nome dell’unità. “All’epoca i sequestri a scopo estorsivo erano la specialità dei clan calabresi. Ma dalla fine degli anni novanta la ’ndrangheta è cambiata, soprattutto grazie ai guadagni fatti con il traffico di cocaina, e il nostro ruolo è mutato. Trovare i latitanti è diventata la nostra missione principale”.

Specialisti dell’elettronica

I latitanti non sono persone fuori gioco. Anche se devono accontentarsi di vivere in cinque metri quadrati, continuano a gestire l’organizzazione criminale. “La latitanza costituisce la base stessa del potere della ’ndrangheta, il mezzo per rimanere vicino alla popolazione che si vuole tenere sotto controllo”, precisa il criminologo Antonio Nicaso, autore insieme al magistrato Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro, di vari libri sulle organizzazioni criminali calabresi. “È la contraddizione del potere mafioso: uomini disposti a vivere sottoterra, come talpe, ma che non rinunciano ad avere l’ultima parola. Il bunker legittima l’idea di una mafia che soffre ma che non abbandona il suo territorio”, dice Nicaso.

Sono disposti a vivere sottoterra come talpe pur di avere l’ultima parola

Nella ’ndrangheta il ricorso a questi nascondigli dipende dal ruolo del latitante. La priorità è non rompere mai i legami con gli uomini di fiducia. “Sono soprattutto i boss che devono rimanere sul posto”, spiega Nicaso. “I criminali dell’alta finanza e i trafficanti preferiscono invece i paradisi fiscali, l’anonimato delle grandi città o le campagne del Sudamerica”.

Ma una vita da animale braccato non si improvvisa. Una situazione del genere deve essere pianificata, sia per garantirsi la sicurezza del rifugio sia per avere un sistema sicuro di complicità. Un’intercettazione della polizia del 2010, fatta durante un’operazione chiamata Reale, ne è un esempio. Durante un dialogo tra due boss amici, Giuseppe Pelle e Giovanni Ficara, il secondo chiede al primo: “Devo farmi fare un bunker, hai qualcuno? Ho letto sui giornali che sei un esperto in questo genere di cose”. “Trovati la casa e l’operaio te lo mando io”, risponde Pelle.

Il dialogo prosegue con la pianificazione del cantiere, la scelta di uno specialista per le saldature, l’affitto di una ruspa e così via. Si conclude con questa raccomandazione: non dimenticare mai l’uscita di emergenza, anche se si tratta di un porcile trasformato in rifugio.

Il ricorso a specialisti del cemento armato e dell’elettronica è indispensabile per costruire botole comandate a distanza, muri finti o per installare telecamere di sorveglianza in modo da non farle scoprire. “Sono dei geni, ci sorprendono in continuazione con i loro trucchi”, afferma un militare della squadra dei carabinieri durante una pausa in un paese di montagna. “Quando vediamo una mattonella che scende sottoterra, un forno per la pizza nascosto o un tunnel scavato in un pozzo dobbiamo riconoscere che hanno delle capacità fuori dal comune”.

L’arredo interno dei rifugi evidenzia la religiosità dei mafiosi e la loro capacità di guardare avanti. L’immagine della madonna di Polsi, il cui santuario di montagna è venerato dai calabresi, appare spesso sui muri, e tra gli oggetti trovati c’è anche il codice penale, una lettura utile per preparare la difesa in caso di necessità.

Nel rifugio una riserva di champagne Dom Pérignon e di sigari cubani

“La cultura del bunker è diversa fra ’ndrangheta, camorra e cosa nostra”, sottolinea Lorena Di Galante, responsabile del reparto investigazioni giudiziarie della direzione investigativa antimafia (Dia). “Ed è proprio in Calabria che è più radicata. I legami familiari sono molto forti, al punto che i mafiosi che operano all’estero devono tornare per ottenere l’assenso dei loro capi, anche se sono nascosti in un bunker. Qui non si ha l’abitudine di costruire lussuose ville kitsch come intorno a Napoli. La parola d’ordine è non attirare l’attenzione”. Ogni anno di latitanza, sottolinea Di Galante, rafforza il prestigio del mafioso. Tuttavia il record di latitanza non spetta alla Calabria, ma alla Sicilia: sono 28 anni che il trapanese Matteo Messina Denaro sfugge agli investigatori italiani.

Cosimo Gallace, sessant’anni (di cui venti passati in carcere), non raggiungerà mai questo record. Condannato a quattordici anni di reclusione, è l’ultimo latitante calabrese importante a essere stato catturato in un bunker in città, il 7 ottobre 2021. Quel giorno il gruppo intervento speciale (Gis) dei carabinieri aveva fatto irruzione in un appartamento nascosto in un cementificio di Isca sullo Ionio. A prima vista la moglie e la figlia di quattro anni sembravano sole nella camera da letto. Gallace era nascosto dietro un tramezzo di fronte al letto, sotto uno specchio. La squadra dei cacciatori, arrivata nell’appartamento in un secondo momento, ha capito subito come funzionava il nascondiglio: il pomello centrale dell’appendiabiti, permetteva l’apertura del rifugio.

Come per più del 90 per cento delle operazioni fatte dall’unità speciale, Gallace è stato catturato senza sparare un colpo. Un tiratore scelto della squadra spiega che il suo mirino telescopico serve più a individuare i latitanti che a colpirli.

“Di solito non oppongono resistenza”, racconta un altro ufficiale. “Hanno provato a fuggire e accettano la sconfitta. C’è sempre una sorta di rituale: li lasciamo vestire e spesso anche farsi la barba o fumare una sigaretta, ma facciamo sempre una foto della cattura, una sorta di trofeo”.

Grazie ai loro successi qualche berretto rosso ha conquistato il rispetto dei nemici. Tra di loro spicca una figura storica: il maresciallo Michele Palumbo, chiamato la Leggenda. La sua storia è legata a quella di Platì. Sono più di vent’anni che questo napoletano basso, robusto e con i capelli rasati scova uno dopo l’altro i boss di questo comune. Nel corso degli anni è stata costruita una rete di più di tre chilometri di gallerie sotterranee sotto le abitazioni dei capi clan di questo “paese che non parla”, come lo chiama Palumbo.

Quando Palumbo è arrivato a Platì c’erano 24 latitanti. Oggi non ce ne sono più. In attesa dei prossimi procedimenti giudiziari, che faranno scappare le persone coinvolte. Il maresciallo è figlio di un operaio che si è formato sui cantieri, si fida più del suo fiuto che dei georadar e degli altri strumenti moderni. Non svela nulla sulle sue tecniche d’investigazione, se non che riesce a individuare con un coltello i nascondigli ricavati nel cemento.

“Sei tu Michele?”, chiedono a volte i latitanti prima di arrendersi, quando pensano che il loro rifugio sia stato scoperto della Leggenda in persona. In quel momento sono indifesi e lasciano intravedere le loro fragilità. Palumbo ricorda gli attacchi di panico di alcuni di loro, oppressi in rifugi con poca aria. Oppure quando un boss gli chiese di telefonare alla madre malata per avvertirla che era stato preso: “Appena ho detto ‘sono Michele dei cacciatori’, ha capito e si è messa a piangere”.

Ma queste partite tra cacciatori e ricercati sono spesso molto più complesse. Le latitanze richiedono l’aiuto di complici fidati, il rifugio va cambiato spesso e alcune volte si stringono alleanze con i clan di territori vicini. Ci sono stati latitanti che hanno cambiato sei o sette nascondigli.

Sul pannello con le foto dei latitanti catturati quella di un uomo con i capelli ricci e neri riassume uno di questi lunghi duelli. Ernesto Fazzalari era un sicario del clan Zagari-Fazzalari. Era il numero due nella classifica dei latitanti più pericolosi d’Italia e negli anni novanta avrebbe partecipato alla faida di Taurianova, una guerra tra clan rivali che ha causato una trentina di morti. Nel momento più duro del conflitto, Fazzalari e i suoi uomini si erano fatti vedere nella piazza del paese di Cittanova mentre giocavano con la testa di un nemico appena decapitato.

L’uscita del rifugio sotterraneo da cui Ernesto Fazzalari è scappato nel 2004. Calabria, 18 gennaio 2022 (Tommaso Bonaventura)

Fazzalari, latitante dal 1996, era già sfuggito ai berretti rossi nel gennaio 2004. Per raggiungere il luogo dove si era nascosto, bisogna attraversare un uliveto e arrivare fino a una piccola casa che ha i muri fatti di cemento grezzo. Il rifugio emana un odore acre di escrementi. Un grosso topo scappa al nostro arrivo. Sotto il lavandino una botola si apre su una scala arrugginita. In basso c’è una seconda stanza che permetteva a Fazzalari di vivere in autonomia, con una riserva di champagne Dom Pérignon e sigari cubani. Dietro un’apertura a forma di oblò comincia il tunnel attraverso cui aveva strisciato per sfuggire al blitz. Era uscito 25 metri più lontano, da un’apertura nascosta in un campo.

Nel giugno 2016 il killer è stato di nuovo individuato: il suo nascondiglio era una casa gialla con le imposte rosse in una sperduta frazione di montagna, in fondo a un sentiero senza via d’uscita. Pazienti appostamenti notturni, verifiche catastali e la sorveglianza della figlia di Fazzalari hanno permesso ai carabinieri di individuarlo. Cinque anni dopo le forze dell’ordine controllano ancora i dintorni della casa messa sotto sequestro. Ma in queste valli apparentemente tranquille oggi l’atmosfera è elettrica. La provincia di Vibo Valentia – tanto i suoi abitanti quanto i latitanti – vive infatti un momento storico.

Questo territorio, che conta il più elevato tasso di crimini di natura violenta in Italia, è oggi una sorta di formicaio in agitazione. La causa è il processo Rinascita Scott, che si sta svolgendo da più di un anno in una zona industriale di Lamezia Terme, dentro un capannone di tremila metri quadrati trasformato in un tribunale. I più di trecento imputati partecipano, spesso in videoconferenza, dalle prigioni di massima sicurezza di tutto il paese.

L’arresto prima di cena

“Questo processo deve fare i conti con il rischio che degli imputati scompaiano”, sottolinea il colonnello Bruno Capece, comandante provinciale dei carabinieri di Vibo Valentia, anche lui abituato a dare la caccia ai “fantasmi”, come li chiama.

Il rifugio di Girolamo Facchineri nelle montagne calabre tra Cittanova e San Giorgio Morgeto, gennaio 2022 (Tommaso Bonaventura)

“Nel dicembre 2019 avevamo mobilitato quasi tremila tra poliziotti e carabinieri per gli arresti dell’indagine Rinascita Scott, operazione che all’ultimo momento è stata anticipata di ventiquattr’ore. Può sembrare una follia, ma temevamo che qualcosa trapelasse e che gli accusati sparissero”. Questa paura riguardava in particolare l’obiettivo numero uno, il boss Luigi Mancuso, arrestato appena in tempo alla stazione di Lamezia Terme, mentre scendeva da un treno proveniente da Milano. Secondo gli investigatori il suo bunker era già pronto.

Ma anche dopo questi blitz perfettamente coordinati, continuano a mancare all’appello una decina di accusati. Di conseguenza ogni cattura è delicata. “Scegliere se sfondare la porta o meno è una decisione difficile. Ogni errore può rovinare una lunga indagine”, spiega il colonnello Capece. E il dubbio si è posto il 14 dicembre 2021 di fronte a due accusati di Rinascita Scott ancora in fuga.

Salvatore Morelli, 38 anni (chiamato l’Americano) e Domenico Tomaino, 29 anni (soprannominato il Lupo) erano stati individuati nel paese di Conidoni, composto da una quarantina di piccole case molto vicine. “La cella telefonica non aiutava a identificare l’abitazione precisa, ma sapevamo che erano là”, racconta il coordinatore dell’operazione. “Grazie ad altri elementi siamo riusciti a stabilire l’indirizzo esatto e a far partire la cattura”. Quando la porta è stata sfondata i due uomini stavano per sedersi a tavola per cenare. La padrona di casa, Angela Cusa, è stata accusata di favoreggiamento. Quella sera il menù dell’americano prevedeva hamburger.

È in un bunker molto diverso che sono state organizzate le inchieste sui latitanti della provincia di Vibo Valentia: il palazzo di giustizia della città, solenne e malandato, in cui il procuratore capo Camillo Falvo si chiude ogni giorno dalle 9 alle 21, pausa pranzo compresa, protetto dalla scorta. Nel buio della sera il procuratore sembra minuscolo sotto gli smisurati soffitti del suo ufficio.

Una scienza complessa

“Il processo è una corsa contro il tempo per arrivare alla sentenza prima che scadano le misure di custodia cautelare”, dice Falvo, che ha preso parte all’operazione Rinascita Scott quando lavorava alla procura di Catanzaro. Il magistrato sottolinea che avendo solo quattro giovani colleghi le forze sono troppo poche per stare dietro ai criminali della regione, i cui clan sono profondamente infiltrati nella sfera politica, economica e sociale.

“La ricerca dei latitanti è diventata una scienza complessa, perché dobbiamo affrontare dei professionisti. Fanno pochi errori, non si parlano più al telefono e usano ancora i pizzini (foglietti di carta) per comunicare”, continua Falvo. “Per ottenere delle informazioni siamo arrivati a nascondere dei microfoni negli alberi o nell’arredo urbano”.

Secondo il procuratore i latitanti sono protetti soprattutto dalla potenza silenziosa del consenso. Questo sostegno fondamentale dei loro vicini di casa lo si può osservare in una recente intercettazione, racconta Falvo: “Una signora anziana che vive in fondo alla strada dove abita il boss un giorno gli ha detto: ‘Ho visto passare un’auto nuova, fate attenzione potrebbero essere poliziotti’”.

Di fronte all’omertà che regna tanto nelle città quanto nelle campagne, il magistrato ha più che mai bisogno dell’aiuto dell’unità speciale dei cacciatori, instancabili perlustratori dell’Aspromonte. “Per quanto riguarda Rinascita Scott rimane in circolazione solo un latitante, Pasquale Bonavota”, spiega il procuratore. Suo fratello Domenico, responsabile dell’ala militare del clan, è stato preso nell’agosto 2020 nella casa in cui era nascosto dopo la condanna all’ergastolo. Secondo gli investigatori, Pasquale, 47 anni, sarebbe l’anima del clan Bonavota, uno dei più potenti della Calabria. Per ora nessun elemento ha tradito la latitanza di questo criminale, sospettato di tenere le redini di un gruppo specializzato nel traffico di droga, ma anche nell’estorsione e nel riciclaggio di denaro sporco con ramificazioni a Roma e Milano. Bonavota potrebbe nascondersi dall’altra parte del mondo come nel cuore del suo territorio, il borgo di Sant’Onofrio, a una decina di chilometri da Vibo Valentia, e quindi dal palazzo di giustizia e dalla caserma dei cacciatori di Calabria . ◆ adr

Questo articolo è uscito sul numero 1449 di Internazionale, a pagina 36. Compra questo numero | Abbonati