Il leader della Corea del Nord Kim Jong-un a Pyongyang in una foto diffusa dall’agenzia di stampa nordcoreana Kcna il 21 ottobre 2015.

Cinquantamila nordcoreani sfruttati in aziende straniere

Il leader della Corea del Nord Kim Jong-un a Pyongyang in una foto diffusa dall’agenzia di stampa nordcoreana Kcna il 21 ottobre 2015.
29 ottobre 2015 19:27

Il regime di Pyongyang ha mandato più di cinquantamila persone a lavorare all’estero in condizioni simili al lavoro forzato, secondo i criteri delle Nazioni Unite. È quanto denunciato da Marzuki Darusman, relatore speciale dell’Onu per i diritti umani in Corea del Nord, durante una conferenza stampa. Il governo nordcoreano ricava ingenti somme di valute straniere fornendo migliaia di operai ad aziende all’estero: da 1,3 a 2 miliardi di euro ogni anno, secondo stime del 2012 di North Korea Strategy Center, un’organizzazione di Seoul che lavora con i nordcoreani fuggiti dal regime. Il sistema di esportazioni della manodopera permette a Pyongyang di aggirare le sanzioni imposte al paese dalle Nazioni Unite e finanziare così le forze militari e il programma nucleare nordcoreano.

In complesso il rapporto di Darusman non registra miglioramenti nel rispetto dei diritti umani in Corea del Nord. Pyongyang continua a mantenere una rete di campi di prigionia, ordinare esecuzioni sommarie e praticare la tortura. Per questa ragione Darusman ha chiesto nuovamente che la Corea del Nord sia denunciata alla Corte penale internazionale per aver violato la Convenzione internazionale sui diritti civili e politici che, tra l’altro, vieta il lavoro forzato. Finora una risoluzione dell’Onu in merito è stata bloccata in consiglio di sicurezza dal veto della Cina.

Lo sfruttamento dei lavoratori nordcoreani

L’ultimo rapporto di Darusman presentato all’assemblea generale spiega che i lavoratori nordcoreani, impiegati soprattutto in Cina e in Russia, devono affrontare turni lunghi fino a venti ore, con solo uno o due giorni di riposo al mese, e che non ricevono cibo a sufficienza. Inoltre sono tenuti sotto la costante sorveglianza di guardie nordcoreane. Alcuni vengono pagati (non più di circa 130 euro al mese in media), ma in generale è il regime di Kim Jong-un a guadagnarci: le aziende che assumono gli operai nordcoreani – soprattutto imprese di costruzioni, del legname, tessili o minerarie in più di quaranta paesi – prendono accordi direttamente con Pyongyang.

Darusman ha elogiato un’impresa di costruzioni del Qatar che a maggio ha rimandato in Corea del Nord novanta operai costretti dai loro supervisori nordcoreani a lavorare dodici ore al giorno quasi a digiuno. Uno dei lavoratori sarebbe morto per le condizioni in cui viveva. Secondo il funzionario dell’Onu, le aziende che assumono le squadre di lavoratori nordcoreani si rendono complici dello sfruttamento operato dal regime se non denunciano gli abusi alle autorità locali e permettono che questa pratica continui.

Uno studio del 2014 dell’Asan institute for policy studies ha stimato che i lavoratori nordcoreani all’estero siano più di 50mila. Secondo una fonte sudcoreana della Cnn, invece, sarebbero almeno il doppio.

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