30 maggio 2022 13:38

Negli anni novanta volevo scrivere la mia tesi di dottorato sulla cultura tradizionale rom, dei quali aspiravo a riaffermare l’identità etnica dal punto di vista di un’attivista alle prime armi, ma non sapevo quasi nulla della loro storia di schiavitù.

Avevo sentito solo qualche storia raccontata da anziani rom, come “lavoravamo per i boiardi” o qualche racconto del folclore rom che recitava “mamma e papà non sono più schiavi”, ma non avevo un’idea chiara su cosa avesse rappresentato la schiavitù nella storia dei rom di Romania e nella storia di questo stesso paese, per quanti secoli si fosse protratta e tanto meno sulle conseguenze della schiavitù sul piano giuridico, sociale, economico e, soprattutto, morale.

In realtà, sapevo proprio poco della schiavitù dei rom quando ho varcato timidamente la soglia del dipartimento che si occupava delle minoranze nazionali del ministero della cultura. “Sono zingara, mi sono laureata in lettere e vorrei fare il dottorato sui costumi tradizionali dei calderash”, così rispondevo alla domanda su cosa ci facessi nel suo studio che mi aveva rivolto Vasile Ionescu, anche lui rom e consulente per la questione dei rom. “Non lavoriamo con gli zingari, ma solo con i rom”, mi ha risposto seccamente. Mi era sembrato molto duro e ingiusto.

Ma ho capito, allora, che la storia del razzismo nei confronti dei rom nella cultura romena comincia con il falso nome che gli viene attribuito: țigani (zingaro). Nella lingua rom la parola țigani non esiste. Il termine proviene dal greco medievale athinganos o athinganoi, che significava “pagano”, “intoccabile” o “impuro”. La parola fu utilizzata per la prima volta nel 1068 in un monastero dell’attuale Georgia da un monaco durante la sua spiegazione su cosa fosse l’eresia degli athinganoi, considerati nomadi, indovini e stregoni, e che consigliò ai suoi parrocchiani cristiani ortodossi di evitare quegli eretici.

L’attuale identità dei rom di Romania si è strutturata intorno a una storia di esclusione sociale e razzismo istituzionalizzato

Nel medioevo, la parola romena țigani indicava lo status giuridico di servo o schiavo, e non un gruppo etnico. Ed ecco già due significati della parola: prima eresia, poi status giuridico fuori del sistema gerarchico della società. Lo schiavo/țigani non faceva parte della struttura sociale, si situava al di fuori di essa, era semplicemente merce di scambio ed era di proprietà del principe, dei boiardi o dei monasteri. In seguito la parola țigani è rimasta nella memoria collettiva romena ed è oggi usata nella lingua corrente con accezione dispregiativa.

Leggendo i pochissimi libri di storia che hanno osato affrontare il difficile argomento della schiavitù dei rom, ma ancor di più studiando i documenti conservati negli archivi, ho capito che l’attuale identità dei rom di Romania si è strutturata intorno a una storia di esclusione sociale e razzismo istituzionalizzato: dalla prima attestazione dei rom in territorio romeno, nel 1385 (quando ai rom viene dato lo status di schiavo), passando per l’olocausto romeno (che si è proposto ed è riuscito a sterminare decine di migliaia di rom), per l’integrazione forzata o il genocidio culturale del periodo socialista, agli omicidi e agli incendi appiccati alle case dei rom negli anni tra il 1994 e il 2000 e ancora agli abusi, le persecuzioni e la violenza usati dalla polizia contro le comunità dei rom dagli anni novanta fino a oggi, quando questi episodi sono aumentati con la pandemia.

Esclusi dalla condizione di esseri umani dalle leggi del paese e dal “diritto consuetudinario” e trovandosi in uno stato di dipendenza non solo economica ma ancora di più personale e giuridica, gli schiavi rom erano considerati una merce, poiché venivano scambiati, venduti, donati, ereditati e sottoposti ad abusi e violenze, vittime perfino di stupri, torture e omicidi commessi dai loro “padroni”.

Una famiglia rom non era riconosciuta come parte di una comunità, ma era intesa come un mezzo per produrre nuovi schiavi, una sorta di generatore di domestici. La schiavitù ha colpito profondamente anche i bambini rom, allontanati dalle loro famiglie per volontà dei padroni, scambiati, donati o venduti, a volte a prezzi inferiori a quelli degli animali, poiché considerati non abbastanza bravi per il lavoro.

Un’emancipazione incompleta
Sotto la pressione dell’abolizionismo in corso in occidente, che nel diciannovesimo secolo provava a liberarsi di un’istituzione retrograda e disumana come la schiavitù , e nel contesto degli sforzi della Romania dell’epoca (allora Țărilor Române, Terra Romena, ossia Moldavia e Valacchia ) di guadagnarsi la simpatia dell’occidente, la liberazione dei rom dalla schiavitù del 1856 è stata la conclusione di un processo difficile e relativamente lungo, ostacolato da una forte opposizione da parte della chiesa ortodossa e dalla maggior parte dei boiardi.

Tuttavia l’emancipazione giuridica non ha portato a una trasformazione radicale dello status dei rom nella società. Il programma riformista dei rivoluzionari del 1848 e la politica dei governi che si sono avvicendati hanno trascurato la problematica economica – in particolare il diritto di possedere la terra – e gli aspetti di ordine morale, limitandosi all’emancipazione giuridica e alla sedentarietà, a volte forzata, dei rom. Non sono esistite politiche di inclusione dei rom, cosa che ha portato alla loro ricaduta nello stato precedente e alla stigmatizzazione della loro appartenenza etnica.

Le conseguenze della schiavitù sono ben visibili ancora oggi nella mentalità collettiva ereditata dal passato, piena di stereotipi e pregiudizi. Lo studio di una parte significativa del folclore romeno, in particolar modo di proverbi, aneddoti e fiabe, dimostra un sentimento marcato di ironia e disprezzo nei confronti dei rom. I rom sono visti, sempre più spesso, come cattivi, perfidi, ladri, criminali, sporchi, esseri non umani.

Questa eredità negativa, l’assenza di istituti di formazione e rappresentanza del modello culturale rom, con la notevole eccezione del centro nazionale di cultura dei rom Romano kher, e la mancanza nell’ambito dei programmi scolastici e dello spazio pubblico di informazioni corrette, portano alla stigmatizzazione dell’identità rom, all’interiorizzazione di questa cicatrice e al rifiuto, spesso da parte degli stessi rom, della loro identità.

Ecco una nuova forma di schiavitù: la schiavitù morale che neanche una legge può abolire senza il contributo fermo e unanime di tutti gli strati della società, dalle autorità pubbliche agli intellettuali.

Un nuovo modello educativo
Scoprendo tutte queste cose, l’associazione Amare Rromentza ha cercato di contribuire alla diffusione della conoscenza e alla promozione della comprensione della storia e della cultura dei rom, soprattutto tra i giovani, rom e non rom, attraverso la realizzazione e la presentazione, negli anni 2007 e 2008, della pièce Rromanipen, realizzata insieme agli studenti della sezione rom della facoltà di lingue straniere dell’università di Bucarest e agli studenti rom delle altre facoltà.

La prima reazione dei giovani è stata quella di stupore. Alcuni non rom hanno espresso un rifiuto, scettici di fronte alle storie di antenati padroni di schiavi. Ho portato loro argomenti a sostegno della verità storica. Ci sono state anche reazioni di rabbia da parte dei giovani rom, che si chiedevano perché i loro antenati schiavi non si fossero ribellati alla schiavitù. A questi giovani ho raccontato della lotta per la libertà portata avanti da un punto di vista giuridico da alcuni schiavi rom liberi ma trattenuti abusivamente dai loro padroni.

La reazione della comunità scientifica, soprattutto degli storici romeni, è stata quella di sminuire la gravità della schiavitù dei rom, definendola “servitù” che, sebbene sinonimo di “schiavitù”, era descritta come meno grave e più simile a un regime feudale, sebbene ci siano differenze fondamentali: con la prima si intende una dipendenza solo economica, con la seconda una dipendenza personale.

Nel rapporto Direcții strategice de incluziune etno-educațională a rromilor (Linee strategiche di inclusione etno-educativa dei rom) ho proposto una serie di misure volte alla conoscenza e alla comprensione della verità storica, per valorizzare l’identità etnica rom e per promuovere un’immagine corretta dei rom. Così Amare Rromentza ha creato il concetto di inclusione etno-educativa, un approccio in cui il sistema educativo include ufficialmente i rom riconoscendo, promuovendo, garantendo e coltivando la loro identità etnica a tutti i livelli di scolarizzazione e nella formazione permanente degli adulti. È una nuova strategia educativa che può essere applicata a qualsiasi gruppo etnico o a qualunque minoranza nazionale.

Perché anche uno studente rom con elevate prestazioni scolastiche, che studia in una scuola con dotazioni eccellenti e professori altamente qualificati, se non recupera la componente identitaria, non beneficerà di una formazione completa.

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Dopo una tale storia tragica, la società romena ha un enorme debito sia morale sia materiale nei confronti dei rom, e quindi è doveroso prima di tutto il riconoscimento della schiavitù e la ricostruzione della memoria collettiva rom e romena, il che presuppone molto più che l’istituzione di una giornata dedicata alla liberazione dalla schiavitù (il 20 febbraio), così come accade oggi.

Servono programmi nazionali di ricerca, programmi in campo editoriale, la presenza completa e corretta della storia e della cultura dei rom nei programmi, nei manuali e nelle biblioteche scolastiche, nei mezzi di comunicazione, in qualsiasi tipo di formazione rivolta agli adulti, la realizzazione di monumenti pubblici, di istituti di ricerca e promozione della memoria culturale rom e del patrimonio culturale rom (istituti di ricerca, musei, teatri, centri culturali provinciali e locali, collezioni di libri rom nelle biblioteche pubbliche eccetera.).

La riconciliazione tra rom e società, in altre parole tra ex schiavi ed ex proprietari di schiavi, non si può realizzare se non, da una parte, attraverso il riconoscimento e l’accettazione della storia da parte della società e delle istituzioni statali e, dall’altra, attraverso la ricostruzione istituzionale dell’identità rom per ritrovare la dignità. Questo nella speranza che i figli dei rom siano considerati, alla fine, cittadini a pieno titolo e mai più schiavi di fantasmi sulla loro diversità.

(Traduzione di Elena Di Lernia)

Questo articolo è stato pubblicato da DoR ed è stato scritto in collaborazione con Magda Matache, direttrice del programma di studio sui rom ad Harvard e attivista per i diritti dei rom.