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Il funerale a Kabul di alcuni profughi morti in un naufragio nel mar Egeo, il 12 marzo 2016.

L’ultimo viaggio dei migranti afgani

Il funerale a Kabul di alcuni profughi morti in un naufragio nel mar Egeo, il 12 marzo 2016.
07 aprile 2016 16:12

In sette anni di lavoro all’Afp, ho potuto farmi una discreta idea della crudeltà umana. Ho visto come, durante l’esecuzione di un condannato nero in Virginia, negli Stati Uniti, il sistema mirasse più alla vendetta che alla giustizia, in una clamorosa trasposizione della legge del taglione in versione statunitense. A Baghdad ho visto corpi dilaniati dalle bombe del gruppo Stato islamico dell’Iraq e del Levante, antesignano del gruppo Stato islamico (Is). Ma niente, nemmeno i femori sanguinolenti dei civili iracheni riversi sull’asfalto, mi aveva preparato alla terribile scena a cui abbiamo assistito il 12 marzo 2016 io e il fotografo dell’Afp Wakil Kohsar.

Quella mattina c’informano che una decina di corpi di migranti afgani annegati nel mar Egeo sono stati rimpatriati a Kabul. La loro imbarcazione è naufragata tra Turchia e Grecia. Un’intera famiglia, tre generazioni, è morta affogata.

La crisi dei migranti occupa una posizione importante all’interno della nostra copertura dall’Afghanistan, dal momento che gli afgani sono, insieme a siriani e iracheni, una delle tre nazionalità più rappresentate tra quanti cercano altrove un futuro migliore. Fino a oggi, abbiamo ritratto degli afgani che stavano per partire o di altri tornati a Kabul amareggiati e delusi dall’accoglienza riservata loro in Europa. Ma non avevamo mai tentato di dare un nome o una storia alle fredde statistiche dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni sul numero di morti in mare che riempiono le nostre corrispondenze.

Toilette mortuaria di una famiglia decimata

Senza pensarci due volte, Wakil e io ci precipitiamo verso l’aeroporto. Troppo tardi, i feretri sono appena partiti, diretti a casa dei familiari dove, come prevede il rituale musulmano, i corpi saranno lavati prima d’essere inumati. Wakil è un uomo dalle mille risorse e dotato di una rubrica molto fornita. Non ha problemi a trovare l’indirizzo dove avrà luogo il rituale.

Ho vissuto in paesi musulmani ma non ho mai assistito a una preparazione mortuaria. Mi do un obiettivo ambizioso: descrivere nel mio lavoro il dolore dei familiari delle vittime. Ma non so bene cosa mi aspetti.

Una volta arrivati, percorriamo un centinaio di metri a piedi fino alla casa della famiglia Skanderi. Sul sentiero sterrato, vedo alcuni uomini uscire dal cortile dell’abitazione. Uomini forti, che hanno praticamente già visto e vissuto qualsiasi cosa: la guerra, il tradimento, la morte. Eppure piangono. Le gambe mi cominciano a tremare. Mi dico che dovrò dar prova di empatia senza scivolare nel sentimentalismo.

Le salme dei naufraghi nel cortile di una casa a Kabul, il 12 marzo 2016.

Dieci morti nel mar Egeo

All’ingresso, una mezza dozzina di familiari lavano il corpo del patriarca. L’haji, titolo conferito a quanti hanno compiuto il pellegrinaggio alla Mecca, è annegato insieme a nove suoi familiari, otto giorni fa. La loro imbarcazione si è rovesciata in mare aperto. Il suo corpo emaciato, nudo, è stato lavato con acqua fino a diventare scintillante. Un uomo, distrutto, mormora una preghiera.

Vedo Wakil infilarsi in mezzo alla folla di uomini (alla pulizia dei defunti maschi sono ammessi solo gli uomini). Mi fa un cenno con la testa come a dire: “Seguimi”.

Quattro feretri aperti, costruiti con un legno a buon mercato, sono allineati in fondo al cortile. Ogni corpo è avvolto in un odioso sacco di plastica nero, aperto fino all’altezza del mento. Il più vecchio avrà una quindicina d’anni. È difficile non notare il più giovane: la sua bara è minuscola. Faïz aveva nove mesi.

Uno zio morde la sua sciarpa per trattenere i singhiozzi. Mohammed Ashraf, un amico della famiglia, piange calde lacrime che scorrono sulla sua pelle grinzosa, di uomo anziano. La testa del neonato è sormontata da uno strato sottile di capelli neri e, cosa strana, i suoi occhi sono semichiusi, come se li stesse strizzando per guardare lontano. Ho l’impressione che abbozzi un sorriso rassicurante. Ha l’aria assurdamente viva. Mi fa pensare al “dormiente nella valle”, la poesia nella quale Arthur Rimbaud descrive un soldato morto che sembra essersi assopito.

Il dormiente nella valle

Mi sento stordito davanti al piccolo corpo di Faïz, che non aveva chiesto niente a nessuno, e di certo non di rischiare la vita attraversando il mar Egeo, dove quasi quattrocento persone hanno trovato la morte dall’inizio dell’anno. Suo padre è sopravvissuto al naufragio e si trova in Turchia.

Come migliaia di afgani, gli Skanderi sono partiti alla ricerca di un futuro migliore per loro e per i loro figli. Eppure sono abbastanza sorpreso quando Mohammed Ashraf mi assicura che la famiglia “non aveva grossi problemi finanziari. È il destino che li ha spinti a partire. È dio che lo ha voluto”. Più prosaicamente, l’idea era raggiungere uno zio che da lungo tempo abita in Austria e ricominciare da zero, lontano dalla guerra. È proprio questo zio che ha sborsato migliaia di dollari per pagare i trafficanti. E sempre lui ha pagato il rimpatrio dei corpi a Kabul, con l’aiuto del figlio del generale Dostum, un ex signore della guerra che si è ripulito la reputazione.

Una barca naufragata nel mar Egeo, il 31 gennaio 2016.

Al ritorno, con quella specie di tacito accordo che lega coloro che hanno appena visto quanto di peggio l’umanità abbia da offrire, io e Wakil non apriamo bocca. Dopo dieci minuti Wakil sospira: “Gli afgani vedono questa tragedia ma la cosa non impedisce loro di partire. Sono disperati”.

La guerra, gli attentati dei taliban e dell’Is, la corruzione e la disoccupazione sono piaghe che spingono migliaia di afgani sulle rotte migratorie, nonostante i rischi cui li sottopongono i trafficanti, i capricci del meteo e, naturalmente, la traversata dell’Egeo.

Il volto di Faïz mi perseguita, come le lacrime di tutti quegli uomini grandi e grossi. In questo paese dove civili e soldati muoiono ogni giorno in combattimento o durante gli attentati, pensavo di essermi abituato alla presenza della morte. Il corpo senza vita di un bambino di nove mesi mi ha dimostrato quanto mi sbagliassi. Ci si convive, con la morte. Ma non ci si abitua mai.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato sul blog Making-of dell’Afp. Nel blog, giornalisti e fotoreporter raccontano il loro lavoro.

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