Una protesta a Port-au-Prince per chiedere le dimissioni del presidente Jovenel Moïse, il 6 dicembre 2019. (Adam Del Giudice, Sopa Images/Lightrocket via Getty Images)

Il presidente di Haiti vorrebbe i pieni poteri

Una protesta a Port-au-Prince per chiedere le dimissioni del presidente Jovenel Moïse, il 6 dicembre 2019. (Adam Del Giudice, Sopa Images/Lightrocket via Getty Images)
22 gennaio 2020 12:20

Peter Confidence è appoggiato pigramente a un lampione rotto di un parco di Petionville, una periferia ricca di Port-au-Prince, la capitale di Haiti, e si crogiola al sole pomeridiano. Massaggiandosi un tatuaggio di san Pietro sul collo spiega che Jovenel Moïse, il presidente di Haiti, è l’unico uomo abbastanza forte da rimettere in sesto il paese.

Prima che possa finire di parlare, un ambulante che vende cibo da una grande pentola di metallo lo interrompe esclamando che gli statunitensi dovrebbero incarcerare Moïse. In pochi secondi si crea un capannello di persone, che discutono dello stato del paese e delle qualità del suo leader, soprannominato “banana man” perché in passato ha contribuito alla creazione di una grande piantagione di banane. La conversazione si sposta, come in un flipper, tra polemiche e humour nero.

Anche se simili discussioni sono un classico della vita quotidiana ad Haiti, il parlamento del paese rimane silenzioso. Una nuova sessione doveva aprirsi lo scorso 13 gennaio, all’indomani del decimo anniversario del devastante terremoto. Ma le elezioni legislative, previste per l’ottobre 2019, non si sono mai svolte. In assenza di un parlamento funzionante, il presidente governerà per decreto. Per un paese con un passato segnato da una brutale dittatura, colpi di stato, ed elezioni sospette, la prospettiva di un’autocrazia è un cattivo presagio.

Senza bilancio da due anni
Anche prima di essere sciolto, il parlamento era disfunzionale e il suo rapporto con il presidente si era guastato. La camera bassa, da 119 seggi, era divisa tra una ventina di partiti, che rappresentano perlopiù gli interessi di pezzi grossi del paese. In senato, composto da trenta seggi, i partiti erano 15.

Moïse, incapace di formare una maggioranza, ha nominato dal 2017 quattro primi ministri. Uno si è dimesso, uno è caduto dopo un voto di sfiducia e altri due non hanno mai ricevuto la fiducia dal parlamento. È da marzo che il governo agisce senza autorizzazione parlamentare. Per il secondo anno consecutivo non è stato approvato alcun bilancio. I funzionari di stato lavorano con il budget per il 2017-2018, che non è stato adeguato. La debolezza del gourde, la valuta di Haiti, ha fatto aumentare i prezzi del 30 per cento negli ultimi due anni.

Secondo le previsioni, nel 2020 gli haitiani in situazione di insicurezza alimentare saranno 4,1 milioni

La risposta di Moïse a questi problemi è una nuova costituzione, che darebbe al presidente maggiori poteri. Il presidente ha dichiarato che sottoporrà il progetto a un voto popolare nel 2020. In seguito sarebbero organizzate delle elezioni legislative.
Ma, come dice un proverbio creolo, “dietro alle montagne ci sono le montagne”. La crisi politica è uno dei tanti problemi di Haiti, e rende tutti gli altri molto più difficili da risolvere. Più di metà della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà di 2,41 dollari al giorno. La percentuale di haitiani che hanno accesso all’acqua potabile è scesa nel 2015 al 52 per cento, rispetto al 62 per cento del 1990. Circa 3,7 milioni di haitiani, un terzo della popolazione, devono fare i conti con un’insicurezza alimentare arrivata a livelli di crisi, secondo una misura internazionale, la classificazione di insicurezza alimentare (nota come Ipc). Secondo le previsioni tale cifra arriverà quest’anno a 4,1 milioni.

I detriti del terremoto sono ancora visibili in tutta Port-au-Prince. La polizia, male addestrata, priva di fondi e corrotta, lascia gli abitanti alla mercé di bande che li terrorizzano. Da mesi il paese fa i conti con il pey lok, la chiusura di strade, negozi e servizi pubblici a causa delle proteste di piazza e dell’attività delle bande criminali.

L’intervento del Fondo monetario internazionale
L’attuale instabilità di Haiti è cominciata nel luglio 2018, quando il governo ha messo fine ai sussidi per il carburante su suggerimento del Fondo monetario internazionale (Fmi). La cosa ha portato a un aumento dei prezzi del 50 per cento, che a sua volta ha condotto alle dimissioni del primo ministro di Moïse. Il governo ha rapidamente ritirato la misura, ma le proteste sono presto ricominciate, in risposta a voci secondo le quali alcuni importanti politici, tra cui Moïse stesso, avrebbero rubato milioni di dollari attraverso Petrocaribe, un programma tramite il quale il Venezuela ha accettato di ricevere in ritardo i pagamenti che Haiti gli deve per l’acquisto del suo petrolio. Moïse rigetta le accuse.

Un rapporto di una commissione del senato haitiano ha rilevato che i politici si sono appropriati indebitamente del denaro vendendo petrolio a prezzi scontati. Il revisore incaricato dal governo ha confermato i risultati della commissione e ha accusato le agenzie statali di aver ostacolato la sua inchiesta. Anche prima delle accuse legate a Petrocaribe, Moïse e il parlamento avevano adottato misure per limitare l’autonomia dell’agenzia del governo che indaga sui crimini finanziari. A oggi nessuno ha dovuto rispondere dei furti effettuati all’interno di Petrocaribe.

Molti haitiani dubitano che Moïse sia l’uomo giusto per riformare la democrazia

La popolarità di Moïse è bassa anche per motivi che esulano dallo scandalo. La sua elezione nel 2016, quando l’affluenza ha registrato un minimo storico del 21 per cento, gli ha dato un mandato governativo debole.

L’ong National human rights defence network (Rete nazionale per la difesa dei diritti umani) ha accusato le forze di sicurezza di aver partecipato a un massacro, nel 2018, nel quale sono morte almeno 26 persone. La polizia ha aperto il fuoco sui manifestanti. Più di duecento persone, compresi almeno 44 poliziotti, sono morti nel corso delle proteste.

La maggior parte degli haitiani non si aspetta alcun aiuto dai politici. Su un sentiero polveroso che taglia a metà Canaan, un villaggio di case di calcestruzzo non completate, sorto alla periferia della capitale dopo il terremoto, Dume Elinor mostra la scuola che lui e altri abitanti hanno costruito. Dipinti sui muri esterni non finiti ci sono alcuni personaggi dei cartoni Disney, a malapena riconoscibili. All’interno si trovano alcune cattedre di cattiva qualità. La scuola è solo parzialmente coperta da un tetto di legno e ferro battuto della taglia sbagliata. Elinor ride e spiega che nessuno sapeva come eseguire correttamente il lavoro. I politici vengono in visita solo durante le elezioni, dice. “Ci ignorano e così ci organizziamo da soli”.

Il coraggio di combattere
Ma gli haitiani cominciano a chiedere di più. Lo scandalo Petrocaribe ha portato alla creazione di Petro-Challengers, un movimento che ha contribuito a coordinare le proteste. Il nome è stato suggerito da un videomaker che vive in Canada, e che ha twittato una foto che lo ritraeva, bendato, mentre reggeva un cartello con su scritto (in creolo) “dov’è il denaro di Petrocaribe?”. Anche se il numero dei manifestanti si è gradualmente ridotto alla fine del 2019, i Petro-Challengers dicono che riprenderanno a protestare quest’anno.

La politica è corrotta perché gli haitiani hanno imparato a rimanere in silenzio ai tempi della dittatura di François “Papa Doc” Duvalier e di suo figlio Jean-Claude “Baby Doc”, al potere dal 1957 al 1986, sostiene Velina Charlier. La donna è una dei leader di Nou Pap Domi (Non dormiremo), un gruppo emerso dal movimento dei Petro-Challengers. “Oggi le persone non sono solo consapevoli di cosa è successo, ma hanno anche il coraggio di combattere”, dice. Nou Pap Domi progetta di dare vita a un programma di “educazione civica” con cui insegnare alle persone come votare e perché è importante farlo. Charlier spera che alcune persone attive tra i Petro-Challengers, molte delle quali hanno studiato all’estero, entrino loro stesse in politica.

Moïse pensa di essere l’uomo che metterà fine allo “stato predatorio”. Sta negoziando con l’opposizione per formare un governo d’unità nazionale che redigerà la nuova costituzione con l’aiuto di un’assemblea costituente. Haiti ha scritto la sua ultima costituzione tra il 1986 e il 1987 in circostanze simili, sostiene. In mancanza di un parlamento attivo, alla bozza hanno collaborato un governo civile e militare e un’assemblea costituente parzialmente elettiva.

Chi frena il cambiamento e le riforme
La data limite del 2020 avanzata da Moïse è realistica, insiste il presidente. La scrittura e l’approvazione dell’ultima costituzione hanno avuto bisogno di “quattro mesi e venti giorni”. Nel frattempo promette di combattere il “banditismo” rafforzando la polizia e istituendo un programma di distribuzione di cibo.

Haiti ha bisogno di un cambiamento costituzionale e di altre riforme istituzionali. Un nuovo rapporto tra l’esecutivo e il parlamento potrebbe evitare quel genere di rottura che sta paralizzando il governo. Una commissione elettorale indipendente contribuirebbe a garantire la correttezza delle elezioni. Anche l’apparato giudiziario e l’unità anticorruzione del governo hanno bisogno di riforme. Simili trasformazioni non potrebbero migliorare da un giorno all’altro dei servizi pubblici al collasso né le condizioni di vita, ma sono un passaggio necessario. Limitarsi a organizzare delle nuove elezioni legislative con le regole attuali, come Haiti ha fatto cinque anni fa, non porterebbe a niente.

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Ma molti haitiani dubitano che Moïse sia l’uomo giusto per riformare la democrazia. Le sue trattative con l’opposizione potrebbero essere solo di facciata e i tempi previsti del tutto irrealistici. Alcuni sostengono che il suo progetto di modifica della costituzione sia di per sé incostituzionale. Anche alcune persone favorevoli all’idea lo hanno invitato a dimettersi. Ma non esiste un’alternativa facile. Gli Stati Uniti e l’Organizzazione degli stati americani sostengono l’attuale presidente.

Il giorno dell’anniversario del terremoto, mentre su Port-au-Prince tramontava il sole, due hougan (sacerdoti vudù) e varie mambo (donne sacerdoti) si sono riuniti al Bureau national d’ethnologie (Ufficio nazionale d’etnologia) per celebrare una cerimonia in ricordo dei morti. Le mambo intonavano un canto, battendo all’unisono con dei ventagli su vasi d’argilla, mentre alcuni percussionisti seduti usavano mani e bastoni per produrre suoni poliritmici. I battiti controllati delle mambo, insieme a quelli sincopati dei percussionisti, producevano un effetto ipnotico. Questa fusione di ordine e immaginazione sembra quel genere di ritmo al quale un’Haiti più speranzosa avrebbe potuto ballare. Ma i suoi politici sono meno abili dei loro percussionisti.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato dal settimanale britannico The Economist.

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