30 marzo 2020 15:57

In un angolo di un ristorante di Nekemte, una città dell’Etiopia occidentale, Fisaha Aberra apre un foglietto di carta su cui ha appuntato i nomi di undici uomini probabilmente uccisi dai soldati l’anno scorso. Subito dopo sono arrivati gli arresti di massa. Fisaha e due suoi fratelli hanno lasciato la loro casa a Guliso per scappare a Nekemte, lasciandosi dietro un fratello che è stato arrestato il mese scorso, per la seconda volta in un anno, e picchiato così forte che ora non può più camminare.

Gli arresti e le esecuzioni sommarie sono diventati frequenti nelle aree più remote dell’Oromia, lo stato più grande della federazione. Le forze di sicurezza etiopi stanno portando avanti una guerra contro i ribelli oromo e spesso le violenze colpiscono anche i civili.

Resoconti di vari testimoni suggeriscono che sia in atto una repressione indiscriminata del dissenso a livello locale, in un paese che in teoria si starebbe incamminando verso la democrazia dopo essersi lasciato alle spalle un sistema politico fondato sul partito unico.

Una pace di facciata?
Non è questo che il popolo etiope si aspettava da Abiy Ahmed, diventato primo ministro nell’aprile 2018. Giovane riformatore originario dell’Oromia, ha promesso democrazia per tutti e di porre fine alle rimostranze degli oromo, che denunciano di essere emarginati sul piano politico ed economico. Abiy ha liberato migliaia di prigionieri politici e accolto in patria gruppi di ribelli in esilio per partecipare alle elezioni, in programma per il prossimo agosto.

Il primo ministro ha fatto la pace con la vicina Eritrea, risultato per il quale ha ricevuto il premio Nobel per la pace. Ha anche raggiunto un accordo con alcuni gruppi ribelli, compreso il Fronte di liberazione oromo (Olf) che oggi è un partito dell’opposizione. L’Esercito di liberazione oromo, la frangia armata del gruppo, ha acconsentito a rinunciare alle armi; in cambio i suoi soldati sarebbero dovuti entrare nelle forze di polizia. Molti speravano di vedere così la fine di un’insurrezione cominciata quasi cinquant’anni fa.

Ma le fratture sociali che hanno portato Abiy Ahmed al potere continuano a dividere l’Etiopia. Anni di agitazioni e instabilità politica nelle aree a maggioranza oromo hanno indebolito il governo locale e creato un vuoto nel settore della sicurezza. Nei distretti di Wollega e Guji sono stati i ribelli tornati dall’esilio a colmare il vuoto, a volte collaborando con la polizia nello svolgimento del servizio d’ordine. Ben presto però hanno cominciato ad accusare il governo di averli traditi, di aver tradito la loro causa e rinnegato la promessa di assumerli nella polizia. Il governo, da parte sua, ha accusato i miliziani oromo di non aver consegnato le armi. I dettagli dell’accordo di pace non sono mai stati svelati, cosa che rende più facile per entrambe le parti accusarsi a vicenda di non averne onorato i termini.

Stato d’emergenza
Alla fine del 2018 i ribelli sono tornati nelle foreste e hanno ricominciato a uccidere ufficiali e attaccare convogli militari. Nel 2019 sono stati riportati bombardamenti aerei dell’aeronautica militare sui campi di addestramento dell’esercito ribelle oromo. Dopo il fallimento di un terzo accordo di pace nel 2019 il Fronte di liberazione oromo si è separato formalmente dall’ala armata, eppure è diffusa l’idea che abbiano mantenuto linee di comunicazione segrete. Il governo in effetti ha dichiarato lo stato d’emergenza nelle aree di Wollega e Guji, affidando all’esercito il compito di garantire la sicurezza. All’inizio del 2020 gli scontri a Guji avevano costretto ottantamila persone ad abbandonare le loro case. A gennaio, in concomitanza con l’intensificarsi delle operazioni delle forze di sicurezza, il governo ha oscurato l’accesso a internet in gran parte dell’Oromia occidentale. Al di fuori delle grandi città del Wollega, area dov’è in vigore il coprifuoco, sono state tagliate anche le linee fisse e le reti mobili.

Le testimonianze delle uccisioni e degli arresti si diffondono con il passaparola. “Siamo tornati indietro all’era pretelefonica”, dice Asebe Regassa, docente universitario. I volontari riescono a malapena a raggiungere la parte più occidentale, dove la guerra è più intensa. In alcune parti del Guji sono vietati i trasporti. “Gli agricoltori sono puniti da entrambe le fazioni”, afferma Malatu Jergafa, che vive a Nekemte. Se vanno a lavorare nelle coltivazioni di caffè, i guerriglieri sospettano che siano informatori del governo e li assalgono per picchiarli, ma anche i militari sospettano che possano essere informatori dei ribelli e fanno lo stesso.

Geresu Tufa, un attivista oromo, parla di una guerra dove non puoi distinguere amici e nemici. Nessuno sa esattamente quanti siano i guerrieri che combattono nell’Esercito di liberazione oromo, si pensa che siano poche migliaia. Non è nemmeno chiaro quali gruppi armati siano veramente collegati a questa milizia, visto che ognuno è libero di imbracciare e rivendicare le sue azioni a suo nome. In molte aree l’insurrezione potrebbe più che altro essere costituita da piccoli gruppi armati blandamente interconnesse, piuttosto che da una ribellione a pieno titolo.

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Anche dall’altro lato, ossia della controguerriglia, domina l’incertezza. A dicembre l’ong Oromia support group, ha riportato 64 uccisioni non passate in giudicato e almeno 1.400 casi di detenzioni arbitrarie nei sei mesi precedenti. Da allora molti altri abusi sono stati segnalati, compreso l’incendio di case. A gennaio gli attivisti hanno denunciato il massacro di 59 civili nel Wollega da parte dell’esercito e l’Esercito di liberazione oromo ha denunciato l’uccisione di altre 21 persone nella zona circostante. Il governo respinge ogni accusa; questo convince poco ma è possibile che queste atrocità riflettano un collasso della catena di comando, piuttosto che ordini arrivati direttamente dal vertice. “Gli ufficiali federali di alto grado potrebbero non essere a conoscenza della vera natura delle operazioni militari o delle attuazioni pratiche nello specifico nel Wollega”, dichiara William Davison dell’International crisis group.

Detenzioni arbitrarie
Ciò che è fuor di dubbio è che vi sia anche stata una forte repressione politica. “Il movimento d’opposizione in Oromia si è praticamente fermato”, dichiara il capo del Fronte di liberazione oromo, Dawud Ibsa. Negli ultimi mesi migliaia dei suoi sostenitori sono stati arrestati, compresi nove dirigenti. A Nekemte le forze di sicurezza hanno più volte chiuso uffici del partito o di un’altra formazione alleata, più moderata, l’Oromo federalist congress (Ofc). Sono stati proibiti i comizi pubblici nonostante il partito di governo, il Partito della prosperità, ne abbia recentemente tenuto uno. Un rappresentante dell’Ofc a Nekemte ha trascorso quattro mesi recluso in una cella nel palazzo storico della città, che ora è stato trasformato in struttura di detenzione. Tutto questo avviene a pochi mesi da quelle che dovrebbero essere le prime elezioni libere in Etiopia, sempre che non siano cancellate a causa del Covid-19. Nel Wollega e a Guji il voto sarà probabilmente posticipato per motivi di sicurezza. Ciò andrebbe a favore del governo, che non gode di grande popolarità in queste aree.

Il governo conferma la sua apertura alla trattativa con i ribelli: “È bene che le persone risolvano i loro problemi attraverso la discussione, l’incontro e la conversazione”, ha dichiarato Abiy Ahmed al parlamento lo scorso mese.

Eppure non sembra interessato ad altri incontri di pace. Dal suo comportamento sembra più pensare a risolvere il conflitto attraverso l’uso della forza. Nel mentre i ribelli continuano a denunciare lo stato etiope come oppressore colonialista di cui non ci si può mai fidare. E così la carneficina continua.

(Traduzione di Maria Chiara Benini)

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico The Economist.