11 marzo 2015 18:34

Il gruppo Stato islamico è indebolito dalle divisioni interne tra combattenti stranieri e miliziani locali, più che dall’offensiva della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. È la tesi sostenuta da Lina Khatib, direttrice del Carnegie Middle East Center di Beirut, sul Washington Post. Ecco perché il gruppo sarebbe in crisi:

  1. I contrasti tra combattenti stranieri e milizie locali in Siria e in Iraq fanno pensare che l’immagine granitica che il gruppo jihadista vuole dare di sé attraverso la propaganda è, in parte, illusoria. “La minaccia più grande per lo Stato islamico al momento sembra essere più interna che esterna. Stiamo assistendo al fallimento del principio fondamentale dell’ideologia dello Stato islamico, che è quella di riunire sotto il califfato persone di diverse origini. Ma questo non funziona sul campo e li rende più deboli nelle operazioni militari e nell’amministrazione”, afferma Lina Khatib.
  2. I conflitti tra combattenti stranieri e milizie locali è dovuto al fatto che gli stranieri sono pagati di più e hanno condizioni di vita migliori. Per esempio di solito vivono nelle città, dove i bombardamenti aerei sono più rari. I miliziani originari del posto invece spesso sono schierati nelle campagne, dove sono più esposti agli attacchi. Ci sono stati scontri a Ramadi, in Iraq, tra combattenti ceceni e miliziani locali affiliati al gruppo perché i ceceni volevano tornare nella città.
  3. Molti combattenti stranieri, stanchi e disillusi, sembrano voler lasciare il gruppo e sempre più spesso provano a scappare. A Tabqa, vicino a Raqqa, in Siria, sono stati trovati i cadaveri di una quarantina di combattenti asiatici che stavano fuggendo per raggiungere la Turchia, ma sono stati uccisi dai commilitoni. Secondo il gruppo di attivisti Raqqa is being slaughtered silently, nelle ultime settimane nei territori controllati dallo Stato islamico sono state imposte molte limitazioni agli spostamenti, in particolare ai veicoli che trasportano uomini privi di lasciapassare.
  4. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, nelle ultime settimane sono state eseguite 120 condanne a morte contro membri dello stesso Stato islamico. Alcuni erano accusati di spionaggio. Per l’Osservatorio, molti dei condannati stavano solo cercando di fuggire.
  5. Il gruppo jihadista, che ha cominciato ad avanzare in Iraq e Siria nel giugno del 2014, sta perdendo terreno nei due paesi, in cui è impegnato su tre fronti: contro le milizie curde nel nord della Siria, contro i peshmerga curdi nel nord dell’Iraq e contro l’esercito iracheno e le milizie sciite a Tikrit. A Kobane, in Siria, e intorno alle città irachene di Sinjar e Diyala, lo Stato islamico non trova alleati tra le milizie e le tribù locali. A Tikrit le vittorie delle milizie sciite e dell’esercito iracheno stanno dimostrando che gli sciiti possono controllare anche aree a maggioranza sunnita, malgrado le divisioni settarie.
  6. Secondo il Pentagono, i raid aerei della coalizione internazionale hanno ucciso 8.500 jihadisti, anche se questi dati non possono essere confermati. Le perdite al fronte avrebbero disincentivato l’arruolamento di nuove reclute tra la popolazione locale in Siria e Iraq, in un primo momento favorito dalla prospettiva di salari regolari. Tuttavia continua ad aumentare, secondo il Washington Post, il numero dei bambini e degli adolescenti che si uniscono al gruppo, attirati dalla sua propaganda.