“La primavera dell’investimento è arrivata”, si legge su una pubblicità nel viale delle startup (Zhongguancun chuangye dajie), una strada pedonale nascosta dai grandi negozi di elettronica nella zona nordest di Pechino, in Cina. L’area brulica di ventenni immersi nei loro smartphone. Nella strada si susseguono spazi di coworking, caffetterie, acceleratori di startup.

Uno di questi è il Garage café, pieno di imprenditori con gli occhi stanchi e curvi sul laptop. Lì incontro Tian Yang, 27 anni. Ha studiato all’università di Sydney prima di lavorare due anni per la Lenovo, grande azienda cinese di computer. Ma il lavoro era “sterile e noioso, ripetitivo”. Ora sta progettando un’app che usa il riconoscimento facciale per mettere in contatto persone che si somigliano (gli chiedo se ha idea di cosa parleranno, ma non ha ancora pensato a questo aspetto).

Tra le altre startup del Garage café ci sono un sito di apprendimento tramite video (un settore in grande crescita) e un servizio di consulenza per cinesi che vogliono trasferirsi all’estero. All’ora di pranzo c’è una presentazione per i nuovi arrivati e la caffetteria organizza incontri con gli investitori. Una bacheca lunga dal soffitto al pavimento è piena di annunci di lavoro per sviluppatori.

Fare l’imprenditore è diventata una valida alternativa per chi non ha voglia di entrare in fabbrica

In Cina le startup sono diventate una caratteristica delle città più grandi, proprio come il traffico o lo smog. Una volta i neolaureati facevano domanda in banca o nelle aziende di stato, ma spesso questi lavori erano poco gratificanti: in un sondaggio del 2012, il 94 per cento degli intervistati aveva detto di non sentirsi appagato dal lavoro. Ora, con i fondi pubblici e privati che affluiscono nelle startup, fare l’imprenditore è diventata una valida alternativa per chi non ha voglia di entrare in fabbrica.

Le storie di successo non mancano. Prima i giovani si ispiravano a Steve Jobs, ora cercano di emulare Jack Ma (fondatore del sito di ecommerce Alibaba), Robin Li (fondatore del motore di ricerca Baidu) e Lei Jun (fondatore dell’azienda produttrice di telefonia mobile Xiaomi). Nel 2014, l’offerta pubblica iniziale di Alibaba negli Stati Uniti ha raggiunto i 25 miliardi di dollari, e Xiaomi ha appena presentato la sua a Hong Kong, e probabilmente andrà bene.

La rivoluzione tecnologica è onnipresente nella società cinese. Io uso l’applicazione di messaggistica WeChat per fare chiamate di lavoro e per prenotare le vacanze. Pago una tazza di caffè o un passaggio in auto scansionando un codice qr sul telefono. Lavoro da una scrivania in affitto in uno “spazio di vita sperimentale” chiamato 5Lmeet, aperto in un’ex fabbrica di salsa di soia, insieme a un ristorante temporaneo, un supermercato senza contanti e senza personale, e un ufficio in cui si entra grazie a un software di riconoscimento facciale. Quando esco da una fermata della metro, a Pechino, devo farmi strada tra una massa di bici a noleggio che hanno trasformato la mobilità della città. Dai Wei, l’amministratore delegato di Ofo – l’azienda leader nel settore del noleggio bici, il cui valore stimato è di due miliardi di dollari – ha 27 anni.

Negli ultimi anni le aziende cinesi sono state accusate di copiare tecnologie statunitensi, invece di proporre nuove invenzioni. Patria delle “quattro grandi invenzioni” (compasso, polvere da sparo, carta e stampa), la Cina rivendica oggi “quattro nuove grandi invenzioni”: il bike sharing, l’ecommerce, il pagamento da telefono e la ferrovia ad alta velocità. Nessuna di queste cose è nata in Cina, ma qui sono diventate molto popolari.

Nel JD+ milk tea shop, un incubatore per startup a Pechino, il 18 marzo 2016. (Emmanuel Wong, Getty Images)

La cultura imprenditoriale nel paese, però, sta diventando più creativa. Nel 2015 il presidente Xi Jinping ha presentato il progetto Made in China 2025, per modernizzare l’economia del paese investendo in settori avanzati dell’industria attraverso sussidi, prestiti a basso interesse e altri aiuti alle aziende. Entro i prossimi dieci anni la Cina vuole essere al vertice in campi come la robotica, l’intelligenza artificiale e le auto a energia pulita.

I leader cinesi si affidano ai giovani imprenditori per guidare questa trasformazione, grazie anche al fatto che buona parte dell’hardware di tutto il mondo, come quello di smartphone e computer, è fabbricato in Cina, con componenti chiave prodotti a Shenzhen, nel sud del paese. A sostenere la forza del paese si aggiunge un afflusso di venture capital nelle startup cinesi, sia locale sia straniero, oltre che di investimenti da parte di privati rimasti senza alternative più sicure data l’instabilità del mercato azionario cinese e le restrizioni sugli investimenti nell’immobiliare.

L’anno scorso, nel mondo, i fondi cinesi hanno rappresentato quasi un quarto del capitale ad alto rischio, un numero 15 volte maggiore rispetto al 2103, e la maggior parte degli investimenti è andata ad aziende cinesi, secondo un articolo del Wall Street Journal.

Se hai un’idea, arriveranno anche i soldi

È evidente che, per molti versi, la Cina gode di diversi vantaggi rispetto alla Silicon valley e il paese spera di diventare il prossimo centro dell’innovazione. Jack Ma ha espresso il suo apprezzamento per la stabilità politica della Cina e il sostegno a lungo temine delle industrie innovative, definendoli aspetti positivi per gli affari.

Non è detto che i ragazzi del Garage café stiano per eclissare i colleghi dei WeWork di San Francisco e Seattle. Una burocrazia lenta e poche leggi sulla proprietà intellettuale rendono ancora difficile il decollo delle aziende cinesi e la protezione dei loro prodotti dalle imitazioni. Il potere esercitato dal governo sulle aziende è un’arma a doppio taglio: può censurare o chiudere una startup che si avvicina troppo a temi delicati, com’è successo ad aprile quando l’agenzia di stato per la censura pubblica ha temporaneamente bloccato l’app d’informazione Jinru Toutiao per “aver trasmesso programmi che si oppongono alla morale pubblica”.

E anche se il governo ha aiutato le aziende tecnologiche scegliendo con cura i protagonisti di determinati settori (Baidu per le automobili che si guidano da sole, Alibaba per le infrastrutture urbane avanzate, Ofo per le bici a noleggio senza stazioni), un tale livello di controllo potrebbe impedire ad altre idee di realizzarsi all’interno di mercati competitivi. Nel frattempo, una guerra commerciale con gli Stati Uniti potrebbe ostacolare il progetto Made in China 2025, imponendo tariffe su quelle industrie manifatturiere innovative che la Cina cerca di rafforzare.

Niente di tutto questo sembra aver spento l’ottimismo nel Garage café. Secondo Kaiser Kuo, il conduttore del Sinica podcast ed ex direttore delle comunicazioni internazionali di Baidu, “non c’è dubbio che la Cina sia oggi allo stesso livello degli Stati Uniti” per quanto riguarda innovazione, hardware e flusso di capitali. Tian Yang, il ragazzo del riconoscimento facciale, descrive la situazione senza mezzi termini: “Ti serve solo l’idea. Se ce l’hai, loro ti daranno i soldi”.

(Traduzione di Caterina Benincasa)

Questo articolo è uscito su The Atlantic. Leggi la versione originale.
© 2018. Tutti i diritti riservati. Distribuito da Tribune Content Agency.

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