Questo articolo è stato scritto da un autore iraniano che ha chiesto di rimanere anonimo.
Quando la giornata del 14 gennaio si è conclusa senza che gli Stati Uniti avessero attaccato l’Iran, i sostenitori della Repubblica islamica hanno tirato un respiro di sollievo, ma quelli che erano scesi nelle strade con la speranza di una rivoluzione versando il sangue sull’asfalto sono rimasti esterrefatti. Trump aveva detto che sarebbe arrivato in aiuto e loro hanno pensato che stesse per attaccare. “Veloce e pulito”, alla maniera di Trump. Ma non è successo niente.
Sono tornato in Iran proprio quel giorno, mercoledì 14 gennaio. Prima ho vagato per due giorni a Istanbul perché tutti i voli internazionali per l’Iran erano stati cancellati e le compagnie di volo iraniane non vendevano biglietti. Per due giorni sono stato tra casa di mia sorella e l’aeroporto, seguendo le notizie sul blackout di internet in Iran, maledicendo la terra e il tempo. Ero disposto a spendere anche mille dollari per un volo, ma i biglietti si potevano comprare solo dall’Iran, che però era senza internet. Vedevo con amarezza persone che prendevano voli per tornare a casa.
Due giorni prima, già pressato dall’urgenza, avevo ricevuto un messaggio di mia moglie tramite una persona che non conoscevo: “Torna, in ogni modo possibile”. “Com’è la situazione?”, le avevo chiesto. “Molto, molto brutta. Torna”.
Aveva paura che ci sarebbe stata una guerra e che lei sarebbe rimasta sola. Al posto suo avrei avuto gli stessi pensieri. Probabilmente mia moglie ne aveva anche altri. Poi mi ha contattato di nuovo e mi ha detto che aveva preso un biglietto per le 21.30. Sono arrivato a Teheran all’una del mattino del 14 gennaio.
Non avevo mai visto l’aeroporto così calmo. Non c’erano voli in partenza né in arrivo. Gli ufficiali della dogana non perquisivano i bagagli e non si vedevano in giro Guardiani della rivoluzione. Anche a mettere il timbro sul passaporto c’era un semplice impiegato. Ogni cosa sembrava sospesa, i passeggeri stanchi prendevano le loro valigie e scomparivano. Con un’app ho chiamato un taxi, che ha avuto non poche difficoltà a trovare la mia destinazione, sbagliando strada più volte.
Lungo il tragitto l’autista si lamentava della situazione economica, poi alla fine ha detto: “Grazie a dio, il popolo è sceso in piazza”. A quale popolo si riferiva? Entrambe le parti credono di avere “il popolo” dalla loro parte. “Popolo” è una parola di cui s’impadronisce ogni movimento, una di quelle parole che in Iran oggi hanno perso di senso. Il popolo di quelli arrabbiati con il governo o di quelli che lo sostengono? Ieri a Teheran si è tenuta una manifestazione filogovernativa, contro le proteste popolari antigovernative.
Oggi l’Iran si trova ad affrontare un momento cruciale. Da un lato è parte di un nuovo scontro globale tra blocchi di potere: Cina, Russia e Stati Uniti. Dall’altro, il governo ha perso la sua capacità di convincere l’opinione pubblica, o almeno una vasta porzione della popolazione, mentre l’appoggio dei suoi sostenitori si è rafforzato. Ed è così che il popolo è vittima da entrambe le parti.
Internet è fuori uso, e viviamo come in un’epoca passata, ci scambiamo telefonate, andiamo alle feste, parliamo tra noi. Le nostre parole traboccano di rabbia, sconforto e speranza. Siamo diventati rivoluzionari da salotto, ma non siamo delusi dalla rivoluzione.
Quelle che seguono sono scene a cui altre persone hanno assistito e che mi sono state descritte.
Naghmeh
Naghmeh ha trentasei anni, è a Dubai dal secondo giorno di proteste. Dice che quella prima notte dell’appello di Reza Pahlavi tutto era strano. Dalla cima di un palazzo di viale Giordania ha visto la gente radunarsi alle otto in punto. Erano tutti vestiti di nero e camminavano in silenzio.
Dice che se inviti gli iraniani alle otto arrivano sempre alle nove e mezzo, invece quel giorno erano tutti in orario, come se da tempo si fossero preparati a quel momento.
Chiedo: “Cosa ha spinto le persone a protestare?”. La rabbia, mi dice, una rabbia che pare essersi accumulata per generazioni. Che ha preso forma nelle strade diffondendosi ovunque.
Chiedo: “Non somigliava alle proteste del movimento Donna, vita, libertà?”. Mi risponde: “C’era nell’aria qualcosa di più intenso, una speranza di cambiamento più forte. Qualcosa che non riesco a descrivere. Dall’alto del palazzo ho ripreso tutto facendo foto e video, ma non ho avuto il coraggio di portarli con me, ho cancellato tutto. Poi mia madre ha detto: ‘Usciamo’. Ci siamo messe in macchina e siamo andate verso il quartiere di Andarzgo. La gente aveva bloccato la strada, trincerandosi nella parte bassa di piazza Ketab. Dal viale alcuni lanciavano pietre contro le forze di sicurezza, che erano nei pressi della moschea di Mofakkham. Gli agenti sparavano, lanciavano proiettili di vernice e miravano alle persone con i laser. La gente aveva sradicato i pali sulla strada e si barricava dietro alle auto bloccate nel traffico. Noi eravamo intrappolate nel mezzo, da una parte lanciavano pietre, dall’altra sparavano”.
Behzad
Behzad è un giovane di trentatré anni. Per partecipare alle proteste è sceso in strada ogni giorno con la sua moto. Una sera lui e la moglie hanno preso la macchina per andare a piazza Heravi. A un incrocio dopo il centro commerciale Hadish dei manifestanti si erano impossessati di due veicoli dei vigili del fuoco e gridavano slogan dagli altoparlanti dei mezzi.
Da quella folla che intonava gli slogan a un certo punto due persone si sono staccate e sono andate verso le telecamere per il controllo del traffico, hanno tirato fuori alcuni attrezzi e hanno tagliato i cavi. Poi altri hanno cominciato a lanciare pietre e hanno rotto le telecamere. Incitavano la gente ad andare verso la banca e a darla alle fiamme. Alcune persone si sono opposte, questi hanno lanciato delle pietre, ma la gente non li ha seguiti.
Uno di loro ha lanciato una molotov verso la banca, poi è salito in sella a una moto e se n’è andato. La gente ha spento l’incendio con il furgone dei pompieri. Nessuno ha capito se quei motociclisti fossero parte delle forze governative che volevano trasformare quella manifestazione in una protesta violenta per poi reprimerla o se fossero dei sabotatori. La gente non voleva distruggere nulla, voleva solo manifestare al governo la propria volontà.
Parasto
Parasto ha 28 anni. La illumina una luce che la rende troppo pallida, e i suoi occhiali con la montatura di plastica sono troppo grandi per il suo viso. A volte mentre parla s’interrompe e resta in silenzio, un silenzio di cui non è chiara la ragione.
“Eravamo in piazza Saghiyeh e dai tetti dei palazzi sparavano senza sosta. Sparavano con proiettili veri, non come la notte precedente. Accanto a me le persone cadevano a terra. La notte prima era andata bene, la gente camminava fianco a fianco, migliaia di persone insieme, forse trecentomila. Mi è capitato a volte di vedere le persone uscire dallo stadio Azadi dopo il derby. Quando escono in strada centomila persone, si blocca tutto. Quella notte eravamo trecentomila, ma la notte successiva eravamo di più, cinquecentomila, forse anche di più. Sentivo l’energia che si propagava attraverso la folla. Quelle persone avrebbero potuto fare tutto quello che volevano. Le loro voci erano calde, contenevano una speranza”.
“La seconda notte ho percepito la stessa cosa. Dai vicoli e dalle strade la gente si riversava sul viale Ashrafi Esfahani e da lì venivano verso piazza Sadeghieh. La folla continuava a crescere, poi sono cominciati i colpi d’arma da fuoco. Le persone cadevano come fiori tagliati dalle forbici di un giardiniere. Ci sono macchie di sangue sui miei pantaloni, non il sangue di una singola persona, ma di diverse persone che correvano accanto a me e sono cadute. Io volevo solo andar via. Vedevo i lampi degli spari dai tetti e dalle finestre dei palazzi e pensavo che una di quelle armi fosse puntata verso di me. Ho corso verso casa più veloce di quanto abbia mai fatto in vita mia. Non esco di casa da una settimana. Non riesco a togliermi quelle immagini dalla testa. Pahlavi ha avuto una pessima idea se ha lanciato quell’appello a scendere in piazza senza coordinarsi con gli Stati Uniti. Quel maledetto di Trump ha sbagliato quando ha scritto ‘Sta arrivando un aiuto’. Quale aiuto ci hanno dato, se non quello di farci scendere in piazza inermi?”.
Faezeh
Faezeh è una madre quarantenne che vive da sola con sua figlia, una ragazza di quattordici anni. Dice che sua figlia segue la pagina di Reza Pahlavi e finora ha partecipato a tutte le proteste lanciate dal figlio dell’ex scià, perciò adesso deve andare con lei.
Dice: “Questi ragazzi non accettano nulla da noi, vogliono cambiare tutto loro”. Negli ultimi giorni ha cercato sua figlia ovunque. La ragazza esce di sera per andare al parco con gli amici. Lì parlano della loro vita dopo la rivoluzione, di quello che vogliono fare e di come vogliono servire il loro paese.
Alireza
Alireza è sulla trentina, fa il fotografo per una piccola società petrolifera. Alza la voce ma la sua naturale calma gli impedisce di arrabbiarsi. Dice che dovrebbero essere uccisi tutti, tutti quelli che si sono ribellati al tempo dello scià dovrebbero essere giustiziati. Il passato recente è ancora una faccenda che ha a che fare con il futuro. Tutti maledicono la generazione che ha fatto la rivoluzione del 1979 e la ritengono responsabile di tutti i problemi di oggi.
Il dibattito si svolge con un ottantanovenne, che è stato un membro dell’organizzazione militare del partito Tudeh, il partito comunista iraniano. Fu epurato prima della rivoluzione, incarcerato dopo il 1979. Gli ridussero lo stipendio e lo mandarono in pensione con molte sanzioni disciplinari. Per anni ha osservato il lento scorrere della storia, vedendo morire a uno a uno i suoi compagni, rivali e nemici. Come un sopravvissuto di una grande guerra insensata, prova compassione sia per i vincitori sia per i vinti. È stato un uomo coraggioso, ma oggi è logoro.
Alireza prova a fargli capire che loro non ebbero alcun ruolo nella rivoluzione del 1979, che gli Stati Uniti decisero di abbattere lo scià e che la sua generazione esagera il proprio ruolo. Dice: “Gli Stati Uniti volevano Khomeini al potere, oggi vogliono queste persone”.
L’anziano dice: “Lo scià aveva adottato una certa linea verso il popolo ed è andato incontro alle inevitabili conseguenze delle sue azioni, proprio come sta succedendo oggi”.
Alireza, senza far caso alla sua sigaretta elettronica, fa un tiro e dice: “La vostra situazione era abbastanza buona da permettervi di restare nelle piazze per sei mesi. Oggi ci riusciamo a malapena per sei o sette giorni. Ci hanno impoveriti, indeboliti”.
L’anziano, cambiando posizione sulla sedia, dice: “Quella bella vita che vedete nei film non era la nostra. Non era per tutti. Le persone normali vivevano nella povertà, proprio come oggi”.
Alireza, con la stessa irritante calma, dice: “Quando c’è stata la rivoluzione e tutti i tuoi compagni sono morti, tu cosa hai fatto?”.
Vuole dire al vecchio che è sceso a compromessi, che non è stato così rivoluzionario come pensa di essere. Il vecchio dice: “Sono sopravvissuto. È stata dura, ma sono sopravvissuto per poterli vedere andarsene”.
Amir
Amir ha 29 anni, è cresciuto in Canada e vive in Iran da due anni. Lavora per una società farmaceutica. È lui che mi ha fatto arrivare i messaggi di mia moglie a Istanbul. Anche durante i blackout la sua azienda aveva un accesso limitato a internet, così riusciva a inoltrarmi i messaggi. Dice che una grande azienda canadese sta investendo nella sua. Dice che ora “sentono l’odore dei soldi”, devono aver capito che presto in Iran ci saranno dei cambiamenti.
Dice che l’ipotesi migliore per loro sarebbe uno scenario venezuelano: un attacco mirato che elimini la leadership, dopo il quale il nuovo governo potrebbe addossare al vecchio regime tutte le colpe e riconciliarsi con il popolo. Gli chiedo: “Dopo tutto il sangue versato, come può il popolo riconciliarsi con il governo?”.
Dice: “Le persone perdonano. Se qualcuno mostra un futuro radioso, perdonano e dimenticano tutto il passato”.
Io gli rispondo: “Non è vero, non perdonano né dimenticano”.
Banafshe
Banafshe è una donna di 46 anni, manager di un sito di annunci di vendite online. Senza internet la sua attività è paralizzata, non ci sono utenti. Ieri ci sono stati solo quattro accessi sul sito, tutti di dipendenti che erano entrati per aggiornarlo.
I dirigenti avevano deciso di licenziare metà del personale, di provare a sopravvivere così per due mesi, aspettando di capire cosa sarebbe successo. I dipendenti ne hanno parlato tra loro e poi hanno convinto i dirigenti: invece di licenziarne la metà, avrebbero lavorato tutti part-time ricevendo metà dello stipendio, senza il bisogno di mandar via nessuno.
Dopo questa decisione hanno messo su della musica e hanno ballato tutti insieme, uomini e donne, hanno ballato alle loro scrivanie, hanno pianto, poi hanno riso.
(Traduzione di Francesco De Lellis)
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