A Lima 1,7 milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile. In questa città che sorge in mezzo a un deserto il problema non è nuovo, ma si sta aggravando. Chi non ha accesso alla rete idrica, quasi il 15 per cento della popolazione, deve comprare l’acqua dai camion cisterna, anche se non sempre l’acqua che vendono è potabile. Inoltre in inverno i sentieri che portano sulle montagne, dove si concentrano le baraccopoli, diventano inagibili per via del fango, e possono passare settimane senza che i camion cisterna riescano a raggiungere quelle zone.

Mareli Ismuris, che vive nella baraccopoli di Villa María del Triunfo a sud di Lima, deve scendere a valle per andare da alcuni amici che sono collegati alla rete idrica, riempire i suoi bidoni da sette litri e risalire a casa. Lo ha fatto spesso da quando è cominciata la pandemia di covid-19, in una delle città con più contagi al mondo. “È stato difficile perché i bambini erano a casa e il consumo di acqua è aumentato”, racconta. A Villa María del Triunfo vivono 150 famiglie. Il comune vicino invia dei camion cisterna due volte alla settimana. Ogni famiglia riempie delle cisterne da circa trecento litri. “Usiamo l’acqua con grande parsimonia. Dobbiamo lavarci con non più di un secchio d’acqua a testa”, dice Ismuris.

Per visualizzare questo contenuto, accetta i cookie di tipo marketing.

In Venezuela la mancanza di acqua potabile ha inciso anche sul modo di parlare. Il momento della giornata in cui arriva l’acqua è stato ribattezzato la hora loca, l’ora pazza, perché tutta la famiglia la usa e la mette da parte freneticamente.

La penuria d’acqua è diventata la preoccupazione principale in una società in cui i problemi non mancano. Secondo alcuni è una delle cause principali dell’emigrazione, perché si può resistere a molte cose, ma non si può vivere senz’acqua. “Il servizio di acqua potabile è quello di cui i cittadini si lamentano di più nei sondaggi: crea maggiori problemi e peggiora ulteriormente la qualità di vita”, spiega José María de Viana, ingegnere, professore universitario ed ex presidente di Hidrocapital, l’azienda statale che fornisce l’acqua a Caracas.

De Viana chiama in causa la situazione critica delle aziende e delle infrastrutture per spiegare la grave penuria d’acqua, che ha lasciato interi quartieri a secco per mesi . “Abbiamo delle ottime infrastrutture, ma sono in uno stato critico: funzionano al 40 per cento della loro capacità. C’è anche una perdita di capitale umano, professionisti che sono emigrati in altri paesi e non lavorano più in Venezuela”, dice.

Non solo dai tubi arriva poca acqua, ci sono anche dubbi sulla sua qualità: “La gente sa che l’acqua non è potabile perché è torbida, per l’odore che emana e per le particelle in sospensione. Quando dai rubinetti uscirà acqua limpida senza interruzioni, noi venezuelani potremo sperare in un cambiamento in meglio del paese”, afferma De Viana.

Per visualizzare questo contenuto, accetta i cookie di tipo marketing.

La scarsità d’acqua in America Latina non è un problema solo delle baraccopoli o delle zone rurali più aride. Riguarda anche centri urbani e regioni che vent’anni fa nessuno avrebbe immaginato potessero soffrire per questo motivo. Inoltre non dipende solo dalla siccità, ma anche da una cattiva gestione della risorsa, dall’assenza di manutenzione delle infrastrutture, dall’inquinamento o dal fatto che l’acqua è in mano ai privati.

Il caso cileno
Il Cile è un esempio estremo. Soprattutto durante la dittatura militare i privati ottennero diritti sull’acqua gratuitamente e in perpetuo. Questi diritti, anche durante i periodi di penuria idrica, sono ceduti a cifre folli. Le industrie estrattive e le aziende agricole sono tra i principali acquirenti. Petorca, un comune nella regione di Valparaíso, soffre per due motivi. Da una parte ci sono le grandi piantagioni di avocado per l’esportazione, che avendo il diritto di usare l’acqua hanno in pratica la priorità nel consumo. María Catalina Espinoza, presidente dell’Unión de agua potable e abitante di Quebrada de Castro, una località vicino al bacino prosciugato del fiume Petorca, lo spiega così: “Siamo circondati da montagne verdi piene di avocado e noi restiamo a secco. L’acqua c’è, ma la usano le industrie”.

L’esportazione di avocado sta prosciugando il Cile, il video della Thomson Reuters Foundation.


Dall’altra parte, la zona sta attraversando un periodo di enorme siccità ormai da undici anni. Ariel Muñoz, professore dell’Universidad Católica de Valparaíso ed esperto di cambiamento climatico, è d’accordo con gli abitanti di Petorca. Non esiste un piano per dare la priorità al consumo umano e per garantire una gestione ambientale sostenibile. È questione urgente, considerando che attualmente il 70 per cento dei cileni vive in territori dove manca l’acqua. Molte speranze sono riposte nella nuova costituzione che deve scrivere l’assemblea costituente eletta a maggio 2021. “Bisognerà ridistribuire l’acqua, anche se a molti la cosa non piacerà. Ci sono molte aspettative sulla futura costituzione”, dice Muñoz.

Margine di manovra
Dall’altra parte delle Ande, a Mendoza, in Argentina, il ricercatore Mariano Morales, a capo del gruppo che ha realizzato il primo atlante della siccità in Sudamerica, sottolinea la durata del fenomeno: “La nostra ricostruzione del clima del passato ci dice che quello che sta succedendo oggi non ha precedenti negli ultimi 620 anni”.

Mendoza sorge in un ambiente semiarido e riceve dalla cordigliera dell’acqua che forma un’oasi da secoli usata per l’agricoltura, ma con la siccità attuale la disponibilità di acqua è sempre più bassa, mentre la popolazione è in aumento. Nella provincia vivono già 1,8 milioni di abitanti. Secondo Morales bisogna approvare nuove leggi, controllare e gestire la situazione, per garantire l’acqua potabile agli abitanti e tutelare i vari ecosistemi. “Abbiamo un certo margine di manovra, ma la domanda è: fino a quando?”.

Per visualizzare questo contenuto, accetta i cookie di tipo marketing.

Le megalopoli latinoamericane sono tra le più assetate. L’Onu ha inserito Città del Messico e São Paulo tra le dieci principali città al mondo con problemi di rifornimento di acqua. Nel caso di Città del Messico, un abitante su cinque dei suoi 21 milioni riceve acqua dal rubinetto solo alcune ore al giorno. Le perdite di acqua dovute a problemi del sistema idrico si aggirano intorno al 40 per cento. La capitale messicana potrebbe restare senz’acqua nel 2030.

Per Nathalie Seguin, coordinatrice generale di Freshwater action network Mexico, il problema ha diverse cause, ma è dovuto soprattutto a un modello poco sostenibile che fa arrivare l’acqua da centinaia di chilometri di distanza, a discapito delle comunità dove l’acqua è estratta e privilegiando “i gruppi con maggiore potere di acquisto”. C’è poi chi, come le industrie estrattive, ha accesso a grandi volumi d’acqua in cambio di cifre “irrisorie”. Non c’è meno acqua, c’è solo una disponibilità minore per i cittadini a causa dell’inquinamento, della “distribuzione e della priorità data a chi fa affari con l’acqua”.

Un fattore d’instabilità
Nel caso di São Paulo, una lunga siccità ha obbligato a razionare l’acqua e a distribuirla in alcune zone con i camion cisterna. Già nel 2014 c’erano state delle proteste per le interruzioni del servizio idrico

Per visualizzare questo contenuto, accetta i cookie di tipo marketing.

Non c’è praticamente nessun paese latinoamericano che non viva una crisi per l’acqua, da quelli grandi a quelli piccoli attraversati da centinaia di fiumi. In questa categoria rientra El Salvador, dove l’accesso all’acqua sta diventando sempre più problematico. Secondo Andrés McKinley, un ricercatore dell’Universidad centroamericana José Simeón Cañas, negli ultimi venticinque anni i fiumi più importanti del paese hanno perso il 30 per cento della loro portata nei casi migliori, il 70 per cento in quelli peggiori. “Le risorse idriche più importanti diminuiscono al ritmo di un metro all’anno, e l’80 per cento dell’acqua è inquinata”.

Tra i fattori del problema McKinley cita l’alta densità abitativa, l’uso intensivo dell’acqua e soprattutto lo sfruttamento eccessivo delle industrie. “Un caso è l’azienda SabMiller, che usa l’acqua della comunità di Nejapa per produrre la Coca-Cola. La mancanza d’acqua è stata una delle questioni al centro delle ultime proteste nel Salvador”.

La crisi idrica è già un fattore d’instabilità in una regione ricca d’acqua, ma sempre più assetata.

(Traduzione di Francesca Rossetti)

Quest’articolo è uscito su Connectas, una piattaforma giornalistica che promuove la diffusione delle informazioni sull’America Latina.

Per visualizzare questo contenuto, accetta i cookie di tipo marketing.

Internazionale ha una newsletter che racconta cosa succede in America Latina. Esce ogni due settimane e ci s’iscrive qui.

Guarda anche:

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it