Boris Berezovskij a Londra, il 7 novembre 2011. (A. Winning, Reuters/Contrasto)

Boris Berezovskij, noto come “il Padrino del Cremlino”, il 23 marzo è stato trovato morto nella sua villa in Inghilterra. Probabilmente si è suicidato. Nel 1997 era il più ricco dei russi e faceva parte del gruppo di miliardari conosciuti come gli oligarchi. Ma chi sono gli oligarchi russi? E come hanno fatto a diventare così ricchi?

Risorse per pochi
Per gli antichi greci gli oligarchi erano un piccolo gruppo di uomini (in greco ὀλίγοι significa “pochi”) che detenevano il potere grazie alla ricchezza. Per i russi, gli oligarchi sono gli uomini d’affari che hanno approfittato delle confuse privatizzazioni degli anni novanta per impadronirsi delle maggiori risorse della Russia. All’inizio degli anni novanta non costituivano neanche il due per cento dell’élite economica mondiale, ma poi sono quadruplicati.

Questi uomini d’affari (biznismen) hanno usato i loro legami con la nomenklatura, cioè con il potere politico, per impadronirsi delle imprese di stato sfruttando dei buoni distribuiti dal governo a ogni cittadino. Il modo in cui ci sono riusciti è spiegato bene dallo scrittore francese Emmanuel Carrère nel romanzo Limonov (Adelphi 2013):

“Il primo settembre 1992 erano stati spediti per posta a ogni russo con più di un anno di età buoni per il valore di diecimila rubli, il che corrispondeva alla quota di ogni cittadino nell’economia del paese. Dopo settant’anni in cui in teoria nessuno aveva avuto il diritto di lavorare per sé ma soltanto per la collettività, l’idea era quella di stimolare l’interesse personale e favorire la nascita di imprese e proprietà private, insomma del mercato. Purtroppo però, a causa dell’inflazione, appena recapitati i buoni non valevano più niente. I beneficiari hanno scoperto che ci si poteva comprare tutt’al più una bottiglia di vodka. Così li hanno rivenduti in massa ad alcuni furbetti, che in cambio hanno offerto loro l’equivalente, diciamo, di una bottiglia e mezzo. Questi furbetti, che nel giro di qualche mese sono diventati i re del petrolio, si chiamavano Boris Berezovskij, Vladimir Gusinskij, Mikhail Khodorkovskij […] Erano giovani, intelligenti, pieni di energia, non disonesti per vocazione – soltanto, erano cresciuti in un mondo in cui era vietato fare affari, attività per la quale avevano un vero talento, e da un giorno all’altro si erano sentiti dire: ‘Fatevi sotto’. Senza regole del gioco, senza leggi, senza sistema bancario e fiscale. […] era il Far West”.

Dopo l’accaparramento dei buoni, che potevano essere scambiati con le azioni delle imprese statali, nel 1996 cominciò la fase dei loans for shares, prestiti in cambio di azioni. Il governo di Boris Eltsin stava per rimanere senza soldi, aveva tagliato i servizi sociali, l’assistenza sanitaria e le spese militari ma non riusciva comunque a pagare in tempo gli stipendi. Le banche, le uniche nel paese a disporre di capitali, prestarono denaro al governo chiedendo come garanzia le azioni dei giganti statali di petrolio, gas e metalli.

Sapevano che il governo non avrebbe mai potuto saldare questi debiti e che le aziende di stato sarebbero finite così nelle loro mani. Per aggiudicarsi la possibilità di fare i prestiti le banche parteciparono a una gara pubblica, vietata agli istituti stranieri. Così in poche settimane, nel 1995, le più grandi aziende statali di petrolio e metalli (tra cui Norilsk Nickel, Yukos, Lukoil, Sibneft) passarono nelle mani di pochi banchieri privati.

Petrolio e tv
Dalla metà degli anni novanta i dieci russi più ricchi sono sempre stati quelli che avevano interessi nello sfruttamento delle materie prime, soprattutto del petrolio. Ma gli oligarchi hanno investito anche in altro. Oltre ad avere il controllo delle banche, necessario per manovrare i loro soldi, si sono assicurati anche i mezzi d’informazione, fondamentali per condizionare il potere politico. In più, parecchi di loro si sono circondati di piccoli eserciti personali, per proteggersi o per eliminare gli avversari.

Con il crollo del rublo nel 1998 gli oligarchi russi erano usciti dalla classifica dei miliardari stilata dalla rivista Forbes. Ma grazie all’aumento del prezzo del petrolio, tra il 2000 e il 2008, si sono ripresi alla grande. Nel 2002 tra gli uomini più ricchi del pianeta sei erano russi. Nel 2004 erano già 26 e nel 2008 addirittura 82.

Negli ultimi anni alcuni di loro si sono trasferiti all’estero (Boris Berezovskij e Roman Abramovič a Londra, Vladimir Gusinskij in Spagna, Leonid Nevzlin a Tel Aviv) altri sono finiti in carcere (Mikhail Khordokovskij e Alexander Lebedev), altri sono fuggiti (Mikhail Gutseriyev).

Uno degli oligarchi rimasti in Russia, Oleg Deripaska, nel 2008 aveva un patrimonio di 28 miliardi di dollari (il più alto che un russo sia mai riuscito ad avere), ed era uno dei dieci uomini d’affari più ricchi del mondo.

Ma Deripaska aveva anche un mucchio di debiti con le banche occidentali ed è stato lui il primo miliardario russo a chiedere aiuto allo stato per evitare il fallimento.
Quando nel 2009, è stato firmato un accordo tra una società di Deripaska e il governo russo, Putin ha prestato la sua penna a Deripaska, che dopo la firma ha dimenticato di restituirgliela. Il famoso “restituisca la penna” pronunciato allora da Putin è diventato il simbolo di un nuova fase.

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Dopo Deripaska quasi tutti i russi presenti nell’elenco di Forbes hanno chiesto l’aiuto pubblico: Vladimir Potanin, Vagit Alekperov, Roman Abramovič e molti altri. Per aiutare gli oligarchi sono state spese decine di miliardi di dollari, e molti di questi soldi sono stati presi dal Fondo per il benessere nazionale. Così alla fine le proprietà dei super-ricchi sono ritornate nelle mani dello stato.

Il problema è che gli oligarchi non vogliono occuparsi di attività che non siano l’estrazione e la lavorazione delle materie prime e non si preoccupano d’investire nel loro paese. Preferiscono liberarsi delle loro attività in Russia (anche perché molti di loro sono indebitati fino al collo) e trasferire i soldi ricavati all’estero. Secondo la Banca centrale, nel 2012 dalla Russia sono usciti circa settanta miliardi di dollari.

Gli oligarchi russi più noti

Boris Berezovskij nel 1997 era il più ricco dei russi. Ex professore di matematica, si era arricchito vendendo auto acquistate dallo stato. Era convinto che per fare affari sicuri in Russia doveva conquistare il potere politico e, consapevole di come la televisione può influenzare la politica, aveva assunto il controllo del più grande canale televisivo del paese.

Fu uno dei pochi imprenditori della cerchia ristretta del presidente Boris Eltisn, la famosa “Famiglia”. Sembra ci fosse lui dietro allo scoppio della seconda guerra tra la Russia e i ribelli ceceni, alla rielezione di Eltsin nel 1996 e alla sua sostituzione con il primo ministro Vladimir Putin, un ex agente dei servizi segreti. Nel 2000 Berezovskij trasferì la sua fortuna nel Regno Unito ma le cose non gli andarono bene. L’anno scorso aveva perso una causa miliardaria contro un altro oligarca, Roman Abramovič, in uno dei processi più costosi della storia del Regno Unito e per pagare gli avvocati aveva dovuto svendere il suo patrimonio. Il 23 marzo è stato trovato morto nella sua villa in Inghilterra.

Mikhail Khodorkovskij ha cominciato importando computer e brandy francese di pessima qualità che rivendeva al mercato nero. Alla fine degli anni ottanta in Unione Sovietica non c’erano banche private, così nel 1990 ne ha fondata una, la Menatep, e ha acquistato una delle più grandi aziende petrolifere del paese, la Yukos. Dieci anni fa era l’uomo più ricco della Russia. “Se un uomo non diventa un oligarca, vuol dire che in lui qualcosa non va”, disse in un’intervista.

“Siamo partiti tutti dalle stesse condizioni, tutti avremmo potuto farcela”. Poi alla fine del 2003 è stato arrestato con l’accusa di evasione fiscale, frode e peculato. Dal 2005 sta scontando una condanna a otto anni in una prigione siberiana, mentre la Yukos è fallita ed è stata smembrata. Nel 2009 è cominciato un nuovo processo contro Khodorkovskij e il suo socio Lebedev per riciclaggio di denaro e appropriazione indebita. Organizzazioni per la difesa dei diritti umani pensano che molti dei reati economici di cui è stato accusato siano stati costruiti a tavolino. Dal carcere Khodorkovskij ha scritto più di un testo sulle vicende in Russia degli ultimi vent’anni. Rischia 22 anni di carcere.

Vladimir Potanin ha lavorato al ministero degli affari esteri e in seguito ha aperto con il suo socio Mikhail Prokhorov la Interros, che mette insieme imprese del settore metallurgico, energetico, finanziario e immobiliare. A metà degli anni novanta possedeva una ventina di aziende prima statali e poi è diventato azionista di maggioranza di alcune banche. Oggi ha incarichi politici per lo sviluppo dell’economia russa ed è coinvolto in varie iniziative per la promozione sociale e culturale.

Roman Abramovič, “l’oligarca invisibile”, tra il 1992 e il 1995 ha fondato cinque diverse compagnie di import-export, specializzandosi nel settore del commercio del petrolio. Con Berezovskij ha dato vita alla Sibneft, un’azienda arrivata a valere più di 13 miliardi di dollari. Nel 2002 l’ha rivenduta a Gazprom, un’azienda di stato, e l’anno successivo ha acquistato il Chelsea, una squadra di calcio inglese. Ha uno yacht con un sistema di difesa antimissile e un sottomarino d’emergenza, e possiede un castello in Francia. Una volta il principe Carlo d’Inghilterra, in ritardo per una partita di polo, si è fatto prestare da Abramovič l’elicottero. Secondo Forbes, oggi l’ex proprietario di Sibneft ha un patrimonio di 12 miliardi di dollari.

Oleg Deripaska ha fondato nei primi anni novanta diverse società per azioni che si occupavano della produzione e della vendita dell’alluminio, diventando la personalità più importante del settore. Nel 1995 è diventato azionista di una grossa banca che aveva contribuito a mandare in bancarotta e l’anno dopo ha cominciato a interessarsi di politica, finanziando la campagna elettorale di ‪Aleksandr Lebed’‬. Insieme ad Abramovič ha fondato la RusAl, che nel 2001 ha comprato i pacchetti di maggioranza di tutti i più grandi produttori di alluminio in Russia.

(Anna Franchin)

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